23/06/2026
"Seul, 23 giugno 1895. Il cinque del volgente ti scrivevo in fretta, dicendoti che forse partivo per Corea, ma non credevo che fosse così presto. Dunque, il sette sera partii per Kobe, dove presi il battello per Corea e toccando Shimonosaki, Nagasaki e Tsushima fui a Fusan e il diciannove a Jensen e dopo per terra, con una passeggiata di trenta miglia a Seul, da dove ti scrivo.”
Inizia così una delle lettere che Edoardo Chiossone scrisse e spedì in Italia all’amico e cognato Giovan Battista Villa. Edoardo Chiossone, artista e incisore, si era trasferito in Giappone nel 1875, qui, in qualità di oyatoi gaikokujin (straniero a contratto), iniziò a dirigere l'Officina delle carte e dei valori nel nuovo Istituto Poligrafico del Ministero delle Finanze. Visse a lungo in Giappone, senza mai far ritorno in Italia, ma ad un certo punto, raggiunto già il pensionamento viaggiò nella vicina Corea, paese in cui, in modo simile al Giappone, avrebbe voluto assumere incarichi lavorativi ma che, a causa dell’instabilità politica in cui versava la pen*sola coreana, non fu possibile.
Il 18 giugno 1895, Edoardo Chiossone, imbarcato su un “vaporino”, sbarcò a Fusan (l’odierna Busan), porto della Corea meridionale.
A quel tempo in Corea, così come era stato per il Giappone, iniziarono a diffondersi idee di cambiamento e modernizzazione; tuttavia, le varie influenze in gioco portarono ad eventi come l’assassinio della regina Min (Imperatrice Myeongseong), le riforme Gabo e la prima guerra Sino-Giapponese; infatti, i progetti lavorativi che avrebbero portato Edoardo Chiossone, poco più che sessantenne, a trasferirsi in Corea non presero mai luogo ed il motivo riguardò l’instabilità politica del paese, situazione di cui parla esplicitamente in una lettera: “il governo coreano si trovò al colmo del disordine nei giorni che mi trovavo colà, perché è scoppiata una congiura…da chi ordita? La storia forse lo dirà ora è buio”.
Tre anni dopo, nel 1898, Edoardo Chiossone morì a Tokyo, destinando tutta la sua intera collezione di opere d’arte raccolta nel corso degli anni, all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, ove era stato studente, al fine di creare un museo. Tra le oltre 15.000 opere lasciate in eredità, alcuni pezzi sono d’origine coreana: uno di questi è una tazza da tè celadon (seiji chawan).
Un seiji chawan (青磁茶碗) è una tradizionale ciotola per il tè matcha (chawan) realizzata in porcellana celadon (seiji). Il celadon è un tipo di ceramica proprio della Cina che si è diffuso in Estremo Oriente, molto popolare nella Corea del periodo Goryeo (918-1392), caratterizzato da una un rivestimento vetroso traslucido –di colore verde (varie tonalità dal verde mare fino al verde oliva) o blu tendente al grigio.
L'eleganza del celadon crea un connubio cromatico perfetto, facendo risaltare il verde brillante del matcha; la colorazione della tazza, infatti, cinge e richiama il tè che racchiude al suo interno alludendo a calma ed armonia.
Nella cultura coreana, il celadon (chongja,청자 ) raggiunge il suo apice estetico durante la dinastia Goryeo (918-1392), dove vengono prodotti capolavori delicati e dalle pareti sottili, di una trasparenza eterea che affonda le radici nella spiritualità buddista, aspirando a un'estetica "celestiale".
Non solo, grazie alle delicate tonalità e alle raffinate decorazioni a intarsio (sanggam): gli artigiani, incidevano l’argilla nella parte interna realizzando motivi intricati o complessi, come gru tra le nuvole, fiori o pesci e ne riempivano i solchi con ingobbio bianco o nero prima della smaltatura mentre l’esterno rimaneva, nella maggior parte dei casi, perfettamente liscio.
I motivi realizzati con la tecnica sanggam davano vita a disegni che sembravano fluttuare nella limpida smaltatura; questa tecnica, apparsa in Corea verso la metà del XII secolo, avrebbe adornato stoviglie e vasi rituali utilizzati dalla corte e dalla nobiltà per circa due secoli. Tuttavia, quando la porcellana sostituì il celadon come ceramica d'élite, l'aspetto delle decorazioni a intarsio cambiò radicalmente. Il pigmento bianco, applicato in fitti motivi iniziò ad imitare il candido aspetto della porcellana.
La nostra ciotola presenta delicati motivi vegetali bianchi all’interno mentre l’esterno è perfettamente liscio, e la tipica colorazione bisaek (bisek,비색), ovvero "colore del martin pescatore"; un verde-bluastro traslucido e nebuloso, simile alla giada. Il carattere bi (翡) piuma indica un genere di uccelli con piume blu o verdi che vivono vicino all'acqua (come il martin pescatore), in un'espressione che racchiude l'immagine della luce verde-bluastra limpida e profonda che si trova in natura. Questa colorazione si forma attraverso la complessa interazione tra la composizione dello smalto e l'ambiente interno del forno e si ottiene cuocendo uno smalto di ossido di ferro in un forno privo di ossigeno. La forma e le dimensioni nonché la colorazione della nostra ciotola, fanno pensare che possa essere stata prodotta in una fornace a Sadang-ri, Gangjin.
Corea, Periodo Goryeo (918-1392)
Luogo di produzione (attribuito): Fornace di Sadang-ri, Gangjin
Seiji Chawan, tazza da tè in celadon, prima metà del XII secolo decorata internamente (sanggam) con motivi floreali, esterno liscio
Gres, tornito, con decorazione incisa sottosmalto celadon
Forma ampia a parete, piede ad anello; piede diametro 6.5 cm, bocca 18.8 cm
MC(C-56) Conservata a deposito
#청자 #비색