05/02/2024
Murgetta Rossi 2024
Quel rudere dell’ovile di Murgetta Rossi, su una curva della via provinciale da Spinazzola a Castel del Monte per Ruvo, continua a sfidare intemperie climatiche, incurie culturali, abbandoni proprietari e alterni sussulti di interessi amministrativi, n**ionali, provinciali e comunali in difesa di beni agricoli, strutturali e architettonici che reclamano maggior rispetto e attenzione per la loro testimonianza storica, civile e sociale, della nostra terra. Nell’estate 1943, all’interno di quel muro possente che garantiva sicurezza ai nostri pastori della Murgia di Spinazzola con i loro numerosi greggi di pecore, si vissero giorni di ansie e di tristi previsioni di imminenti eventi di guerra, di morte e distruzioni. Con altri ovili della zona, finì per essere occupato da immediato insediamento di soldati del Terzo Reich, da tempo insospettiti di un possibile abbandono dell’alleanza militare da parte italiana. Dopo l’8 settembre, l’ovile di Murgetta Rossi divenne teatro della più ignobile violenza dell’uomo sull’uomo. Inferociti da velenosi rigurgiti di odio razziale, quegli uomini di truppe scelte, Paracadutisti dell’esercito della Germania, elaborarono velocemente la loro opinione di “follia di tutta l’Italia”, l’armistizio di Pietro Badoglio, vestendo rapidamente panni e natura degli utili idioti, servitori di Adolfo Hi**er.
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Signor Generale Comandante della Brigata “Pinerolo”,
Grazie dell’invito rivoltomi per ricordare l’Eccidio di Murgetta Rossi nell’ottantesimo anniversario di quel terribile Settembre 1943, nel quale la nostra gente di Puglia, sperimentò il vero volto di terrore, morte e distruzione, di una guerra nelle strade, nelle piazze, nelle case delle nostre città e nelle campagne dei nostri borghi agricoli, sulle colline della nostra terra.
Saluto con immenso piacere il Sindaco, gli Assessori, i Consiglieri, i funzionari e gli impiegati comunali di Spinazzola che, in continuità delle scelte operative dei loro predecessori, garantiscono, annualmente, un responsabile servizio di Memoria alla comunità della provincia Barletta Andria Trani, avviato insieme all’Archivio della Resistenza e della Memoria di Barletta, il 21 settembre 2004.
Saluto, nel contempo, tutte le autorità, civili, militari e religiose, presenti in questa commemorazione di Memoria.
Furono giorni di forti emozioni contrastanti, per tutti gli italiani, quelli che seguirono immediatamente alla dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre del Maresciallo Pietro Badoglio. L’esplosione della gioia esultante delle f***e acclamanti il discorso del Duce del 10 giugno 1940, dal balcone di Piazza Venezia in Roma, per l’ingresso dell’Italia in guerra, dopo tre lunghi anni di stenti e di miseria, si riaccese in tutte le piazze della n**ione, equivocando il portato diplomatico – politico – militare dell’armistizio in un sospirato e deluso annuncio di fine guerra. Il crollo immediato di una millantata e propagandata, salda e duratura amicizia solidale della Germania di Adolf Hi**er e dell’Italia di Benito Mussolini, finalizzata al comune progetto, responsabilmente condiviso, di n**i fascistizzare il mondo intero, colto nella terribile mutazione immediata dei soldati del Terzo Reich nella nostra terra, da forze alleate in aggressori, radicò l’atavica convinzione italiana di considerare i tedeschi nostri irrecuperabili nemici. Anche nelle nostre città, in particolare a Barletta, stando alla testimonianza del Colonnello Ferdinando Casa, “la popolazione cerca di manifestare il suo giubilo per l’armistizio; è il sentimento di un popolo laborioso, espansivo, tenace, patriottico che si pronuncia spontaneamente. La Chiesa di San Domenico si riempie di popolani e risuona tutta di canto e di fede e di gioia, il Te Deum di ringraziamento a Dio”.
L’attesa e la speranza che si vivevano in tutti gli ambienti in quei giorni decisivi per le sorti della n**ione, serpeggiavano anche tra i militari, come si legge nella lettera del fante Domenico Pandiscia, delle casermette funzionali della città, inviata a sua moglie Nardina, il 9 settembre 1943.
“Subito vengo a rispondere alla tua amata lettera con la data del 3 corr. mi affretto di più a scriverti che proprio in questi giorni che mi erano molti in pensiero e dolenti al destino, ci è pervenuta quella bella notizia dell’armistizio che non solo per noi due ma per tutti è una felicità ed una contentezza. Ora almeno speriamo che ci possiamo rivedere subito nelle nostre case. Però dobbiamo attendere altre nuove notizie perché noi non possiamo sapere come andranno a finire le cose”.
