19/05/2026
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*Disegnare a occhi chiusi - il gesto che “crede” di sapere*
C’è una pagina straordinaria tratta da "La montagna incantata" di Thomas Mann in cui, in un salotto mondano, gli ospiti si cimentano in un piccolo gioco: disegnare un porcellino a occhi chiusi.
All’inizio accade qualcosa di sorprendente. La mano sembra sapere.
«La sua manona, senza il soccorso degli occhi, tracciava il contorno di un porcellino visto di profilo…»
Il gesto conserva una memoria interna, una traccia motoria che resiste perfino quando viene meno il controllo visivo.
Chi si occupa di grafia lo sa bene, scrivere non è solo vedere, ma ricordare con il corpo.
E Thomas Mann, con la sua ironia sottile, mostra subito il rovescio:
«Pochissimi però avrebbero saputo disegnare un porcellino a occhi aperti, figurarsi tenendoli chiusi!»
Ed esplode il caos fra proporzioni perdute, segni fuori asse, frammenti che non si tengono più insieme, linee che sembrano autonome, quasi “arabeschi indipendenti”.
È un piccolo capolavoro narrativo, ma anche una lezione sul gesto. Non basta credere di possedere una forma perché quella forma sia davvero interiorizzata.
Anche nella scrittura accade qualcosa di simile.
Quando il gesto è profondamente acquisito, conserva una sua coerenza persino nelle difficoltà; quando invece vive di controllo superficiale, tende a disgregarsi.
Fra automatismo e coscienza, fra memoria e vigilanza, la mano dice sempre qualcosa di più di ciò che pensiamo.
E forse Thomas Mann, sorridendo, ce lo ricorda.
La mano sa… ma non sempre quanto crede di sapere.
Fonte:
Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio, 2014, cap. VII, “Mynheer Peeperkorn (continuazione)”, pp. 548-550 circa.
In foto:
M. C. Escher, Hand with Reflecting Sphere, 1935