Storie civitavecchiesi di Enrico Ciancarini

Storie civitavecchiesi di Enrico Ciancarini Storie civitavecchiesi narrate da Enrico Ciancarini

31/05/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

2 giugno: una corona di fiori per la tomba di Brunetto Brunetti.

Dedicato a mio suocero Giovanni Conti, maresciallo maggiore dell’Arma.

Fra pochi giorni si celebreranno in tutto il Paese gli ottanta anni del referendum costituzionale che rese l’Italia una repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente.
A Civitavecchia vinse largamente la Repubblica con 13.145 voti, pari al 68,65% dei votanti mentre la Monarchia raccolse 6.004 voti, pari al 31,35%. Votarono 19.924 donne e uomini di Civitavecchia, su un totale di iscritti alle liste di 22.670 elettori. Ci furono 620 schede bianche e 155 schede non valide. I voti a Civitavecchia per l’Assemblea costituente che redasse la nostra Costituzione furono cosi ripartiti: PCI 4.979 voti (26,94%); PSIUP 4.910 voti (26,57%); DC 4.205 voti (22,75%); PRI 1.596 voti (8,64%); Uomo Qualunque 907 voti (4,91%); seguono altre liste.
Questi i dati elettorali di quella giornata storica che vide donne e uomini, finalmente liberi dalla dittatura fascista, scegliere il proprio destino, il proprio governo.
A garantire la libertà di voto furono le forze armate, la Pubblica sicurezza ma soprattutto l’Arma dei Carabinieri che ieri, come oggi, è diffusa in tutti i paesi e le città della Pen*sola.
A comandarli in quei giorni decisivi per la democrazia in Italia c’era il generale Brunetto Brunetti (Pesaro 1887 – Roma 1947) che aveva assunto il comando dell’Arma il 7 marzo 1945 per tenerlo fino alla morte avvenuta il 5 aprile 1947.
Egli è sepolto nel nostro Cimitero monumentale. Non ne conosco i motivi, forse per qualche periodo fu assegnato alla Scuola di Artiglieria che aveva sede nella nostra città nell’ambito delle Scuole centrali militari che fino alla Seconda guerra mondiale furono elemento di sviluppo culturale ed economico per Civitavecchia.
Il generale Brunetti il 10 maggio 1946 emise una circolare destinata a tutti i Comandi dell’Arma:
“Apolitici per tendenza e per tradizione, fedeli al loro patrimonio morale che si ricollega ai fasti del Risorgimento italiano, autentici figli del popolo preposti alla tutela delle leggi e dei cittadini ed al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, tutti i componenti dell’Arma, dai capi ai più modesti gregari, daranno in quell’occasione nuova tangibile prova della loro lealtà e del rispetto da essi sempre vivamente e profondamente sentito per la giustizia, la sovranità e la volontà popolare.
È loro preciso inequivocabile dovere e sacro impegno d’onore rispettare e far rispettare nell’adempimento dei doveri del loro stato il risultato del referendum istituzionale e le relative decisioni dell’Assemblea Costituente … ho piena fiducia che il popolo italiano, nella rinata coscienza della sua sovranità e maturità politica, ritroverà in ogni evenienza l’Arma al suo fianco come prima e come sempre: BENEMERITA!”
Sarebbe bello che il 2 giugno, l’Amministrazione comunale o la sezione civitavecchiese dell’Associazione Nazionale Carabinieri ANC ricordino con un omaggio floreale posto sulla sua tomba, il generale Brunetto Brunetti, protagonista di quel 2 giugno 1946 come custode dell’ordine pubblico e primo comandante generale dei Carabinieri della Repubblica Italiana.

