03/06/2026
Il tempo delle cose che muoiono presto
C’è, in una caserma di pompieri a Livermore, in California, una lampadina che brucia ininterrottamente dal 1901. La chiamano Centennial Light, ed è il paradosso vivente della modernità: una luce che smentisce il dogma per cui gli oggetti debbano avere vita breve. Era stata fabbricata con cura, con un filamento robusto, e da oltre un secolo continua a resistere alle notti e ai giorni, testarda come un oracolo.
Eppure, proprio dalle lampadine parte la storia opposta: nel 1924 il cartello Phoebus decise che nessuna lampadina dovesse durare più di mille ore. Troppa luce sarebbe stata cattiva per gli affari.
È lì che nasce il concetto di obsolescenza programmata: rendere fragile ciò che potrebbe essere eterno.
Non fu un caso isolato. Negli anni ’40 anche le calze di nylon, presentate come indistruttibili, furono presto “addolcite” fino a smagliarsi al primo passo. Non era la chimica a imporlo, era il mercato. E oggi lo stesso accade con i nostri computer domestici, che da fulmini diventano lumache, schiacciati da software sempre più pesanti, da aggiornamenti che “casualmente” non girano sui modelli di ieri.
Ma la questione non è solo tecnica. È sociale. Viviamo immersi in una convinzione che sembra naturale: il nuovo è sempre migliore.
Lo smartphone dell’anno scorso diventa una reliquia, l’auto di cinque anni un rottame. Il “nuovo” non è più un oggetto: è uno status, un segno di appartenenza, un lasciapassare sociale.
Eppure, il Principe di Salina, ne Il Gattopardo, lo aveva capito con un secolo d’anticipo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».
È esattamente ciò che accade oggi: un fiume di novità che in realtà non cambia nulla nell’equilibrio profondo. I poveri restano poveri, mentre i ricchi diventano spaventosamente ricchi.
Mai, nella storia, qualcuno aveva accumulato tanta ricchezza quanta ne possiede l’élite odierna, in grado di comprare interi Stati come fossero calze o lampadine.
Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha provato a intervenire: ha introdotto il “diritto alla riparazione” e nuove regole che obbligano i produttori a garantire pezzi di ricambio e a non sabotare i prodotti con aggiornamenti.
Sono passi importanti, ma fermare l’obsolescenza per legge resta difficile: le aziende trovano sempre strade alternative, e i consumatori stessi, attratti dal fascino del nuovo, non sempre scelgono di riparare.
E tuttavia il gioco non è a senso unico.
Perché cambiare non significa solo consumare: significa anche scoprire nuove possibilità.
Il nuovo può essere progresso autentico: cure mediche, tecnologie che salvano vite, strumenti che rendono il sapere universale. Ogni passaggio — dalla lampadina al computer — contiene in sé una promessa di futuro.
Il problema non è il cambiamento, ma la sua caricatura.
Non è il nuovo, ma l’illusione del nuovo come unico orizzonte possibile. Così il mondo si riempie di cose destinate a morire presto, e insieme a esse anche noi impariamo a consumarci più in fretta.
La lampadina di Livermore, con la sua luce tenace, rimane lì a ricordarci che si può costruire anche per durare. Che non tutto deve smagliarsi, spegnersi o rallentare.
E che forse la vera novità non è comprare sempre qualcosa di nuovo, ma avere il coraggio di costruire cose — e società — che non si consumino in fretta.
Fonti: Guido Viale, Rifiuti. Un’inchiesta sullo smaltimento della società dei consumi, Feltrinelli, 1994.; Giles Slade, Made to Break: Technology and Obsolescence in America (2006).