Purtroppo le cose per Pandiscia e, non solo per lui, finirono tragicamente. La mattina del 12 settembre, di guardia al Rifugio n. 1 di Piazza Conteduca, antistante la Ferrovia dello Stato, con altri tre suoi colleghi fu ucciso dai n**isti che saccheggiarono e distrussero la stazione della città. Furono vittime della prima aggressione dei Tedeschi che dilagarono nella nostra città. Poco più oltre, nella Piazza Monumento ai Caduti di tutte le guerre, prelevarono dalla loro sede un congruo numero di Vigili Urbani e due Netturbini. Li eliminarono immediatamente, falciandoli sul marciapiede laterale del Palazzo delle Regie Poste. Catturarono tutti i nostri soldati dalle loro caserme, li fecero affluire nei giardini del Castello, sede del Presidio Militare, al comando del Colonnello Francesco Grasso, e nel giro dello stesso giorno organizzarono la loro deportazione nei campi di concentramento del Terzo Reich. La città, occupata, rimase alla loro mercè sino al mattino del giorno 24.
Quegli aggressori, in gran numero, non piovvero dal cielo in quel torrido mattino del settembre 1943, né erano soldati che “venendo dal Sud e dalle vie interne della Lucania, transitavano, attraversando la nostra città, per proseguire su la Strada n**ionale Adriatica, in silenziosa ritirata senza alcuna provocazione, e se provocazioni vi furono qui tra noi, queste furono unicamente da parte nostra” come insinuava Monsignor Cav. Giuseppe D’Amato, Cappellano Militare, testimone e protagonista degli eventi di guerra nel settembre 1943 a Barletta, avviando una distorsione storica che perdura ai nostri giorni.
Grazie alla confortevole disponibilità dello storico militare tedesco, Gerhard Schreiber, e alla sua eccezionale serietà professionale di ricercatore, siamo in possesso di un’ampia documentazione di parte tedesca, reperita nell’Archivio Militare di Friburgo, che ci aiuta a chiarire situazioni, scelte strategiche ed accadimenti per una più corretta conoscenza della storia del settembre 1943 nella nostra terra.
Nella relazione militare a fine guerra del Colonnello Karl Lothar Schulz, comandante dei Paracadutisti n**isti di stanza a Cerignola, intitolata “La Difficile ritirata in Puglia (BW 57/176) si legge: “A fine agosto 1943 il nostro reggimento venne trasferito nell’Italia del sud a nord del Golfo di Taranto. I paracadutisti erano le uniche truppe tedesche in Puglia. Poiché i Tedeschi erano per una suddivisione dei compiti si iniziarono preparativi conseguenti per un posizionamento rapido sulla costa orientale ed una concentrazione del reggimento a nord e nord ovest di Taranto. Il nostro reggimento doveva essere posizionato il più vicino possibile al centro, insieme alle altre forze italiane in ritirata.
È estremamente intuibile che, insediare in terra di Puglia truppe leggere, rapide, efficienti di Paracadutisti, più che una strategia militare per aumentare le capacità di difesa degli italiani contro il prevedibile scontro con gli alleati anglo americani in arrivo sull’intera pen*sola dopo il loro sbarco in Sicilia, mirava a guardarsi da eventuali abbandoni di alleanza degli italiani che dovevano essere rapidamente puniti ed eliminati come traditori. Tanto che Schulz prosegue: “I fatti dell’8 settembre non sorpresero le truppe tedesche il cui morale era già pervaso da un grosso senso di sfiducia. Il mattino di quell’ 8 settembre, e grottescamente anche nel pomeriggio, si continuò a lavorare in trincea grazie al lavoro di civili sotto l’occhio vigile di soldati italiani. (…) l’8 settembre fu caratterizzato da rapporti, voci, comunicazioni, alle quali corrispondevano nuove voci. Una direttiva dall’alto non fu mai data. La situazione alla sera dell’8 settembre era ingarbugliata. Attraverso comunicazioni radio tedesche e straniere, il reggimento tedesco seppe che tutta l’Italia era andata fuori di testa”.
Follia collettiva degli italiani, la dichiarazione dell’armistizio, per i tedeschi, scelta disonorevole di tradimento che, in effetti, fu immediatamente punita con deportazioni dei nostri soldati, proditoriamente declassati a IMI, internati militari italiani, e finanche con criminali stragi di numerose popolazioni civili.