24/05/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
La partenza del re per la Sardegna: entusiastiche acclamazioni della folla.
Per l’arrivo del Re la città ha assunto un aspetto di festa. Piazza della Stazione, il viale Garibaldi e le vie che conducono al porto sono tutte imbandierate. Al porto vi è stato in mattinata un grande via vai di motoscafi, mas e vaporini. Una grande folla si è andata riunendo fin dalle 14 lungo il viale Garibaldi e i punti della città dai quali si domina il porto. L’antemurale e la banchina del porto sono affollatissimi. Il molo è una grande striscia animata che si incunea nel mare avendo da una parte i piroscafi all’ancora nel porto e dall’altra l’interminabile fila delle navi da guerra ancorate nella rada. La folla si assiepa anche sulla calata principe Tommaso di Savoia, sui moli del Lazzaretto e sui bastioni delle mura di Urbano VIII. Sotto lo storico arsenale del Bernini sono invece ad aspettare il Re le autorità politiche ed amministrative. Cordoni di truppa e di carabinieri sono stati disposti lungo il viale e le vie che portano alla Capitaneria del porto.
Il “Savoia”, sul quale s’imbarcherà il sovrano, è giunto stamane di buonora ed è andato ad ancorarsi dinanzi all’avamporto Molo nuovo.
Alle ore 15 precise giunge in stazione il treno reale scortato da alcune squadriglie di velivoli. Apena il Re scende dal treno scoppiano applausi vivissimi. Tutte le navi da guerra alzano il gran pavese e sparano le salve di rito.
Alla stazione il Re e la principessa Giovanna salgono in automobile e fra immense acclamazioni della folla, che grida “Viva il re”, si recano alla sede del comando del porto, tutta decorata ed ornata di piante e festoni.
Al comando del porto, il sovrano e la principessa vengono ossequiati dal sottoprefetto, dal comandante del porto e da altre autorità. Attraversata la sala riservata della capitaneria, il Re appare sul pontile. Dalla folla sparpagliata sul molo, sulle banchine, nelle barche, parte un applauso interminabile al quale Vittorio Emanuele III risponde salutando militarmente.
Il Re aiuta la principessa Giovanna e la dama di compagnia, duchessa Cito di Torrecuso, a scendere nel motoscafo che fila rapido verso il “Savoia”.
Nel cielo limpidissimo volteggiano vari aeroplani. Un rombo possente di motori, richiama l’attenzione della folla: è il dirigibile “N.2”, la magnifica aeronave creata da Umberto Nobile, che partita alle 14.55 da Ciampino, al comando del colonnello Bricolo, è giunta sul cielo di Civitavecchia per portare al re d’Italia il saluto dell’aeronautica, recentemente fondata.
Finalmente alle 16.20 lo yacht reale parte, accompagnata da numerose navi da guerra, fra cui l’“Andrea Doria”, il “Cavour”, il “Giulio Cesare” e il “Duilio”.
Tutta la popolazione schierata sull’antemurale acclama lungamente al Re e a Casa Savoia.
Era il 28 maggio 1926 (dai giornali dell’epoca).

14/05/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

14 maggio 1943: morte al Grand Hotel delle Terme.

