Artridune

Artridune art contemporary

19/05/2026
19/05/2026

📌 Nel catalogo di Exit, mostra sulla “giovane arte italiana” curata da Francesco Bonami nel 2002 alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Massimiliano Gioni scriveva:

> “L’Italia e l’arte italiana sembrano condannate a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici […] ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con America, Svizzera, Inghilterra, Francia e Germania”.

Una frase profetica. Se non fosse che lo stesso Gioni è poi diventato uno dei protagonisti di quel sistema che, negli ultimi venticinque anni, ha contribuito a rendere marginale l’arte formata e prodotta in Italia.

Gli artisti di qualità non nascono sugli alberi. Servono contesti critici, formativi, informati, capaci di creare conflitto, visione, rischio. In Italia, invece, il sistema ha spesso prodotto consenso, carriere amministrate, piccole rendite di posizione.

L’assenza di artisti italiani dalla Biennale di Venezia 2026 e la recente mostra Tragicomica al MAXXI, con 140 artisti italiani, sembrano segnare due facce della stessa crisi: da un lato l’esclusione internazionale, dall’altro l’autoreferenzialità interna. Fuori non contiamo. Dentro ce la suoniamo e ce la cantiamo.

Negli stessi giorni anche la Nazionale italiana di calcio, tempio simbolico dell’orgoglio nazionale, resta fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva. Cosa sta succedendo?

Se guardiamo al tennis, alla Formula Uno e alla MotoGP troviamo invece figure italiane individuali capaci di stare ai vertici mondiali: Jannik Sinner, Andrea Kimi Antonelli, Marco Bezzecchi. Il talento individuale esiste. Il problema è il sistema.

La crisi dell’arte italiana era già evidente intorno al 2009. Nel 2015, con gli Stati Generali dell’arte convocati al Museo Pecci da Fabio Cavallucci, si arrivò alla nascita dell’Italian Council, pensato per sostenere l’arte italiana sul modello del British Council. Ma già il nome denunciava una sudditanza culturale.

In pochi anni, uno strumento nato per sostenere gli artisti è diventato benzina per la stessa macchina che non funzionava. Un boomerang. Non un motore di ricerca, rischio e qualità, ma spesso un dispositivo di assistenza al sistema.

Il nodo è qui: in Italia chi dovrebbe creare le condizioni per far emergere gli artisti finisce spesso per sostituirsi agli artisti. Curatori, direttori, commissioni, fondazioni e apparati occupano il centro della scena. Se non risolviamo questa anomalia, continueremo a guardare Wimbledon giocato dagli arbitri, dai raccattapalle e dai direttori del torneo.

Risultato: bassa qualità, noia, marginalità. Esattamente quello che percepiamo attraversando fiere, mostre e biennali negli ultimi anni.

Ma il problema non riguarda solo l’Italia. Esiste una crisi internazionale del linguaggio artistico. Negli ultimi venticinque anni non sono emerse figure davvero decisive come era accaduto negli anni Novanta. Quando oggi si vogliono fare “grandi mostre di arte contemporanea”, si pescano ancora artisti formati negli anni Ottanta e Novanta.

C’è un buco qualitativo lungo venticinque anni.

Dopo il 2001 e il 2008 la realtà è diventata più complessa, più veloce, più traumatica, più pulsante. Tutti produciamo e consumiamo migliaia di immagini, contenuti, narrazioni. In questo scenario, tutto ciò che sale sul piedistallo dell’opera rischia di apparire già vecchio, già decorativo, già impotente.

Se l’arte non esce dal feticismo degli immaginari e non torna a produrre strumenti, attitudini, modalità per resistere e leggere il presente, diventerà sempre più marginale. Non solo in Italia. Ovunque.

19/05/2026

📌 L’ultima Quadriennale di Roma è stata la perfetta cartina tornasole dell’arte formata e prodotta in Italia negli ultimi anni.

Una scena ancora intrappolata in una logica fieristica e in una visione otto-novecentesca dell’arte: artisti e curatori irrigiditi in posture nostalgiche, giovani artisti che sembrano già vecchi.

Se nel 2026 l’arte contemporanea non riesce ancora a uscire dal binomio “Accademia + Fiera” — ACCAFIERA, ARTFAIRISMO — gli artisti saranno condannati ad arredare caminetti invece di leggere il presente.

