19/05/2026
L'ultimo atto di un laico solitario: l'addio a Eugenio Balzan.
La fine di Eugenio Balzan arrivò in una mattina di luglio del 1953 a Lugano, chiudendo un’esistenza vissuta con la stessa rigorosa discrezione con cui aveva protetto i suoi ideali e la sua collezione d'arte. Nonostante avvertisse i segnali di un infarto al miocardio già da giorni, la sua tempra rimase inflessibile fino all'ultimo: rifiutò il ricovero in clinica e scelse di tornare a piedi verso la "Croce Bianca", la sua dimora abituale, con il suo consueto passo rapido. Solo nel pomeriggio del giorno successivo, sentendo che la fine era ormai vicina, chiese all’infermiera di lasciarlo solo perché desiderava pregare, spegnendosi poco dopo in quel silenzio che aveva eletto a compagno di vita.
La sua morte rivelò un uomo ben più complesso di quanto la cronaca del tempo avesse lasciato trapelare. Al funerale a Lugano, tra le massime autorità italiane e svizzere, comparve una figura che lasciò molti sorpresi: la figlia Lina, la cui esistenza era rimasta quasi un segreto per molti dei suoi stessi conoscenti. Solo dopo la sua scomparsa, le testimonianze degli amici più stretti restituirono il ritratto di un uomo "apparentemente chiuso in se stesso" e schiavo di una solitudine quasi morbosa, ma capace di slanci di infinita bontà e di una generosità che continuò a scorrere verso la sua terra anche dopo la fine della guerra.
Dalle lettere e dai ricordi emerse un Balzan fiero e orgoglioso, che pur vivendo in una "serena pace dello spirito" tra le montagne svizzere, non aveva mai smesso di sentirsi legato all'Italia. Aveva continuato a finanziare segretamente ospedali, scuole e accademie, dalle Belle Arti di Venezia alla Casa di riposo per musicisti di Milano, senza mai cercare il plauso pubblico. Oggi riposa nel cimitero di Badia Polesine, in una cella marmorea che accoglie le sue spoglie in quella terra che, nonostante i vent'anni di esilio, non aveva mai veramente lasciato nel cuore.