Il 14 maggio 1943, alle ore 15,15, Civitavecchia fu per la prima volta colpita e devastata dai bombardamenti degli Anglo-americani che volevano annientare più obiettivi militari possibili e nello stesso tempo fiaccare il morale della popolazione. Quel giorno raggiunsero entrambi gli scopi.
Il porto e numerose navi lì attraccate, diverse caserme, banche, alberghi, cinema, la stazione ferroviaria, scuole, tante case, furono distrutti o gravemente danneggiati. La perdita più grave fu quella di vite umane: quasi 400 fra bambini, donne ed uomini morirono sotto le macerie o a bordo delle navi. Non per tutte le vittime fu possibile il riconoscimento, decine di corpi umani furono sepolti in fosse comuni senza essere stati identificati. L’almanacco ricorda una di queste vittime.
Giovanni Di Bari Bruno era il ragioniere capo del Comune di Civitavecchia, molto apprezzato nell’ambiente dei funzionari degli enti locali. Aveva curato numerose pubblicazioni specializzate in contabilità comunale. La “Rivista italiana di ragioneria” ne pubblicò il necrologio: “fu un appassionato delle nostre discipline, ed agli studi, specie di ragioneria comunale, aveva dato tutto il suo fervore e la sua salda preparazione”. Nella “Guida Monaci” del 1941 era indicato come presidente delle sezioni civitavecchiesi dell’Istituto Fascista dell’Africa Italiana e dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, organi culturali del regime. Era nato a Torino il 5 ottobre 1898.
Sul Registro degli Atti di morte per l’anno 1944, Parte II, Serie C del Comune di Civitavecchia, nella prima pagina è annotata la “Scomparizione di Di Bari Bruno Giovanni”.
Il 10 maggio 1944 l’ufficiale di Stato Civile Giuseppe Gustavo Forcesi registrava l’atto di notorietà del 1 febbraio emanato dal Tribunale di Roma circa la scomparsa di Giovanni Di Bari Bruno. Testimoni erano Antonietta Grioni, vedova di Silvio Piotti, direttrice del Grand Hotel delle Terme; Arturo Roggero, segretario cassiere dell’albergo; Umberto Taffi e la moglie Maria Parmiani, nonni del mio amico e compagno di Liceo Umberto Taffi, a cui dedico questo almanacco. I Taffi erano i cognati della vittima, che aveva sposato Bianca Taffi. Tutti i testimoni lo avevano visto entrare nell’albergo e rilasciarono dichiarazioni simili:
“Il giorno 14 maggio 1943 alle ore 15,05 trovandosi sotto il colonnato dell’albergo stesso, ho veduto entrare per conferire col Marchese Gastone Franceschini, che lo aveva mandato a chiamare il cav. Giovanni Di Bari Bruno. Subito dopo si verificò il bombardamento che distrusse quasi tutta l’ala sinistra dell’albergo dove trovavasi l’ascensore ed il telefono e dove il Di Bari Bruno sarebbe dovuto trovarsi per conferire col Franceschini; che sotto le macerie di quell’ala vennero estratti ben 32 cadaveri tra i quali quello del Marchese Franceschini; ma non fu possibile rinvenire quello del Di Bari Bruno e di altri ai quali si deve presumere dovessero appartenere i resti umani irriconoscibili estratti durante la escavazione durata parecchi giorni”.
Il verbale riportava alla fine “che per quante ricerche siano state fatte dai parenti e dall’autorità locale, non fu possibile rinvenire il ca****re, ma soltanto una parte della giacca che in quel giorno indossava e precisamente quella destra ove teneva il portafoglio che fu trovato intatto con le carte ed il denaro che conteneva”. Pertanto il Tribunale di Roma aveva decretato la sua morte presunta ed inviato al Comune di Civitavecchia il relativo per essere inserito nel citato registro.
Ottantatre anni dopo lo ricordiamo con questo Almanacco, sperando, invano, che tragedie simili non accadano più e che l’Umanità finalmente scopra la pace e l’amicizia fra i popoli.

