Veneto chiama Istria

Veneto chiama Istria Un ponte tra due regioni sorelle per storia, cultura e tradizioni. E perchè destinate a un comune fut

UMAGO - UN MUNICIPIO IN FUMO E UN ILLUSTRE UMAGHESEUmago è senza dubbio, per quanto riguarda almeno il centro storico, u...
26/01/2026

UMAGO - UN MUNICIPIO IN FUMO E UN ILLUSTRE UMAGHESE

Umago è senza dubbio, per quanto riguarda almeno il centro storico, una delle cittadine costiere dell'Istria che ha cambiato maggiormente volto dal punto di vista urbanistico nel corso dell'ultimo secolo. Lo si può osservare anche in questa cartolina, spedita verso Trieste attorno al 1910, nella quale si vede una bella veduta della baia, le cui acque sono solcate da una barca a vela, con sullo sfondo la riva umaghese all'altezza dell'attuale piazza della Libertà: si riconosce all'estrema destra la sagoma scura della chiesa di Santa Maria Maggiore, nascosta parzialmente da un edificio non più esistente; non ne sono certo, non avendo trovato conferme definitive on line, ma dovrebbe trattarsi di parte dell'antico Palazzo Pretorio, o Palazzo Comunale, precisamente l'ala dedicata al Fondaco cittadino: tutto il complesso, risalente all'epoca medievale e che definiva in maniera del tutto diversa da oggi l'ambiente della piazza, fu abbattuto nel 1928, dopo che nella notte tra il 30 e il 31 gennaio del 1924, "una notte di Bora" scrive Dario Alberi, un furioso incendio, a quanto pare originatosi da una stufa difettosa, l'aveva ridotto a uno scheletro fatiscente. Dell'antico edificio rimane oggi il leone di San Marco che, originariamente posto proprio sulla facciata del palazzo Pretorio, venne nel 1929 recuperato e affisso alla parete del campanile della vicina chiesa, dove tuttora fa bella mostra di sé.

Al centro dell'immagine, all'angolo della piazza, un altro edificio oggi profondamente modificato e importante per la storia di Umago, ovvero, come si legge un po' a fatica sulla parete più lunga, quella che dà sulla piazza (metto un ingrandimento nel primo commento), quello dell'"Albergo Al Leon d'Oro di A. Coslovich". Si tratta della struttura alberghiera fondata da Antonio Coslovich (1861-1933), originario di Matterada, il quale non solo entra con questo di diritto nella storia del turismo a Umago, ma anche in quella culturale, e teatrale in particolare, considerato che all'interno della struttura realizzò un piccolo teatro, la Sala Coslovich (e proprio "Sala Coslovich" si legge in alto sulla parete che dà al mare): inutile ricordare quanto i teatri fossero all'epoca fondamentali luoghi d'arte, socialità, e discussione pubblica. L'edificio venne sostanzialmente distrutto nell'aprile 1945, quando i tedeschi in fuga minarono il porto di Umago e gli edifici prospicenti; tuttavia la città non ha dimenticato la figura di Antonio Coslovich, cui è dedicato il nuovo teatro cittadino e alla cui storia fa riferimento il Festival Internazionale del Teatro da Camera Leon d'Oro, che si svolge annualmente nella cittadina istriana dal 1999.

Editore della cartolina è "Gius. Picciola", uno dei molti editori di cartoline che all'inizio del secolo scorso operavano fin nei più piccoli centri istriani, in questo caso proprio a Umago.

SPALATO - LA LINGUA ITALIANA PER LE CALLI DEL PALAZZO DI DIOCLEZIANOLa cartolina che presentiamo oggi è stata inviata at...
17/12/2025

SPALATO - LA LINGUA ITALIANA PER LE CALLI DEL PALAZZO DI DIOCLEZIANO

La cartolina che presentiamo oggi è stata inviata attorno al 1910 da Cattaro a Trieste, e tuttavia l'immagine rappresenta il cuore della città vecchia di Spalato, ovvero il protiro (nella cartolina indicato con l'originale termine greco e latino "prothyron") del palazzo di Diocleziano, sarebbe a dire l'ingresso che permetteva l'accesso agli appartamenti imperiali provenendo dalla Porta Aurea, in particolare l'accesso al peristilio del palazzo, ancora oggi definito da imponenti colonnati corinzi. E' noto che la città di Spalato nacque quando all'arrivo degli Avari, nel VII secolo, gli abitanti della zona, ed in particolare quelli della vicina città di Salona, deliberarono di rifugiarsi all'interno dell'imponente palazzo-fortezza che l'imperatore Diocleziano aveva fatto costruire tre secoli prima. Questa occupazione viene ben rappresentata dalla cartolina, in cui in uno degli spazi più importanti e caratteristici del palazzo imperiale fa bella mostra di sé un negozio di tappezziere, mentre, per inciso, l'uomo in divisa che si intravede in basso a sinistra, sta scendendo verso i sotterranei dell'antica reggia.