Viviamo una realtà sempre più complessa, ma l’accademia da sola non basta più. E quando l’artista prova finalmente a uscire dalla pura decorazione per confrontarsi con il presente, troppo spesso produce opere che riducono questioni enormi a slogan, semplificazioni o moralismi superficiali.

La fiera va benissimo. Il mercato va benissimo. Ma prima della raccolta bisogna tornare alla semina: costruire visioni, atteggiamenti, metodi, sensibilità critiche. Le opere dovrebbero precipitare da lì, come conseguenza, non nascere già pensate per essere vendute.

Ma questa qualità si costruisce solo attraverso un confronto critico reale. E in Italia il confronto critico è stato progressivamente annientato da una classe dirigente spesso improvvisata, entrata nell’arte più per intuizione o opportunismo che per preparazione.

Negli ultimi anni si è diffuso un vero e proprio “cattelanismo”: un cinismo disilluso che può anche appartenere alla postura di un artista, ma che diventa devastante quando contagia curatori, direttori, galleristi e collezionisti. A quel punto non è più ironia: è assenza di etica, responsabilità e professionalità.

Così, lentamente, le persone migliori — artisti, curatori, studiosi — abbandonano il settore. Il mercato si blocca. I piccoli collezionisti smettono di fidarsi. Quelli grandi comprano sempre gli stessi nomi sostenuti localmente, che però spesso non trovano un reale riscontro internazionale e finiscono schiacciati dentro una bolla autoreferenziale.

Da oltre dieci anni lavoriamo sulla formazione attraverso Academy e Masterclass, cercando di riattivare proprio questa “semina”: creare condizioni culturali solide prima della raccolta economica. Eppure, pur senza ricevere finanziamenti, continuiamo a subire un ostracismo sottile che ci impedisce di accedere realmente al sistema.

Perché la questione, in fondo, è politica.

L’arte contemporanea non serve ad arredare il mondo. Serve ad allenare nuovi occhi. E allenare nuovi occhi significa cambiare il modo in cui leggiamo la realtà, prendiamo decisioni, costruiamo il futuro. Chi ostacola questo processo non sta solo difendendo un sistema: sta esercitando una forma di ostruzionismo politico.

19/05/2026

Dream 2025
Alfonso Siracusa Orlando

Biennale di Venezia 2026: Circus – Imitation – La Minchiata di Venezia.Nel 1999, Alfonso Siracusa Orlando ha realizzato ...
05/05/2026