11/05/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
Il miracolo in fondo al mare. La “palla nautica” di Felice Balsamello.
Se un giorno, vi capitasse d’inerpicarvi fino a Gangi, posta a m. 1.011 sul livello del mare in provincia di Palermo, eletto nel 2014 “Borgo più bello d’Italia”, non mancate di visitare il Santuario dello Spirito Santo, una bella chiesa del XVII secolo. In una vetrina all’interno della chiesa, è conservato un ex voto composto dalla riproduzione in oro della “Palla nautica” e un’incisione realizzata dallo stesso miracolato: Felice Balsamello, eclettico scienziato di Gangi, nato nel 1854.
La “Palla nautica” fu uno dei primi tentativi in Italia di creare un mezzo adatto ad immergersi in mare. Il prototipo fu realizzato da Felice Balsamello nel 1889. In quell’occasione, l’inventore rischiò di affogare all’interno della “palla” perché le paratie non avevano retto alla pressione delle profondità marine e avevano iniziato a cedere, facendo imbarcare acqua al mezzo. Nel libro “Fede, viaggi e fisica”, stampato nel 1909, Balsamello rievoca quei momenti di terrore:
“Aspettavo da un momento all’altro la catastrofe, pregavo la Madonna, Gesù, lo Spirito Santo, ma l’acqua continuava ad entrare. E che fate, Gesù mio Sacramentato, che fate Divissimo Spirito Santo, io qua muoio da un momento all’altro. Voli lo sapete, non è paura fantastica, da nevrastenico, qui, se entra ancora, forse un altro litro d’acqua, scenderò con la mia macchina nel profondo del mare. Sono vostro protetto, o Signore, non mi lasciate perire in questo modo”. Alla fine la palla fu sollevata e riportata all’aria aperta, per Balsamello fu la salvezza, la grazia ricevuta!
Anche le successive immersioni furono sperimentate al largo di Civitavecchia. Sul “Corriere della Sera” del 9 maggio 1893, abbiamo la cronaca di uno di questi esperimenti:
“Nel porto, a pochi metri di profondità, cominciarono alle undici gli esperimenti di immersione e di emersione della palla che ha tre metri di diametro e trentacinque millimetri di spessore. Scese pel primo sott’acqua il capitano Scotti insieme a un marinaio. Chiuso ermeticamente il coperchio della palla, questa toccò da sé il fondo tornando poi ugualmente da sé alla superficie quando volle il capitano Scotti.
Al secondo esperimento scese Adolfo Rossi della “Tribuna” insieme ad un marinaio. Ritornato alla luce, Rossi disse che dall’interno della palla attraverso 4 vetri vedesi bene l’acqua circostante e il fondo. Per risalire basta girare una manovella. Esternamente la palla è munita di tenaglie con cui si possono pescare gli oggetti. Possiede pure un’elica con la quale è dirigibile; ma, in causa del cattivo tempo, il seguito degli esperimenti fu rimandato ad altro giorno, dovendosi per essi prendere il largo, per scendere a qualche centinaio di metri di profondità”. Questa la cronaca del 9 maggio, il giorno dopo sempre sul quotidiano milanese, si poteva leggere che “gli esperimenti sono riusciti meschini” e solo perché la palla “era legata con un gomena assicurata all’argano del vapore” si era potuto recuperarla quando a bordo c’era il giornalista Rossi che non si accorse del pericolo, mentre il marinaio che lo accompagnava aveva esclamato con terrore “Non si sale più!”. Nei giorni successivi furono effettuati altri esperimenti, si toccarono i 65 metri di profondità ma il Ministero della marina si dichiarò non interessato. A questi esperimenti era presente Ricciotti Garibaldi.
Articoli sulla “Palla nautica” furono pubblicati su tutti i giornali dell’epoca. In quegli stessi anni, sempre a Civitavecchia, si sperimentava un altro battello subacqueo “l’Audace”. Anch’esso non ebbe fortuna.
Chissà se a quegli esperimenti assistette l’ingegnere Cesare Laurenti, nostro concittadino, che è passato alla storia come il padre del sottomarino italiano, che proprio nel 1889 si laureò ingegnere.
(Ispirato all’articolo “L’ex voto della Palla nautica” di Lucia Graziano apparso nel sito internet “Una penna spuntata”).

03/05/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

Una grattugiata di pecorino.

