14/03/2026
Intanto gli artisti dissidenti russi preparano la protesta contro la propaganda putiniana
/di Anna Zafesova/
Due organizzatrici con parentele moscovite altolocate, un oligarca come sponsor e una quarantina di artisti dai nomi prevalentemente sconosciuti, che probabilmente non si aspettavano nemmeno di generare uno scandalo di dimensioni europee. Il progetto con il quale la Federazione Russa intende rientrare al suo padiglione alla Biennale di Venezia per ora non sembra promettere nulla di clamoroso. La performance L’albero con le radici nel cielo viene descritta dagli autori come un “formato ibrido” - un termine un po’ inquietante che riporta alla “guerra ibrida” della propaganda del Cremlino – per esplorare i temi del “centro e periferia”. Al di là dell’intento, i nomi dei partecipanti, quasi tutti musicisti, insegnanti di musica e sperimentatori nel campo del folclore musicale, non dicono molto non solo al grande pubblico, ma anche agli addetti ai lavori. «Sono in maggioranza degli sconosciuti, e pochissimi di loro sono artisti in senso stretto, sono dei musicisti», spiega Danila Tkachenko, artista e fotografo moscovita in esilio in Italia dopo essere stato incriminato nel 2022 per una performance contro l’invasione russa dell’Ucraina. Danila – uno dei fotografi russi più celebri della nuova generazione, con un premio World Press Photo nel curriculum e una serie di scatti della Russia che sono finiti sulle copertine di mezzo mondo – è uno dei quasi 8 mila firmatari della lettera di protesta contro il ritorno dei russi a Venezia, sottoscritta da artisti, intellettuali e politici di tutto il mondo. Insieme al famoso gruppo delle P***y Riot e ad altri artisti esuli russi sta preparando una protesta davanti al padiglione russo, una performance i cui dettagli per ora vengono tenuti segreti. L’arte russa – come la musica, l’editoria, il cinema – si è divisa dopo il 24 febbraio 2022, i nomi più celebri sono prevalentemente in esilio, e a Venezia viene mandato un team composto prevalentemente da cantanti e strumentalisti, russi ma anche africani, e rappresentanti delle minoranze etniche della Federazione Russa. «Una scelta precisa, scommettere sui suoni, sul politicamente corretto del folclore musicale, per non avere problemi con quello che gli artisti possono dire», ironizza Tkachenko, che non ha dubbi: «è una tipica operazione dei servizi russi, costruita a tavolino e con un titolo probabilmente chiesto a ChatGPT».
Un depistaggio per presentare la Russia come Paese aperto e multietnico, concorda Katia Margolis, artista veneziana che ha fatto partire la raccolta firme, e che ora organizza con i colleghi ucraini un’iniziativa della “Biennale Celeste”. L’idea è di tappezzare Venezia con manifesti che annunciano mostre, concerti e talk con artisti ucraini, da coprire poi con la scritta “CANCELLATO” e la spiegazione che l’autore in questione è stato ucciso dai russi. Il problema, dice Katia, è spiegare all’opinione pubblica italiana che nella Russia odierna è impossibile l’esistenza di una cultura indipendente dal regime: a curare il progetto russo alla Biennale sarà l’Accademia della musica Gnesin, una scuola statale dalla quale escono iniziative come i “canti dell’operazione militare speciale”. Ma soprattutto a garantire che il padiglione non diventerà un luogo di riflessione critica sulla guerra è la sua commissaria Anastasia Karneeva, figlia del generale Nikolay Volobuev, una vita nel Kgb e poi vicedirettore per “incarichi speciali” di Rosoboronexport e Rostech, i monopolisti delle armi russe, e membro del cda del consorzio Kalashnikov. Laurea a Mosca e a Londra, moglie di un banchiere, Anastasia possiede l’agenzia SmartArt, che dal 2019 gestisce il padiglione russo a Venezia, insieme a un’altra moscovita di buona famiglia, Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri Sergey Lavrov.
Due personaggi che difficilmente possono permettersi una qualche autonomia, così come il loro sponsor, l’oligarca del gas Leonid Mikhelson, il secondo uomo più ricco della Russia, sotto sanzioni occidentali per aver finanziato il reclutamento di volontari da inviare in Ucraina. Per Danila Tkachenko, l’operazione Biennale è stata chiaramente pensata a Mosca, che ci guadagnerà comunque: se va in porto, aprirà un varco per il soft power di Putin, se viene respinta creerà un impatto mediatico che farà guadagnare punti fedeltà ai suoi protagonisti.
https://www.lastampa.it/cultura/2026/03/12/news/organizzatrici_figlie_di_e_oligarchi_ecco_chi_c_e_dietro_il_padiglione_russo_alla_biennale-15542796