30/12/2025
El Chaltén, territorio indigeno ancestrale Tehuelche, oggi trattato come zona di sacrificio.
Le zone di sacrificio non sono una categoria neutra.
Sono una definizione politica, applicata secondo criteri opachi, mai davvero dichiarati, che quasi sempre coincidono con territori indigeni, periferici e marginalizzati, lontani dai centri di potere.
Qui l’acqua è tutto: ghiacciaio, neve, fiume, bosco.
È la condizione stessa della vita locale.
Eppure, proprio perché zona di sacrificio, l’acqua viene separata dal territorio e ridotta a risorsa.
In questi giorni, mentre El Chaltén è attraversato da scalatori provenienti da tutto il mondo diretti al Fitz Roy, si combatte una battaglia silenziosa ma decisiva:
l’opposizione allo smantellamento della legge di protezione dei ghiacciai e delle aree circostanti.
In mezzo a tutto questo si muovono soprattutto donne.
Sono loro che attivano i processi, tengono insieme le persone e costruiscono reti.
Una forza che nasce dalla cura, come pratica quotidiana, e che ha saputo in più occasioni fermare progetti estrattivi troppo aggressivi per l’ambiente e per l’acqua.
I ghiacciai non sono uno sfondo:
sono riserva d’acqua, memoria climatica, equilibrio fragile.
Senza di loro non c’è futuro.
El Chaltén appare ordinato e desiderabile, turistico.
Prezzi da Milano, salari dell’Argentina di oggi, veicoli che valgono più di una casa: la frattura è evidente, anche se raramente dichiarata.
Eppure qui si resiste.
Con parole, con corpi, con presenza.
Perché l’acqua non è solo qualcosa che attraversa il territorio.
L’acqua è ciò di cui siamo fatti.
L’acqua siamo noi.