Immaginatevi al porto di Civitavecchia due secoli fa. Tanto movimento di uomini ma soprattutto di pecore. Il nostro scalo era il punto di partenza per la lana e per i formaggi che i pastori umbri, marchigiani ed abruzzesi, producevano nella Maremma laziale dopo essere scesi dai loro monti con le greggi.
L’odore di pecorino doveva essere veramente intenso sulle strette banchine del porto. Ne giungevano carri stracolmi e le forme venivano caricate sulle diverse imbarcazioni che le trasportavano a Roma. Sul Diario di Roma del 1803 troviamo registrato quello che da Civitavecchia arrivava al Porto di Ripa grande: 175 forme di pecorino e 97 casse di formaggio trasportate da Pasquale Imperato; Pietro Piferato sbarcava 50 cassette di formaggio e 288 forme di pecorino. Giuseppe Jacone con la sua filuca ne trasporta addirittura 1993! Qualche volta insieme al pecorino si trasportava anche il parmigiano ma era più raro. Un traffico intenso che durò per decenni come attesta una pubblicazione specializzata stampata a Lodi nel 1887:
“Fra tutti i formaggi di latte di pecora che si producono in Italia, comprese le isole, quello romano è forse l’unico che si possa chiamare un vero tipo commerciale. Infatti esso è fabbricato in grande quantità. È bene accetto in commercio e presenta una costanza relativa di forma, peso, struttura e sapore. Il suo consumo non è limitato a Roma ed alla provincia, ma è diffuso anche in altre regioni d’Italia. Parecchie migliaia di quintali di cacio pecorino, prodotto nella provincia di Roma, partono annualmente da Civitavecchia per diversi porti italiani, principalmente per Napoli, Livorno e Genova”.
Prima della Seconda guerra mondiale, sull’Annuario politecnico italiano, a Civitavecchia risultavano almeno tre caseifici o grandi depositi di pecorino: Ferrari Ottavio e Figli, specializzati in salagione formaggio pecorino romano; Siniscalchi e Parenti in Via Aurelia Etrusca, produzione di pecorino romano; la Società Romana per il formaggio pecorino votata alla fabbricazione e salagione formaggio pecorino romano.
Con tanto pecorino a disposizione, era naturale che una fetta finisse sulle tavole civitavecchiesi. E allora una bella grattugiata di pecorino arricchì i piatti tradizionali della nostra cucina. Paride Centurioni, custode della tradizione gastronomica di Civitavecchia, ce ne indica tre: riso con la seppia, spaghetti con le alici fresche e il più classico spaghetti con il sugo di polpo di cui pubblichiamo la sua ricetta. Ingredienti: polpo (generalmente uno o più polpi della grandezza di 0,5-1 kg), aglio, olio EVO, prezzemolo, peperoncino, pomodoro, pecorino romano e spaghetti.
Ricetta: lavare il polpo, rimuovere occhi, bocca e interiora; tagliare i tentacoli a coppie, lasciando la testa attaccata ad una delle coppie di tentacoli; in un tegame, scaldare l’olio e soffriggere aglio, peperoncino e prezzemolo, fino a che sprigionano l’aroma senza bruciare. Aggiungere i tentacoli e la testa al soffritto, far rosolare pochi minuti; unire il pomodoro, regolare di sale e pepe, e cuocere a fuoco basso per 1,5-2 ore, finché la carne diventa tenera e il sugo denso e rosso intenso. Condire gli spaghetti con il sugo e spolverare con Pecorino romano grattugiato. Il polpo può essere servito anche come secondo, tagliato a pezzi o intero. È fondamentale la cottura lenta a fuoco basso. Il pecorino aggiunge una nota sapida che bilancia l’acidità del pomodoro.
Con questa ricetta della tradizione civitavecchiese con Paride Centurioni vi auguriamo buon appetito!

19/04/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

18 aprile 1948: le prime elezioni politiche della Repubblica Italiana.