Non si può non notare come l'insegna del tappezziere Prkusic riporti sia la voce croata "tapetar" (in cui a occhio si erano dimenticati della E, aggiunta poi) che quella italiana "tappezziere", testimonianza di come evidentemente nel 1910, dopo più di vent'anni dal definitivo prevalere politico del partito croato in città, la lingua italiana fosse ancora ben diffusa. La cosa è spiegabile partendo da un dato che può risultare controintuitivo: l'adesione al partito nazionale croato a Spalato, e in particolare nella città vecchia, non significava necessariamente un'effettiva e univoca adesione linguistica e culturale allo slavismo che quel partito rappresentava. Anche quando politicamente i giochi erano stati chiusi con il definitivo prevalere del partito nazionale croato, la lingua italiana, e in particolare il dialetto veneto, rimasero per molti spalatini un elemento identitario della città, segnatamente in contrapposizione ai numerosi nuovi arrivati che andavano ad ingrossare i borghi attorno al centro storico, nonché la lingua propria delle classi intellettuali, borghesi e possidenti cittadine. Tra gli stessi esponenti di spicco del partito croato non mancavano dalmati di cultura italiana: basti ricordare il paradigmatico caso di Filomeno Gaetano (Gajo) Bulat il quale, nato in una famiglia di lingua italiana di San Pietro della Brazza, divenne leader indiscusso della Hrvatska Narodna Stranka (Partito Popolare Croato), peraltro su posizioni estremiste e fautrici di una croatizzazione feroce, senza mai riuscir in fondo a croatizzare se stesso, visto che non arrivò mai a padroneggiare davvero la lingua croata (con gran divertimento degli avversari e, probabilmente, di qualcuno dei suoi). Significativo è anche ricordare come molta stampa nazionale croata uscisse a Spalato sia in croato che in italiano; interessante in questo senso è quanto scriveva nel 1884 il direttore di Narod, rivista nazionalista croata: "Sarebbe stato nostro desiderio di pubblicare il giornale esclusivamente inlingua croata, ma le condizioni locali, ed il bisogno di essere compresi anche dacoloro, cui è più familiare la lingua italiana, c’indussero a lasciar posto anche aquesta, ed in essa procureremo di trattare specialmente gli argomenti che si riferiscono al movimento politico, letterario, ed economico degli Slavi del Mezzogiorno": paradossalmente, quindi, la propaganda jugoslavista a Spalato dovette adattarsi per un certo periodo ad essere ammansita (anche) in lingua italiana. Altro dato interessante, indicativo della situazione nel centro storico, è la testimonianza del nazionalista jugoslavo Josip Smodlaka, che riporta come ancora alla fine dell'800 nella Narodna čitaonica, la sala di lettura popolare, luogo di ritrovo degli intellettuali filoslavi, tutti parlassero italiano.

La comunità italiana cittadina, che dagli anni '80 dell'800 aveva perduto definitivamente la battaglia per l'egemonia politica, cercò di sfruttare e coltivare questo contesto attraverso soprattutto la fondazione o il mantenimento di associazioni e organizzazioni che avevano quale fine ultimo la promozione e la protezione della lingua italiana in città: si trattava di gruppi di carattere politico-culturale, come il Gabinetto di Lettura, luogo di incontro degli autonomisti spalatini, di carattere teatrale e musicale (nutrito era il programma di concerti di compositori ed esecutori italiani) ma anche di carattere sportivo (Società del Bersaglio, Società di Ginnastica e Scherma, Club Ciclistico Veloce), senza dimenticare la Società Operaia, che aveva a Spalato un carattere liberale e d'ispirazione autonomista. Si riuscì anche ad aprire una scuola italiana, non attraverso le vie istituzionali (la Dieta provinciale dalmata, che deteneva la competenza in materia di istruzione, era dominata dal partito croato), bensì con l'aiuto della Lega Nazionale: nel 1899, anno di apertura, si registrarono 117 iscrizioni, con grandi proteste dei nazionalisti croati. Giova ricordare che contemporaneamente a tutto ciò non si fermò l'impetuosa crescita politica e culturale dello slavismo spalatino, spinta anche da un incipiente sviluppo economico che attirava in città immigrati dai dintorni, immigrati naturalmente di lingua croata, ma si può affermare che, pur se tra mille difficoltà, la comunità italiana di Spalato riuscì a mantenersi vitale e importante fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ovvero quella che poteva costituire in potenza le "straordinarie circostanze" che Antonio Bajamonti, ultimo podestà italiano di Spalato, aveva invocato come unica possibilità per evitare la resa dell'italianità spalatina alla minaccia della definitiva slavizzazione. Sappiamo che così non fu.

