25/04/2026
Nicola Pesce Himself Ringraziandovi per la gentilezza e la vostra presenza, soprattutto per esservi uniti all’ultima visita già in corso e con un bel gruppo numerico. Sperando di rivedervi e dedicarvi più tempo, magari anche tra le vie di Barga, un saluto. Grazie di ❤️
Mi è successa una cosa bellissima alla casa di Giovanni Pascoli e ve la voglio raccontare!
Nascosta tra le colline verdeggianti della Toscana, c'è la casa dove il poeta visse gli ultimi anni.
Erano le 17:30 e la casa museo chiudeva dopo un'ora. Tuttavia la porta è chiusa. Io e la donna che amo non incontriamo nessuno.
Superiamo un arco e vediamo un immenso giardino invaso dal sole, c'è persino una piccola vigna che digrada curvando in lontananza.
Il tempo passa. Nulla si muove. Disperiamo di entrare. Infine una porta si apre e ne esce il pubblico. Una ragazza dalla voce arrochita dal troppo parlare è stata la loro guida. Si chiama Federica. La prego di farci entrare, rifiuta. Ma d nessuna parte c'era scritto che bisognasse prenotare! La convinco.
È il turno di alcuni giovani universitari col loro professore. Le offrono una caramella. Lui è un bravo e appassionato signore sulla cinquantina in una camicia azzurra stiratissima.
Vedendo me con questa faccia da scemo e la donna che amo decide di considerarci suoi studenti e ci racconta le amate cose di Pascoli care e note al mio cuore come se fossero ricordi miei.
Parla al posto della guida, talvolta la contraddice, e così lei riposa la gola.
Vediamo lo studio del poeta, la sua biblioteca, il suo letto, il suo cappotto!
Uscendo dalla casa, mentre i ragazzi vanno via, i rappresentati della Fondazione Giovanni Pascoli si fanno strada tra loro controcorrente, venendo verso di me. Sono Paolo De Cesari e Sara Moscardini, mi hanno riconosciuto. Sono felici che io sia passato dalla casa del poeta. Scattiamo qualche foto insieme sotto al glicine.
I ragazzi che si allontanavano si girano come a dire: ma questo chi diavolo è?
Dopo un po' il professore passa, con un imbarazzo che fino a poco prima non aveva avuto, e mi stringe la mano.
Io intanto mi sento «uno scrittore» più che mai. Pensare a Pascoli è anche pensare ai propri padri. E quel giorno ho pensato: mio padre avrebbe odiato il fatto che spesso per strada vengo fermato e avrebbe odiato che io faccia i video. Papà era molto bravo a odiare un sacco di cose.
Ma se fosse stato là a vedere che la Fondazione è accorsa da me per fare le foto, sarebbe stato orgoglioso e mi avrebbe detto «Figlio mio» con gli occhi lucidi.
Infine ho visto la tomba del poeta. Ho sentito una f***a al cuore.
A un certo punto siamo rimasti solo io e la donna che amo, all'uscita. Il sole faceva capolino ancora per poco da una montagna lontana e illuminava il verde e i campi coltivati della lucchesia.
Io, dopo aver avuto vicino il corpo di quel caro Giovanni che lessi con tanto amore, che forse in parte mi spinse ad essere scrittore, quel tenero, piccolo, fragile e forte Giovanni, ho avuto una crisi di pianto.
Dieci secondi. Nessuno m'ha visto. Solo la donna che amo. Solo il sole di Lucca, solo Giovanni Pascoli, solo papà.