Il 1948 per l’Italia e in particolare per Civitavecchia fu veramente, scusate il gioco di parole, un ’48. Le elezioni politiche del 18 aprile e l’attentato a Togliatti del 14 luglio diedero vita nella nostra città a manifestazioni e scontri di particolare intensità e violenza fra i sostenitori dei partiti proletari contro gli esponenti dei partiti governativi e le forze dell’ordine scesero in campo per porre fine alle violenze che scoppiavano nelle vie e piazze civitavecchiesi. In quei mesi si registrarono numerosi arresti di iscritti al PCI per detenzione di armi da guerra, rimanenze del recente conflitto.
Prime avvisaglie di questo clima di scontro fu la proclamazione dello sciopero generale il 12 gennaio “per l’aggravarsi delle divergenze sorte tra lavoratori e proprietari di alcuni stabilimenti”. Durò solo due ore ma i sindacati promisero di prolungarlo gradualmente se l’accordo non fosse stato raggiunto.
Circa un mese dopo, lo sciopero dei marittimi bloccò le operazioni di scarico dei generi alimentari che provenivano dagli Stati Uniti. Il Governo decise di utilizzare militari dell’esercito e della marina per lo scarico dei piroscafi. “Il provvedimento ha suscitato grande fermento fra i portuali, e la Camera del lavoro ha protestato al ministero degli Interni che però è fermamente deciso a mantenere le disposizioni impartite” per favorire le urgenti operazioni di scarico.
Il clima nervoso in tutta la Pen*sola, spinse i rappresentanti dei partiti a cercare un accordo per la pacificazione degli animi che permettesse una campagna elettorale e un voto sereni. Le parti trovarono un accordo che il Governo volle estendere anche sul piano sindacale ma la C.G.I.L. chiese che fossero prima risolte alcune vertenze sindacali come quella di Civitavecchia all’Italcementi ancora non conclusa. Il ministro Pacciardi convocò le parti per trovare un accordo.
Fra i numerosi comizi che si tennero in città, quello dell’ex ministro democristiano Mario Cingolani del 4 aprile finì sulle prime pagine dei giornali: “l’oratore democristiano ha dovuto essere protetto dalla polizia contro i tentativi di violenza degli estremisti. La polizia ha pure dovuto proteggere la sede della locale DC”. Sull’Unità del 6 aprile il titolo dell’articolo era: “La risposta di Civitavecchia alle ingiurie di Cingolani” dove era scritto che il ministro si era rivelato “un calunniatore ancora più basso e triviale dell’on. Paolo Bonomi”, altro DC. Lo accusavano di aver pronunciato frasi come: “popolo ignorante e imbecille” e così via. Allora la popolazione iniziò a mormorare e a zittire l’oratore finché fu necessario l’intervento delle forze dell’ordine. Questo era il clima a Civitavecchia nei giorni di campagna elettorale per il primo parlamento repubblicano.
Le elezioni in città furono vinte dal Fronte Democratico Popolare con 10.077 voti (46,37%), la DC raccolse 8.128 (37,40), terza Unità Socialista con 1.326 voti (6,10), seguita dal PRI con 1.093 voti (5,03) e il MSI con 415 voti (1,91). Nel collegio senatoriale fu eletto il dirigente comunista Cesare Massini, ferroviere e sindacalista perseguitato dal regime fascista, con 7.634 voti (44,57). Il candidato democristiano Bruno Bianchi anche se non eletto, fu il più votato a livello del collegio: in città raccolse 6.900 voti (40,28), in tutto il collegio 40.084 (46,46) contro i 32.041 (37,14) del candidato comunista. Alla Camera furono eletti Marisa Cinciari (PCI) e il tolfetano Ortensio Pierantozzi nelle liste della DC.

12/04/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

Enrico Birnbaum, il fotografo di Pio IX.

Il 10 aprile 1819 Giovanni Maria Battista Pietro Pellegrino Isidoro Mastai Ferretti fu ordinato sacerdote. La prima messa la celebrò il giorno dopo nella chiesa romana di Sant’Anna dei Falegnami. Cinquant’anni dopo, nel 1869, festeggiava il suo giubileo sacerdotale sedendo sul trono di Pietro, con il nome di Pio IX, l’ultimo papa re.
Per l’occasione, la Camera di Commercio di Civitavecchia, in rappresentanza di tutta la comunità, donò al pontefice un elegante ed artistico album fotografico contenente dodici foto della città.
La copertina dell’album è una lastra d’argento con delicate sovrapposizioni decorative e lo stemma di Pio IX. È un eccelso lavoro dell’artigianato locale. All’interno è posta questa dedica:
“All’Immortale Pontefice e Re Pio IX nel dì 11 aprile 1869 50° Anniversario della sua prima messa – la Camera di Commercio di Civitavecchia, con riverente devozione esultante offeriva”.
Il pontefice il 31 luglio ringraziò la Camera, inviando al delegato apostolico monsignor Ferdinando Scapitta una lettera in cui scriveva:
“Venutoci sott’occhi lo splendido ed elegantissimo Album onde codesta Camera di Commercio si prese cura di far sottoporre agli sguardi Nostri i principali edifizi e monumenti di Civitavecchia; tosto corsero alla Nostra mente tutti i profusi offici di congratulazione, ed i pegni d’amore, che la stessa Città e tutta codesta provincia volle a Noi porgere, mentre eravamo per celebrare il Nostro Sacerdotale giubileo”.
Nel 2000 Odoardo Toti ed io pubblicammo il quarto volume della “Storia di Civitavecchia. Da Pio VII alla fine del governo pontificio”. Nelle ricerche preparatorie del volume trovammo notizia dell’album e lo potemmo sfogliare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Tre foto, tratte da esso, furono pubblicate nel libro. Auspicammo, inoltre, che le dodici immagini e lo splendido album fossero richiesti al Vaticano per una mostra in città che permettesse a tutti di ammirarle.
Durante quella ricerca non individuammo l’autore delle dodici vedute della città. Ventisei anni dopo, grazie al catalogo della BAV, possiamo dare un nome al fotografo: Enrico Birnbaum.
Svolgendo una ricerca su internet, leggiamo che fu attivo come ritrattista a Roma già dal 1855 e che aveva lo studio in piazza degli Orfanelli 95, oggi piazza Capranica. Nel 1865 si trasferì a Civitavecchia. Sono sue le fotografie scattate in occasione dell’ultima visita di Pio IX in città, avvenuta nell’ottobre del 1868. La più conosciuta e pubblicata è quella in cui il pontefice, davanti alla Rocca, sede della delegazione apostolica, benedice le truppe francesi.
Non sappiamo per quanti anni Birnbaum operò a Civitavecchia, forse lo possiamo considerare il primo fotografo professionista che lavorò nella nostra città. Sappiamo che alcuni collezionisti custodiscono suoi ritratti. Sarebbe interessante riscoprirlo, dedicandogli una mostra antologica.