PIRANO - UNA SCENA D'ALTRI TEMPI E DEI NOSTRIPresento oggi questa cartolina, viaggiata verso Capodistria nel 1910, non p...
30/11/2025

PIRANO - UNA SCENA D'ALTRI TEMPI E DEI NOSTRI

Presento oggi questa cartolina, viaggiata verso Capodistria nel 1910, non particolarmente rara o preziosa, ma a mio parere tra le più belle che posseggo: è edita da Modiano, editore che produceva sempre cartoline dalle immagini popolose e affascinanti, il quale in questo caso ci porta sul molo di Pirano, dov'è appena arrivato un piroscafo a vapore che probabilmente di lì a poco riprenderà il suo viaggio (non ho un'idea precisa di quanto durasse la fermata, ma se in città di una certa importanza, come Fiume o Pola, le operazioni di scarico e carico di passeggeri e merci dovevano prender tempo, in una località piccola come Pirano le cose si svolgevano probabilmente con maggiore rapidità). E' necessario ricordare che fino agli anni '30 del ventesimo secolo il modo più sicuro e veloce per viaggiare in Istria era per mare: esistevano diverse compagnie in epoca austriaca che garantivano i collegamenti tra le principali località della regione, in particolare tra Trieste e Pola, toccando tutti i maggiori centri della costa istriana occidentale. Nell'immagine della cartolina si vede, sullo sfondo degli edifici della città dominata dal duomo e dal campanile di San Giorgio, l'imbarcazione accostata al molo e un grande assieparsi di gente in quello che i sociologi definirebbero tipicamente un "non luogo", ovvero un luogo di passaggio, dove non si generano legami significativi, funzionale ma senza identità. Se si osserva bene questa foto d'un secolo fa, tuttavia, è possibile cogliere, o immaginare, le mille storie dietro ai personaggi che la popolano, e riconoscere in esse atti e atteggiamenti che oltrepassano i confini della storia, riproducibili identiche o simili fino ai nostri giorni.

Partiamo da sinistra (metto per comodità un ingrandimento nel primo commento), dall'uomo che tiene la bici tutto occupato a conversare con un amico: forse è venuto dalla città in tutta fretta per accoglierlo, o forse per salutarlo e vederlo partire; quel che affascina è però la sua posa, presa più di un secolo fa, ma in fondo così familiare e quotidiana anche oggi. Poco più a destra un signore e un ragazzino paiono aver interrotto la loro conversazione essendosi accorti del fotografo, o volendo osservarlo, più scocciati che incuriositi; lì vicino, nei pressi di quel che par essere una bitta in pietra per ormeggiar le navi, una ragazza china rovista in una cesta, forse per un ultima sistema alle cose da caricare (o per controllar che quelle scaricate ci sian tutte); sopra di lei una signora anziana allunga a fatica la mano verso una giovane dama sul battello, che gliela stringe con un gesto non privo di eleganza, mentre dietro al suo braccio testo s'intravede il volto di una bimba: un saluto forse tra una madre e una figlia? Tra un nuora e una suocera? Difficile dirlo: certamente il partire all'epoca era separazione vera, con il rimedio diluito di qualche lettera o cartolina, in un modo che oggi abbiamo del tutto dimenticato. Appena accanto una signora conversa placida con una passeggera che sembra tuttavia più interessata al fotografo in azione, mentre gli altri passeggeri conversano e osservano la scena con interessato distacco, come attori che guardino lo spettacolo da dietro le quinte in un momento che non li prevede in scena.

Un brulicare di storie e umanità che in fondo, mutatis mutandis, potrebbero colti in qualsiasi stazione ferroviaria di questo nostro secolo ventunesimo.

