10/02/2026
🌐𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐧𝐚𝐮𝐠𝐮𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 “𝐋𝐚 𝐂𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐌𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐢”
✅𝐌𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚, 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐭𝐭𝐢, 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐮𝐥 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐫𝐝𝐢̀ 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐨
🔷Procida - Una pioggia leggera, quasi timida. Gocce sottili sul tufo, sul ferro arrugginito dei macchinari posti fuori per tessere tele, lini, sulle vecchie ferriate che tremano stremate da ruggine e vento. Così si è aperta, nella sera di domenica, l’inaugurazione della "Cittadella dei Misteri", all’interno dell’ex opificio del penitenziario su a Terra Murata. Un luogo che, da solo, racconta tanto. Forse tutto.
Non è un luogo qualsiasi. È un corpo vivo, ferito, sopravvissuto. Un edificio che fu carcere, che vide generazioni cristallizzarsi nel silenzio e nella pena. Oggi, ricondotto ad una sembianza di vita. Ma basta attraversarne le soglie per sentire che non si tratta solo di architettura o muratura: quelle pareti sono custodi di dolore, ma ora anche di speranza. Il contrasto è tagliente e struggente. Non ci ero mai stato prima. Proprio lì, in quegli spazi ruvidi, nasceranno i nuovi misteri di quest'anno.
In quel ventre di storia, in quei stanzoni penetrati dall’umidità che odorano insieme di legno vecchio e di futuro, hanno cominciato a muoversi già da giorni mani giovani.
La "Cittadella dei Misteri" non è soltanto il luogo dove si costruiranno le tavole dei misteri per certi commentatori “cosiddette allegoriche”, ma è soprattutto il luogo dove una generazione impara a costruire una memoria collettiva.
Già all’ingresso la serata è apparsa diversa, densa. Attorno a un tavolo, adornato con un drappo color oro, il direttivo dell'associazione. Ai lati, due basi degli anni addietro, con tanta arte e maestria costruita sopra. Un po' più in la i ragazzi, anche giovanissimi. Nessuna luce fredda dei cellulari negli occhi, ma luce calda di ascolto, stupore, spirito di appartenenza.
Dopo l'accoglienza, la prima esplosione emotiva: un lungo, sentito applauso dedicato al Dott. Giacomo Retaggio. Non solo un medico, ma una delle ultime voci autentiche della memoria procidana. Figura carismatica, ironica e profonda allo stesso tempo.
Poco dopo, l’intervento del presidente Antonio Brecciano, simbolo di continuità tra passato e presente, ha illustrato i numeri, gli spazi, le tappe costruttive dell’edizione 2026.
Ma più che i dati, le adesioni, il tesseramento, è stata la voce a raccontare. Una voce che tremava a tratti, non per debolezza, ma per il peso emotivo di ciò che si stava inaugurando.
Nel pubblico, accanto ai ragazzi e al direttivo, in prima fila il sindaco Dino Ambrosino, l’assessore Leonardo Costagliola, il delegato a Terra Murata Antonio Gadaleta. Poco in la dalle prime file Matteo Germinario, Superiore della Congrega dei Turchini ente che organizza la processione del Venerdi Santo. Le due anime della tradizione, liturgica e artigianale, camminano insieme.
I Misteri, a Procida, non sono figure di cartapesta. Non sono solo tavole o rappresentazioni. Sono la rappresentazione delll'identità culturale procidana.
Ogni forma che nascerà tra quelle mura sarà frutto di visioni condivise, sudore, discussioni, decisioni collettive.
Ed è proprio qui che lo spazio, l’ex penitenziario, prende senso. Nonostante il freddo, le imperfezioni, le infiltrazioni, quella struttura scolpita nella pietra ha accolto una nuova umanità.
I ragazzi, tanti. Silenziosi, concentrati, vivi di una vitalità che spesso si crede perduta. Le madri con i bimbi, i nonni con i sorrisi, gli amici. Uno accanto all’altro, come i misteri in processione. Diversi ma uniti, fragili ma forti insieme.
E dopo gli applausi, le emozioni, le parole... la semplicità. Una pizza divisa in spicchi, una Coca-Cola sorseggiata mentre ci si racconta. Qualcuno si allontana per una sigaretta, qualcuno si ferma ad ammirare un cristo morto di cartapesta degli ultimi anni.
Un altro momento importante ha visto la consegna delle tessere di socio onorario alla preside Maria Salette Longobardo, che come scuola forma generazioni di giovani con rigore e cura , e al sottoscritto ( bontà loro ndr ).
È iniziata così la costruzione dei Misteri, quest’anno. Non nel frastuono sterile delle dirette social. Ma nel respiro lungo di un luogo che ha sofferto e attendeva di essere libero, nella compostezza di una comunità, come quella procidana, che ha deciso di tramandare non una leggenda, ma un’identità viva.
✒Leo Pugliese