04/04/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

Sofia Loren, penitente nella più strana processione del Mondo.

Da secoli, per le vie di Civitavecchia il Venerdì santo sfilano centinaia di penitenti con il “saccone” e il cappuccio bianco a coprire il volto, a piedi scalzi e con pesanti catene legate alle caviglie, molti per maggiore penitenza trascinano pesanti croci. Tutti invocano il perdono e la misericordia di Dio.
In molti fra il pubblico che assiste alla penosa sfilata si chiedono chi siano le donne e gli uomini penitenti e quali peccati li abbia spinti a compiere tale doloroso pellegrinaggio attraverso la città.
Più di cinquant’anni fa, la stessa domanda se la pose un giornalista della “Domenica del Corriere” , Vincenzo Nani, che sul numero del 29 maggio 1975 pubblicò un articolo intitolato “Anche Donat Cattin e Sofia Loren tra questi misteriosi peccatori?” con un lungo sottotitolo:
“A Civitavecchia sfila la più strana processione del mondo. Ogni anno, da tutta Italia, ma anche dall’estero, arrivano alcuni personaggi dei quali nessuno conosce l’identità: si autodefiniscono grossi peccatori e fanno penitenza trascinandosi a piedi scalzi e incappucciati per le strade della città. Si dice che in passato parteciparono a questo rito Curzio Malaparte, Guglielmo Giannini e il maresciallo Montgomery. Ora si fanno i nomi di attori e uomini politici famosi. Che cosa c’è di vero? Siamo andati a chiederlo al priore che organizza la cerimonia”.
Fu così intervistato l’allora priore della Confraternita del Gonfalone, il signore Livio Mosciarelli. Rispose gentile e disponibile ma fermo nel non rivelare alcun nome dei presunti famosi penitenti:
“Neppure io conosco i nomi dei penitenti che partecipano incatenati alla nostra processione”.
Prosegue affermando, che con il vice priore Luigi De Paolis, rispondono alle richieste che pervengono “attraverso amici comuni o per telefono”. Chiedono solo l’altezza per preparare il saio bianco della giusta misura. Il giorno della processione i penitenti entrano in una stanza riservata della chiesa a cui si può accedere anche per una porticina laterale. Qui trovano la signora Clara Caldarelli, e la moglie del priore, che “provvedono a consegnare i sai, aiutando ad indossarli”.
Il priore Mosciarelli non rivela alcun nome e perciò è il giornalista della “Domenica del Corriere” ad azzardare un lungo elenco di personaggi famosi: Edda Ciano, la figlia prediletta di Mussolini; Claretta Petacci, l’ultima amante del duce; Gabriele D’Annunzio che frequentava da giovane cronista la nostra città; le attrici Luisa Ferida, fucilata nel 1945 dai partigiani, e Clara Calamai, la diva sexy degli anni Quaranta. I ministri democristiani Carlo Donat Catin ed Emilio Colombo. Aggiunge alla lista già ricca Richard Burton, il divo del cinema, il compositore Piero Piccioni, l’attrice Tamara Baroni. Ma il nome più fantasmagorico che esce dal cilindro di Nani è quello della diva italiana per antonomasia: Sofia Loren! Immaginarla incedere per le strade di Civitavecchia a piedi nudi e con le catene alle caviglie è un esercizio mentale veramente straniante e chimerico.
Livio Mosciarelli ricorda che intorno alla processione “il fascino delle leggende si perde nel tempo”. Noi rileggendo l’articolo di cinquant’anni fa abbiamo viaggiato con la fantasia e sognato che un giorno la processione del “Cristo morto” del Venerdì santo di Pasqua possa avere un museo a lei dedicato, come merita e come attestano queste inverosimili presenze, fra cui, forse, però, qualcuna vera ci sarà.
Buona Pasqua.