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P.S.: per comodità, metto un ingrandimento nel primo commento

PINGUENTE - UNA CITTADINA DELL'ISTRIA INTERNALa cartolina di oggi, viaggiata nel luglio 1916, rappresenta parte della pi...
06/10/2025

PINGUENTE - UNA CITTADINA DELL'ISTRIA INTERNA

La cartolina di oggi, viaggiata nel luglio 1916, rappresenta parte della piazza principale (non ancora lastricata) di Pinguente (Buzet), caratteristica cittadina abbarbicata su un'altura di natura marno-arenaria posta al centro dell'alta valle del fiume Quieto. Nella bella immagine si vedono alcune persone, ragazzini per lo più, messi in posa nei pressi del portale del duomo cittadino, il duomo di Santa Maria Assunta, il quale sorge nello stesso luogo dell'antica chiesa medievale del borgo, risalente al XIII secolo, ma che è stato del tutto rifatto alla fine del '700, la fine dei lavori è del 1784, in stile barocco su progetto del piranese Filippo Dongetti. A sinistra, con le inferriate alle finestre, si vede il vecchio palazzo Pretorio, mentre a destra, subito dopo la facciata della chiesa, si vede la Casa del Capitano, edificio modesto ma caratteristico: in effetti dal 1511 Pinguente, parte della Repubblica di Venezia dal 1412, fu la sede del Capitano di Raspo, una delle più importanti cariche militari veneziane in Istria, il quale precedentemente risiedeva appunto nel castello del villaggio di Raspo (Raspor in croato), nella profonda Cicceria, prima che questo venisse distrutto. Il Capitano, che a Pinguente fungeva anche da Podestà, in qualità di massima autorità politico-militare del territorio, tra le altre cose, controllava i boschi pubblici e privati, era responsabile per gli abitanti nuovi e per la colonizzazione nonché per la questione dei confini: l'importanza delle sue funzione e il fatto che risiedesse a Pinguente fece della cittadina nella sostanza la capitale dell'Istria interna veneziana.

Ai tempi della cartolina, all'inizio del '900, Pinguente faceva parte del Litorale Austriaco e la sua situazione etnica era simile a quella di un altro importante centro dell'Istria interna, Pisino: in entrambi i casi infatti i due centri principali erano a maggioranza italiana (anche se nel caso di Pisino per "centro" si deve in questo senso intendere le contrade della cittadina raccolte nelle immediate vicinanze del castello dei Montecuccoli), ma ad essi faceva riferimento un territorio essenzialmente slavo. Così parla scrive a proposito di Pinguente Vanni d'Alessio "Il comune (locale) di Pinguente, che allora si trovava nella parte più interna del distretto di Capodistria, fu conquistato dal partito croato nel 1887. Nel censimento del 1890 si assiste quindi a un capovolgimento nella proporzione tra croati e italiani rispetto al rilevamento precedente: nel 1800 gli italiani sono 5.465 e i croati 4.858; nel 1890 gli italiani sono 752 e i croati 12.185. Questi dati inducono a pensare che le linee etniche avevano contorni tali da permettere interpretazioni e rappresentazioni così discordanti e/o che ci fosse una forte manomissione dei dati. A opera di chi? Che gli italiani fossero una minoranza è presumibile dal fatto che, nonostante lo sbarramento elettorale (non forte, ma esistente) che li favoriva, p***ero le elezioni del 1887. Complessivamente, infatti, il partito italiano ebbe 303 voti contro i 947 del partito croato (...). Nel 1910 i croati del comune di Pinguente diventano 14.164, gli sloveni 2.105 e gli italiani 658", buona parte dei quali, aggiungiamo noi, residenti nel centro storico. Come spesso accade le vicende storiche istriane, così pregne di nazionalismo, ci invitano a riflettere piuttosto sulla natura dell'appartenenza etnica, su quanto questa sia un fatto indiscutibile, quanto una percezione (e un autopercezione) mutevole, e quanto una scelta più o meno razionale.

Al di là delle intricate vicende storiche, oggi Pinguente rimane a mio parere uno dei borghi più interessanti dell'Istria, o almeno uno di quelli le cui stradine è più piacevole percorrere, tra alcuni palazzi non sfarzosi ma non privi di fascino, angoli pieni di storie silenziose, e improvvise aperture panoramiche sulla valle del Quieto e sulle montagne, che lunghe in cordigliera chiudono lo sguardo verso la Cicceria.

CURZOLA - LA VOCE DI UN SOLDATO ITALIANOLa cartolina di oggi, spedita nel gennaio del 1919, mostra una gran folla che si...
28/09/2025

CURZOLA - LA VOCE DI UN SOLDATO ITALIANO

La cartolina di oggi, spedita nel gennaio del 1919, mostra una gran folla che si assiepa sulla riva occidentale della città di Curzola, di fronte all'Hotel de la Ville, aperto nel 1912 e ancora oggi operante sotto il nome di Aminess Younique Korcula Heritage Hotel: impossibile sapere quando e per quale occasione sia stata scattata la foto, ma ad occhio il fotografo poteva trovarsi su un battello attraccato al porto cittadino. La cartolina è stata spedita in busta e per questo, non disponendo di timbri postali, difficilmente si può stabilire se sia stata spedita da Curzola: sappiamo tuttavia che a Curzola non è stata certamente scritta, visto che l'autore inizia il suo testo con "Quarto, 21.1.919", dove certamente Quarto non indica la cittadina ligure da cui partirono i Mille, ma più probabilmente il nome di una nave (forse l'Esploratore Quarto) impegnata evidentemente nell'occupazione delle terre promesse all'Italia dal patto di Londra, tra le quali figurava la stessa Curzola. Leggiamo il testo (retro nel primo commento):