Biennale di Venezia 2026: Circus – Imitation – La Minchiata di Venezia.
Nel 1999, Alfonso Siracusa Orlando ha realizzato la copertina di una rivista intitolata Circus – Imitation – La Minchiata di Venezia.
Ventisei anni dopo, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia sembra uscita direttamente da quel lavoro. In realtà, già nel 1999, l’artista Siracusa Orlando, in tempi non sospetti, aveva anticipato con lucidità e ironia proprio questo scenario grottesco.
Con la sua opera “Circus”, sovrapponeva l’antico simbolo della Biennale di Venezia con la Minchiata di Venezia – il leone alato, sacro emblema della Serenissima – all’estetica sgargiante e grottesca del circo, prefigurando la deriva spettacolare e ideologica dell’arte contemporanea. Quell’opera fu in seguito pubblicata nel catalogo RaiUfo (ed. Mora, Ragusa, 2006), a cura di Ivo Serafino Fenu, all’interno del più ampio progetto omonimo con cui Siracusa aveva già iniziato a smascherare, attraverso parodie e manipolazioni, i meccanismi di potere, ipocrisia e sacralità artificiale del sistema dell’arte.
La sequenza degli eventi degli ultimi giorni è da manuale del grottesco contemporaneo: una giuria internazionale (Solange Farkas presidente, insieme a Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi) si insedia e, anziché limitarsi a giudicare l’arte secondo i regolamenti della Fondazione, pubblica su e-flux una dichiarazione d’intenti in cui si auto-attribuisce il potere di escludere dai premi i paesi i cui leader sono “accusati di crimini contro l’umanità” dalla Corte Penale Internazionale.
A questo punto sorge una domanda inevitabile: tale scelta è stata davvero autonoma oppure dettata da timori e pressioni esterne, magari in linea con gli orientamenti geopolitici di Stati Uniti e Unione Europea? In ogni caso, essa sembra ignorare un principio fondamentale: l’arte, da sempre, unisce e non divide; esalta la libertà e la fratellanza tra i popoli, non si presta a logiche di esclusione. Il comportamento della giuria, al contrario, si colloca in un contesto diametralmente opposto a questa tradizione.
Traduzione pratica: Russia e Israele fuori dai giochi, a prescindere dalla qualità delle opere.
Non è un criterio artistico. È un criterio politico imposto unilateralmente da chi aveva il compito di applicare regole condivise, non di riscriverle in chiave moralistica. Quando l’istituzione (e il Ministero della Cultura) ha ricordato che la Biennale non è una succursale della Procura dell’Aia, la giuria ha scelto la via più teatrale: dimissioni in blocco a una settimana dall’inaugurazione, senza nemmeno una motivazione ufficiale dignitosa. Evaporate. Come trapezisti che mollano la presa a metà spettacolo.
Questo non è “impegno etico”. È prepotenza curatoriale mascherata da virtù, seguita da una fuga di responsabilità quando il colpo di mano viene contestato. Accettare l’incarico, godere del prestigio e del ruolo, tentare di imporre un veto politico e poi sparire lasciando il caos è un comportamento che in qualsiasi istituzione seria meriterebbe ben altro che un comunicato laconico.
La Biennale ha reagito annunciando che i Leoni d’Oro saranno assegnati dal pubblico tramite voto popolare. Una soluzione di emergenza che, pur comprensibile nel caos, conferma il fallimento del sistema: la giuria chiamata a selezionare il meglio dell’arte contemporanea si è rivelata incapace di distinguere tra giudizio estetico e propaganda geopolitica.
“Circus” del 1999, e più ampiamente il progetto RaiUfo di Alfonso Siracusa Orlando, avevano già denunciato questo rischio: l’arte contemporanea che si trasforma in un grande spettacolo di imitazioni, gesti performativi e moralismi a buon mercato. Oggi quel leone di San Marco non ruggisce più: fa il clown sotto il tendone della Biennale, mentre una parte del mondo dell’arte continua a scambiare la propria ideologia per morale universale e l’arte per arma di esclusione.
La vera parità di trattamento tra i partecipanti, la serietà istituzionale e il primato della qualità artistica sulle prese di posizione politica sono stati sacrificati sull’altare di un “impegno per i diritti umani” selettivo e strumentale. Il risultato è uno spettacolo penoso: non una grande esposizione internazionale, ma un circo in cui i giocolieri della virtù si sono auto-esclusi dal numero principale, lasciando il pubblico a chiedersi chi comandi davvero nel tendone.
Ventisei anni fa Alfonso Siracusa aveva già visto chiaramente il pericolo. La 61ª Biennale sta tragicamente confermando quella diagnosi precoce.
Danilo Samuele Danilo Mendola

02/05/2026

: The 61st Venice Biennale opens in ten days. But, details regarding how exactly the United States is financing its pavilion of Alma Allen sculptures remain unclear. In the absence of tent-pole sponsors like the Ford Foundation and the Mellon Foundation—who both supported Jeffrey Gibson’s pavilion in 2024—the pavilion’s commissioner, the American Arts Conservancy, is soliciting donations.

The U.S. government traditionally contributes $375,000 towards each of its Biennale pavilions. Alas, these presentations typically cost seven figures. Allen’s is no different. His installation “significantly exceeds the federal grant amount,” a State Department spokesperson told Hyperallergic.

Read more: https://bit.ly/4t9lJGp

Article by Vittoria Benzine

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Pictured: A view of the US-american pavillion for the 55th Venice Biennale 2013 in Venice, Italy featuring an installation by Sarah Sze (Photo by Felix Hörhager/picture alliance via Getty Images)

12/08/2025

Il pubblico è consapevole di cosa rappresentino le opere di Maurizio Cattelan?

20/07/2025

MEGAGALATTICO di Alfonso Siracusa Orlando e Giuseppe Sinaguglia
dal 27 luglio al 31 Agosto 2025, MeTe - Museo della Memoria e del Territorio

04/06/2025

Indirizzo

Via Senatore Damaggio 111
Gela
93012

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