“Ancora nella notte, attraverso l’ufficiale addetto, arrivò l’ordine di mettere in marcia verso Barletta la II divisione, Poi improvvisamente, venne reso noto, all’interno dello stesso ordine, un cambiamento di programma e il battaglione ritornò sui suoi passi. Come più tardi si venne a sapere, i nostri pionieri in sosta a Bari erano stati vittime di una mancanza di chiarezza da parte italiana. Erano, infatti, stati caricati in treni pronti per loro ed inviati senza una meta certa verso il Nord, in quanto il comandante italiano non sapeva da chi doveva prendere ordini”.
Chiaro? I Tedeschi che dilagarono nella nostra terra immediatamente dopo l’8 settembre, accampati nei nostri boschi, nelle nostre campagne e negli snodi stradali più efficaci per le loro azioni rapide e distruttive, non piovvero improvvisamente dal cielo, avevano una loro efficiente organizzazione residenziale dislocata tra la Puglia e la Basilicata.
I centoventi soldati del gruppo di combattimento del Tenente Friederich Kurtz che la sera dell’11 furono eroicamente fermati, respinti, catturati e messi in fuga al caposaldo del Crocifisso in Via Andria alle porte di Barletta, venivano dai boschi di questa nostra Murgia come documenta il soldato Henjo Niehaus. Le sue memorie, sulla base di lettere inviate per posta militare, documenti vari e annotazioni personali, (BW 57/159 di Friburgo) che titola “Il mio servizio militare dal 1943 al 1945” ci informano sulle tappe del 1° reparto cacciatori paracadutato, a fine Agosto ’43, dalla Sicilia a Matera e sugli spostamenti sul nostro territorio.
Il giorno 8 settembre, Niehaus, annota: “Gira voce, che la guerra dovrebbe essere finita, incontriamo una quantità di gente. Alcuni ci abbracciano e gridano “la guerra è finita” e “Pace, pace". La guerra è davvero finita? Troppo bello, per essere vero. Non possiamo prendere parte a questa gioia, la nostra sfiducia è troppo grande. Più tardi si dirà che l’Italia ha capitolato. Da noi sorgono rabbia e furore e si sprecano molte brutte parole su questi “dannati italici”.
Sfiduciati i Tedeschi, soprattutto i soldati legati da forte cameratismo con i soldati italiani, che percepiscono come i loro comandanti, quell’armistizio unilaterale, sconcertante follia dell’intera Italia. Niehaus, traduce, rabbia e furore, in una spregevole riduzione di dignità degli italiani, identificandoli con il dispregiativo di “dannati italici”, che complicano irreparabilmente la sorte degli alleati in nemici.
“Cosa succederà adesso a noi in questa parte più meridionale della pen*sola? Knipschild va con un autista e me nelle vicinanze di Altamura. Lì si trova la compagnia di stato maggiore. Dobbiamo prendere ordini e vettovagliamento. Carichiamo il nostro materiale e ci spostiamo via Altamura, in zona Spinazzola. Pernottiamo in aperta campagna”.
Gli aggressori sono al sicuro nei nostri boschi, pronti per le incursioni nei nostri Accampati nei boschi di Spinazzola, sono pronti a compiere razzie di beni, distruzioni di case, uccisioni di quanti corrono l’avventura di incrociarli nel loro cammino.
Sabato 11 Settembre - La sentinella ci sveglia. Tutto è in silenzio. Il gruppo combattente Kurtz viene adesso formato, assimilando anche alcuni soldati dispersi di altre unità. La nostra forza ammonta a 120 uomini, con alcuni mezzi e tre cannoni semoventi. Dobbiamo disarmare i soldati della guarnigione di Barletta. Viaggiamo fino ad Andria e ci fermiamo in questo posto. Proviamo un sentimento di disagio. Qui i soldati tedeschi armati, là i civili.”
Il Presidio Militare di Barletta, non è la riduttiva “guarnigione” di soldati annotata da Nieahus, è un deposito misto del regio Esercito Egeo, di derrate alimentari, vestiario e di ogni altro bene per la sussistenza delle nostre truppe in zona di guerra. Ricco di 6.000 uomini in armi, è un programmato obiettivo di furiosi scontri a fuoco tra ex alleati, scopertisi improvvisamente nemici.
In quello che resta un rudere in decomposizione dell’operoso ovile di Murgetta Rossi, la storia della nostra Resistenza, si colora di crudeli, inspiegabili e gratuite violenze.