"Quarto, 21.1.919
Siamo giunti all'isola (Valgrande) di Curzola, ma per ora sia solo in una rada marina. Luoghi incantevoli, terra di sogni! Tu mi pensi Marghe sovente? Pensi quanto distante è il tuo Nanni? In ogni luogo il mio amore ti chiama desideroso che tu le sia vicino perché sia anche tua la mia meraviglia. Un amico andato a terra con l'ammiraglio mi porta questa cartolina. Sarà per te un ricordo dove il tuo Nanni andò per un istante. Bacioni. Tuo Nanni"

Il nostro Nanni non è dunque a Curzola città, ma in quella che veniva chiamata Valle Grande (Vela Luka in croato), un'ampia rada posta all'estremità occidentale dell'isola, che dà il nome anche alla cittadina che sorge nella sua parte più interna. Pur non essendo ancora sbarcato, Nanni è impressionato dalla bellezza della natura dalmata, "terra di sogni", e non può che rimpiangere di non poterla condividere con l'amata , Margherita, rimasta a casa chissà dove, oltre l'Adriatico. Un bel documento a mio parere, testimone di un momento storico particolare, di passaggio, una tregua tra la guerra e il dopoguerra, in cui un soldato italiano trova nella guerra da poco vittoriosamente conclusa, le cui immagini tragiche albergano sicuramente ancora vivide nella sua mente, un'occasione di viaggio, di scoperta, di conoscenza di una terra, la Dalmazia, di cui ha sentito parlare per anni come di uno degli obiettivi di tutto quell'affanno, e che ora sente parte del proprio destino, tanto da volerne condividere sensazioni ed impressioni.

La cartolina, la cui didascalia, sul retro, è in croato e francese, è stata edita da Tosovic di Ragusa.

SPALATO - DI NUOVO UN COMMENTO SUL CAMPANILE DI SAN DOIMOQualche tempo fa ho pubblicato su questa pagina la cartolina di...
22/09/2025

SPALATO - DI NUOVO UN COMMENTO SUL CAMPANILE DI SAN DOIMO

Qualche tempo fa ho pubblicato su questa pagina la cartolina di un signore inglese, la trovate qui https://www.facebook.com/photo?fbid=1167334545420821&set=a.559206976233584, che nel 1901 prendeva in giro le lungaggini che caratterizzarono i lavori al campanile di San Doimo, a Spalato, protrattisi circa dal 1890 fino al 1908, adombrando ironicamente l'ipotesi che, costruite le impalcature, fosse finiti i soldi per il resto. Oggi pubblichiamo un'indiretta risposta a quel viaggiatore con questa cartolina in cui si tratta del medesimo argomento ma con ben altro tono: siamo nell'agosto del 1904, e il signor Ettore Delconte, invia da Curzola verso Trieste questa bella cartolina, ancorché non in perfette condizioni, in cui si vede l'immagine del campanile prima dei lavori, quindi in una foto di più di dieci anni prima. Riporto qui sotto il testo:

"2 Agosto 1904. Questo è il duomo, antichissimo e splendido, rimonta ai tempi di Diocleziano ed è stato ricostruito in parte col materiale della distrutta città di Salona vicina. Il campanile viene totalmente ricostruito in pietra lavorata ed è prossimo alla fine. Il lavoro è verrà degno veramente di ammirazione"

Con un interessante refuso finale ("il lavoro è verrà", perché in effetti non era ancora finito ma forse il mittente era istintivamente fiducioso), il testo, pur nella sua brevità, esprime senza dubbio orgoglio e affetto per la città, per la sua storia, per le sue meraviglie, contrapponendosi alla tagliente ironia dell'amico inglese. E tuttavia non possiamo in effetti sapere se tal Ettore fosse dalmata (magari di Curzola, da dove scrive) o un viaggiatore che inviava cartolina a casa a Trieste per render partecipi amici e familiari, in questo casa la signorina Anna Rossi, delle sue peregrinazioni.

