15/06/2026
L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
L’altra banca di Civitavecchia: la Banca di Credito Agrario e Commerciale.
Sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 16 giugno 1885 fu pubblicato l’estratto di un atto del 10 maggio 1885. In quella data, in uno studio notarile, si riunirono alcuni fra i personaggi più in vista della città e del circondario per dare vita alla Banca di Credito Agrario e Commerciale in Civitavecchia con capitale sociale di lire duecentomila. Dopo la Cassa di Risparmio, fondata nel 1847, era la seconda banca che sbocciava in città.
Scorrendo l’elenco dei soci, troviamo il “gotha” cittadino di fine Ottocento: apriva la lista il cavaliere Stefano Gargana che fu il primo presidente dell’istituto di credito; al secondo posto era registrato l’avvocato di Manziana Tommaso Tittoni che l’anno successivo sarebbe stato eletto deputato per il collegio di Civitavecchia. Spicca la presenza fra i soci della “Ditta Felice e nipoti Guglielmi” e di Vincenzo Giacomini, figure che abitualmente associamo alla storia della Cassa di Risparmio di cui furono fondatori e presidenti. Fra gli altri soci compaiono Luigi Di Lietri, Osea Brauzzi, Filippo De Filippi, Cesare Lazzaroni, Ettore Alibrandi, marchese Filippo Berardi, Filippo Pirani, Raffaele Alibrandi Valentini, Pietro Benedetti, Antonio Montanucci, Ditta Luigi Manzi, Melchiorre Bellettieri, Teodoro Brandt, Gio. Battista Acquaroni, Ditta Fratelli Guglielmotti, Filippo Albert, Ettore Albert, Antonio Mangano, Gustavo De Marsanich, Achille Simeoni, Carlo Dispari, Alfredo Acquaroni, Achille Porta. La sede sociale era in piazza Vittorio Emanuele, al numero 44.
L’esigenza di fondare a Civitavecchia una banca che già nel nome mostrava l’inclinazione al finanziamento nei vari settori dell’economia cittadina, fu certamente dettata dal tentativo della ricca borghesia locale di somministrare alla città, sofferente per la perdita del porto franco e del declassamento dello scalo cittadino, nuove energie finanziarie essenziali per provare ad afferrare quelle opportunità industriali e commerciali che in quello scorcio di fine secolo si stavano delineando in Italia e di riflesso a Civitavecchia. Erano gli anni in cui la nostra città si affermava come secondo polo industriale della provincia di Roma, che all’epoca comprendeva quasi tutto il Lazio. Diversi furono i progetti industriali che coinvolsero Civitavecchia, con alterne fortune, alcuni si realizzarono, altri restarono sulla carta. Le acciaierie di Terni no decollarono mai, mentre il cementificio ebbe fortuna e una lunga vita.
La banca cessò di operare e fu messa in liquidazione nel 1902. Nel 1900 venne interessato il Banco di Roma che avrebbe dovuto sbarcare a Civitavecchia assumendo la liquidazione della locale banca, appesantita da parecchie immobilizzazioni. Ma dopo lunghe trattative, le condizioni richieste sconsigliarono l’acquisto.
Carlo De Paolis ricorda la fondazione della Banca di Credito Agrario e Commerciale e scrive che “l’attività della banca di credito risultava mirata esclusivamente ad una specifica clientela di piccoli imprenditori” e che “di essa si è perduta ogni traccia”.