Murgetta ROSSI è il luogo – simbolo della gratuità della morte e dell’efferatezza umana che non potranno mai trovare alcuna giustificazione razionale. Non si trattò di azioni belliche. Non erano due gruppi di soldati nemici che si affrontarono per ideali e per la difesa di Patrie diverse…Erano 22 (Ventidue!) nostri soldati che cercavano la via del mare, dopo l’8 settembre di quel ’43, nella speranza che, in zone aride, collinari e deserte della loro Puglia, potessero incontrare fratelli disposti ad aiutarli. A gruppi ristretti di due a due, di tre a tre, tentavano di tornare alle loro case… In gruppo per sentirsi più sicuri. Ignoravano, quei giovani, che nella zona erano accampati i tedeschi e, incuranti delle avvisaglie da parte degli onesti contadini del luogo, chiedevano indicazioni sulla via più celere per poter arrivare al mare. Incontrarono la morte. Per giorni e notti, i loro corpi, straziati, nudi, senza elementi di possibili riconoscimenti della loro identità personale, i corpi di quei giovani uccisi a sera, con freddo stillicidio, così man mano che cadevano nella trappola dei n**isti, giacquero in quell’ovile della nostra Murgia, esposti alle intemperie e allo scempio di animali randagi.
È la preziosa Memoria, rilasciata al nostro Archivio da ANTONIO CASAMASSIMA di Spinazzola, testimone del silenzioso cammino di quelle inconsapevoli vittime verso il “luogo” del loro cruento sacrificio, riferitogli dal fratello di pochi anni più grande, guardiano del cantiere della Bauxite in quella zona.
Con un gruppo di carabinieri si recò nell’ovile indicatogli e vide lo scempio di quel mucchio aggrovigliato di cadaveri in avanzata putrefazione, ricoperti di letame, terriccio e pietre. Li seppellirono lì.
Nel silenzio di quell’ovile, in un luogo dov’è di casa il sole, l’acqua, il vento, quei corpi inumati senza alcun conforto di presenze religiose, civili e di popolo, restarono sino al 1945. Il mattino del 18 marzo furono traslati nel cimitero di Spinazzola. Il 19 marzo, il Prefetto Antonucci comunicò al Ministero dell’Interno, “Ieri a Spinazzola sono state rese solenni onoranze dei ventidue italiani trucidati barbaramente dai tedeschi in ritirata il 18 Settembre 1943. (…) Il corteo è passato (…) tra il pianto delle donne e il lancio incessante di fiori”.
Trucidati barbaramente! Leggete pure la correttezza di una comunicazione autorevole, in queste parole del linguaggio burocratico ma, non sottovalutate la conseguente identificazione dei “tedeschi in ritirata”. Per la Memoria, quei tedeschi nelle campagne della Murgia, erano n**isti occupanti, gruppi isolati pronti ad organizzarsi in gruppi misti di combattimento per interventi operativi di saccheggio, occupazione ed eccidi nelle città e nei casolari di campagna.
Beffa su beffa: quei ventidue giovani italiani, illusi forse di valere per una Patria nei confronti della quale avevano giurato amore, fedeltà e impegno di difesa, finirono massacrati da mani considerate fraterne, ancora qualche giorno prima, nell’indifferenza e nell’assenza totale delle proprie autorità n**ionali, sgretolatesi, impaurite e atterrite, in fuga dalle loro responsabilità.
Perché ricordare Murgetta Rossi?
Perché, Murgetta ROSSI, è il luogo – simbolo della gratuità della morte e dell’efferatezza umana che non potranno mai trovare alcuna giustificazione razionale. Trucidati barbaramente, quei ventidue giovani appartengono a tutti noi, che ignoriamo i loro nomi, la loro identità, le loro ansie personali, i loro eroismi non pienamente espressi e sempre ignorati.
È questa la storia. Anzi, una delle storie di una documentazione storica che non c’era e che, oggi, grazie all’entusiasmo di migliaia di giovani studenti dell’intera nostra provincia, c’è perché è narrata nelle nostre scuole, nei nostri mezzi di informazione giornalistici e televisivi, nei libri e negli opuscoli, nelle riviste scientifiche e nelle cronache n**ionali. E per di più è onorata dal ricordo, con resa degli onori militari, da parte dei Comandi del nostro glorioso Esercito della Repubblica Italiana.
Una storia che non c’era e che osammo celebrare, commemorare come Raduno Provinciale, di una Provincia che non c’era legalmente, amministrativamente, politicamente… ma che sentivamo viva, necessaria, indispensabile per affermare la nostra dignità di cittadini di un territorio ricco di valori storici, civili, sociali, La Sesta Provincia pugliese che oggi c’è e che, qui nella Murgia più silenziosa e ventosa, ha il suo il suo Sacrario Militare, uno dei suoi numerosi LUOGHI DELLA MEMORIA che deve saper difendere e tutelare nel presente per assicurare un futuro di pace e di solidarietà.
Onore al Comando della Brigata Pinerolo. Viva l’Italia!
Prof. Luigi Dicuonzo