L'immagine della cartolina ci permette di notare a prima vista il maggior cambiamento che, almeno da distante, è possibile notare nel campanile di San Doimo dopo i restauri: la parte sommitale della torre, quella che, ottagonale, sorregge la cuspide staccandosi architettonicamente dal resto (detta anche, l'ho appreso per l'occasione, tamburo), prima dei lavori presentava uno stile in contrasto rispetto alle parti sottostanti, con una sola finestra, alta e stretta, per ognuna delle otto facciate; dopo l'intervento, invece, le decorazioni sono state uniformate al resto del campanile, con due bifore per ogni facciata, del tutto simili a quelle che caratterizzano le pareti del fusto della torre.

SEBENICO - BORGO DI MARE, BORGO DI TERRA E UN MIRACOLOLa cartolina di oggi, viaggiata da Zara a Sebenico nel primo decen...
22/08/2025

SEBENICO - BORGO DI MARE, BORGO DI TERRA E UN MIRACOLO

La cartolina di oggi, viaggiata da Zara a Sebenico nel primo decennio del secolo scorso, presenta l'immagine della riva di Sebenico popolata, come spesso accade nelle cartoline edite, come questa, da Modiano, di un folto gruppo di abitanti del luogo: in particolare la didascalia ci informa, in italiano e in croato, trattarsi del Borgo di Mare e della Pescheria. Quest'ultima, suppongo l'edificio visibile a destra, non esiste più, mentre esiste naturalmente ancora la splendida cattedrale di San Giacomo, che si scorge per gran parte a destra nell'immagine.

Il Borgo di Mare era uno dei due borghi annessi alla città, essendo l'altro il Borgo di Terra, e si estendeva lungo la riva del mare, in particolare attorno al colle su cui oggi sorgono le rovine della fortezza di San Michele, luogo che fu il nucleo originario della città, citata per la prima volta nel 1066. Il Borgo di Mare era comunque già all'epoca della cartolina, e da decenni, unito ormai saldamente al centro cittadino, tanto più che l'immagine che vediamo mostra una zona di transizione tra i due. E' interessante notare che alcuni fanno risalire il nome croato della zona, Dolac (a volte scritto in italiano Dolaz, adottando nella sostanza la pronuncia del termine slavo), al verbo croato "doći" che significa "ve**re, arrivare, giungere", intendendo quindi il nome come "punto di arrivo" o "punto di accesso", il che avrebbe perfettamente senso in un Dalmazia in cui per secoli, fino a tempi relativamente recenti, il mare è stata la più importante via di comunicazione. Nonostante ciò, in relazione a questa zona della città, leggiamo in una rivista italiana del 1895 che "le case, alcune umili e di recente costruzione, altre antiche e costruite in gran parte su la viva roccia, sono abitate in buon numero da contadini".

A far da contraltare, si diceva, era il Borgo di Terra, che si estendeva a nord-ovest della città, verso l'entroterra appunto, e che si era formato via via coll'afflusso di genti dall'interno, in particolare durante le numerose guerre contro i Turchi ai tempi della Repubblica di Venezia. Anche in questo caso è interessante il nome croato, Varoš, stesso nome peraltro, per restare in zona, anche di un borgo di Spalato, quello che in italiano era detto Borgo Grande e che si estendeva ai piedi del monte Marian, a ovest del centro storico. Il termine deriva in effetti dall'ungherese Város che sta per "città, centro abitato" (vár in particolare significa "castello, fortezza), il quale è arrivato al serbocroato come prestito dalla lingua turca, che l'aveva già accolto.

Chiudiamo con una curiosità: si riporta che nel Borgo di Mare sebenzano sia avvenuto addirittura un miracolo: a quanto pare nel 1597 viveva in quella parte della città, come riporta un pubblicazione zaratina del 1856, la signora Elena Simunicevich, povera e sola al mondo, alla quale capitò in aggiunta di cadere malata di un morbo che le gonfiò i piedi e le colpì le gambe a tal punto che in breve non riuscì a muoversi che strisciando. Finì, ahilei!, col vivere chiedendo l'elemosina fuori dalla chiesa di Santa Croce, nello stesso borgo, dove, a quanto pare, c'era un crocifisso oggetto di venerazione (e oggetto anche della pubblicazione zaratina). Capitò che un mercante veneziano residente in città, tale Lorenzo Jacobi, prendesse a cuore il suo caso e la facesse visitare al chirurgo Simone Ivicich, il quale sentenziò tuttavia che poco si poteva fare, e anche quel poco era di difficile attuazione vista l'indigenza dell'ammalata. Pur tra tante ambasce, Elena non p***e la fede e continuò ad confidare in Dio, finché nella primavera del 1605 il male s'aggravò a tal punto che la costrinse a letto per quarantasei giorni: attorno alle feste pasquali di quell'anno, nottetempo, ella udì una voce che la invitava a non smettere di "credere in me", la qual voce, interrogata dunque sulla sua identità, disse di essere il tanto venerato Crocifisso. A quel punto Elena si recò alla chiesa di Santa Croce a Borgo di Mare e vi restò quarantasei giorni, esattamente lo stesso periodo che aveva passato allettata, alla fine dei quali risultò del tutto guarita. A certificare la miracolosità del fatto fu lo stesso Ivicich, assieme ad altri che confermarono lo svolgersi degli avvenimenti, tra i quali viene citato un vicino di casa dal cognome interessante: tal Luca Lombardich.