29/03/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

Dal lascito di Felice Guglielmi a “Villa Santina”.
“Guglielmi marchese Felice di Civitavecchia, resosi defunto il giorno 23 del corrente marzo, legò la cospicua somma di L.150.000 a favore di opere di beneficienza da indicarsi dai di lui nipoti; L. 10.000 al locale Asilo infantile, e L.1.000 ai poveri in genere da distribuirsi nel dì dei suoi funerali”.
Ad annunciarlo fu la “Rivista delle Beneficienza pubblica e di igiene sociale” nel numero del 31 marzo 1893. Tanta generosità stupì i civitavecchiesi che ben conoscevano la Famiglia Guglielmi tanto che la loro tirchieria divenne proverbiale: “il pane dei Guglielmi ti sfama ma non ti sazia”.
Per le cronache del tempo tanta generosità fu dovuta alla marchesa Isabella Berardi, moglie del senatore Giacinto, nipote di Felice. Nel volume “Cento dame romane” leggiamo che la Berardi frequentò poco la Capitale perché si era stabilita a Civitavecchia dato che “s’era imposta di allietare gli ultimi anni dello zio del marito”. Inoltre, “spese la sua attività, e l’intelligenza, nell’ordinare la beneficienza nella piccola città con criteri veramente alti … sicura che i poveri non avranno a patire per la sua assenza” quando, dopo la morte di Felice, ritornò ad abitare a Roma. Per questo Isabella Berardi fu appellata “fata benefica” da parte di Emma Parodi, autrice del volume.
Il primo utilizzo del Lascito Guglielmi fu destinato all’Asilo infantile “Regina Margherita” che il 22 marzo 1896 con Regio decreto fu eretto ad ente morale e poté accettare L.54.000 circa del lascito. L’asilo era stato fondato nel 1881 con fondi del Comune, dei Guglielmi e di altre famiglie.
Più complesse furono le vicende per quanto riguardava l’assistenza degli anziani bisognosi della Città. Solo nel 1933, con Regio decreto del 31 agosto, il “Lascito Felice Guglielmi” fu eretto in ente morale con amministrazione autonoma e ne fu approvato lo statuto.
Finalmente nel 1938 le somme lasciate da Felice furono utilizzate per la costruzione di un grande edifico con un vasto giardino su via Terme di Traiano. Ma scoppiò la guerra e l’edificio fu requisito dalla Marina militare e poi, dopo i bombardamenti del 1943/44 e il ritorno degli sfollati, fu occupato da numerose famiglie senza casa. Nel frattempo la funzione di ospizio era parzialmente svolta all’interno dell’ospedale civico ma l’approssimarsi della costruzione del nuovo ospedale, imponeva di trovare una soluzione a questo essenziale bisogno della cittadinanza. L’immobile a ciò destinato dal Lascito Guglielmi, dopo decenni di altro utilizzo e aver subito numerose devastazioni, aveva bisogno di urgenti e costosi lavori di ripristino. Tutto questo fu finanziato da un’altra cospicua donazione, effettuata dall’ingegnere Mario Biferali, che aveva fatto fortuna negli USA, che eseguiva le volontà del fratello Giuseppe. Nel 1967 furono accolti i primi ospiti e la costruzione fu intitolata alla signora Santina, madre dei fratelli Biferali che, insieme alla Famiglia Guglielmi, contribuirono a realizzare la fondamentale opera, ancora oggi attiva nell’accogliere chi ha bisogno di assistenza e conforto negli ultimi anni della propria vita.

Indirizzo

Civitavecchia
00053

Sito Web

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