SPALATO - UN COMMENTO IRONICO DI UN TURISTA INGLESELa cartolina che proponiamo oggi, inviata nel settembre del 1901 da P...
28/07/2025

SPALATO - UN COMMENTO IRONICO DI UN TURISTA INGLESE

La cartolina che proponiamo oggi, inviata nel settembre del 1901 da Pola verso Lincoln, nell'Inghilterra centrale, rappresenta una veduta del porto di Spalato, con la riva in bella vista, sopra la quale torreggiano a sinistra la torre veneziana del XV secolo e, a destra, il campanile della cattedrale di San Doimo, rivestito da una f***a impalcatura, come in molte delle cartoline spalatine d'inizio novecento. Il mittente si concentra proprio su questo, e scrive: "La cosa curiosa in questa foto è la guglia della cattedrale, i cittadini hanno speso tutti i loro soldi per l'impalcatura e non gliene sono rimasti abbastanza per finire la guglia!". Effettivamente i lavori al campanile forse più iconico di Dalmazia, risalente al 1300, durarono a lungo, dal 1890 fino al 1908, ma non è detto che il fattore economico sia stato il maggiore, o comunque l'unico, per spiegare tanta lungaggine: il campanile aveva infatti avuto una storia travagliata, con modifiche, innalzamenti, restauri che si erano susseguiti nel corso dei secoli, spesso con l'utilizzo di materiale eterogenei e che resero quello iniziato a fine ottocento di non semplice realizzazione. Alla fine si trattò di una sostanziale ricostruzione, che modificò nella sostanza il campanile. Così si legge in un articolo de La Voce di qualche anno fa "Uno degli interventi più importanti è stato eseguito tra il 1890 e il 1908. Inizialmente a dirigere i lavori fu chiamato l’architetto Alois Hauser, ma il restauro fu completato da Emil Förster ed eseguito dalle maestranze di Andrija Perišić. Prima il campanile appariva molto diverso, più fedele ai canoni dell’estetica medioevale. Lo testimonia uno schizzo del 1751 del gesuita italiano Daniele Farlati. Osservando il disegno si nota che durante il restauro eseguito a cavallo tra il XIX e il XX secolo molte decorazioni, anche importanti, sono state sostituite con delle copie. Altri ornamenti, a loro volta, sono stati semplicemente rimossi e depositati nei musei della città o nel cortile del Palazzo arcivescovile. Interessante è il destino degli ornamenti finiti nelle mani del leggendario Don Frane Bulić, che incorporò le decorazioni in oggetto nel Tusculum a Salona , dove colonne, capitelli e altri elementi decorativi prelevati dal campanile della Cattedrale vennero trasformati in fontane, tavoli e... “sgabelli”. E' curioso notare che questo a Salona, nel sito dell'antica città romana, sia stato per molti elementi architettonici un sostanziale ritorno a casa, visto che il campanile, come altre parti della città, era stato costruito con materiali presi proprio da lì.

E questa presunta mancanza di danaro per la troppa spesa dell'impalcatura? Non ho trovato nulla di preciso nella mia brevissima ricerca, tuttavia è ben possibile che la costruzione e il mantenimento per molti anni dell'impalcatura abbia pesato notevolmente sul bilancio del progetto, il cui iter fu di per sé in ogni caso complesso e costoso. Può darsi che al viaggiatore inglese venissero riassunte le difficoltà in cui si dibattevano i lavori riducendole, con sottile ironia dalmata, alla storia dell'impalcatura, e che la cosa, ai suoi occhi tanto esoticamente mediterranea, meritasse d'essere comunicata fino a Lincoln, in un 1901 che vedeva l'Inghilterra chiudere la lunga e prospera stagione Vittoriana (la regina era morta nel gennaio di quell'anno) ed aprirsi con ottimismo al nuovo secolo.

VISIGNANO - UN CENTRO VIVO, UNA COLONIA TREVIGIANA, E UN EDITORE PARTICOLARELa cartolina che pubblico oggi, spedita nei ...
12/07/2025

VISIGNANO - UN CENTRO VIVO, UNA COLONIA TREVIGIANA, E UN EDITORE PARTICOLARE

La cartolina che pubblico oggi, spedita nei primi anni dello scorso secolo, ci porta a Visignano, antico e affascinante borgo rurale dell'entroterra parentino, che all'epoca contava 2088 abitanti, di cui l'84% (1756 persone), stando al censimento del 1910, si dichiaravano di madre lingua italiana, il resto (247 persone) di madrelingua croata; diverse le proporzioni a livello comunale dove gli italofoni salivano moderatamente fino a 2421 unità, mentre i croatofoni esplodevano fino a 2566: si trattava dunque di una zona che riproduceva la classica situazione di buona parte dell'Istria interna, con gli italiani concentrati nel centro maggiore, e i croati predominanti nei villaggi del circondario.

Visignano è, come detto, un paese d'origine antica, che sorge su colle dove in epoca protostorica sorgeva un castelliere e che successivamente fu oggetto d'insediamento romano: tuttavia l'immagine della cartolina rappresenta un'area del paese che, all'epoca della cartolina, era di (relativa) recente edificazione, poco fuori dai confini del centro storico propriamente detto, ovvero la via del Municipio, che corre dritta verso verso nord-est. Dello sviluppo urbanistico di Visignano accenna un articolo uscito sulla "Strenna Istriana per l'anno 1887", in cui del paese un viaggiatore dice "E' questa una borgata posta su un vago colle, con circa 1000 abitanti, piccolina sì, ma bellina e carina, e progredisce ogni anno con l'erezione di nuove case, fra le quali primeggiano sulla strada maestra quelle dei signori Giovanni De Caneva, Mauro Crippa milanese, e Antonio Dell'Oste (...). E si noti che i nuovi edificj non si erigono, come altrove si vede fare, qua e là a casaccio, ma sì dietro un regolare piano topografico". In generale Visignano fece davvero un'ottima impressione all'autore dell'articolo, in particolare relativamente alla cortesia dei suoi abitanti e alla vivacità che il pur piccolo borgo manifestava "Hanno a Visignano ben tredici giornali, che fra breve saranno raccolti in una sala di lettura, e una scuola popolare per i fanciulli e una per le fanciulle, una Società Operaja di oltre 70 socj, la quale va innanzi assai bene, un Officio Postale-telegrafico, e, di regola, un medico comunale il quale, sgraziatamente, manca da più di tre anni". Interessante è poi l'accenno a un'immigrazione a scopo vitivinicolo: il nostro viaggiatore, parlando degli ottimi vini di Visignano, racconta che "Non offrendo il paese tante opre quante ne occorrono alla coltivazione de' terreni, i possidenti visignagnesi si fecero ve**re parecchi abili coloni dall'Italia, ed ora lì sono domiciliate dodici numerose famiglie della provincia di Treviso (dei dintorni di Conegliano), tutta gente operosa, sobria, piena di intelligenza"; lo scritto è del 1887, e quell'"ora" fa presumere che l'arrivo dei trevisani risalga a tempo prima, probabilmente anteriormente al 1866, anno di annessione del Veneto da parte del Regno d'Italia, che lo tolse rocambolescamente all'Austria.

Un ultimo commento merita l'editore di questa cartolina, "G. Mocibob" come si vede scritto in basso a sinistra, dicitura che appare anche nell'immagine, più precisamente dipinta sul muro dell'edificio all'estrema destra della cartolina: la stessa persona? Probabile. Il cognome Mocibob era relativamente diffuso nella zona e nella stessa Visignano (il nostro viaggiatore, citato nel paragrafo precedente, a un certo punto ringrazia per l'ospitalità il parroco del paese Simone Mocibob), ma il Mocibob più noto è probabilmente Giovanni Mocibob, lungamente e ultimo sindaco di Visignano, morto esule a Gemona nel 1957 dopo aver subito la deportazione da parte dei titini. Di lui si legge in un articolo dell'Arena di Pola che ne annunciava la scomparsa: "La prima redenzione lo trovò esuberante ed entusiasta: stimolò e sostenne, spesso trascurando interessi personali, la Lega Nazionale, circoli di cultura ed educò qualificatissimi complessi bandistici; artista appassionato, decorò degnamente la nuova chiesa di San Rocco. Resse per molti anni prima e poi le sorti del comune valorizzando ogni settore di attività": davanti a tanto eclettismo, non ci sarebbe da stupirsi che il G. Mocibob, editore di cartoline nella Visignano d'inizio novecento, fosse proprio lui.

Indirizzo

Monselice

Sito Web

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