14/05/2026
Questo è un post a confutazione, molto lungo e parecchio tosto: ognuno è avvisato.
Una delle più bizzarre studiose delle vicende dell’Adriatico Orientale è la triestina Claudia Cernigoi, un’impiegata pubblica oggi in pensione che attorno ai quarant’anni si è “scoperta” appassionata di storia. Ho letto quasi tutti i suoi scritti, che potrebbero esser presentati nelle università per imparare bene come NON si deve fare ricerca storica.
Lo schema è sempre lo stesso: Cernigoi ha un’idea preconcetta ideologicamente indirizzata, e quindi tutte le prove, tutti i documenti, tutte le testimonianze sono piegate a questo preconcetto.
La questione però non è così semplice, giacché per smontare il mare magno delle sciocchezze scritte da questa ricercatrice dilettante è necessario conoscere bene la materia.
Ecco qua un esempio.
Nel 1997, Cernigoi pubblica “Operazione foibe a Trieste”: un libercolo talmente strampalato che lei stessa si è sentita in obbligo di ripubblicarlo riveduto e corretto (sia pure sempre stracarico di omissioni e forzature) nel 2005.
Il Capitolo III di questo libro si intitola “Le foibe triestine”. E’ intanto da notare che Cernigoi non ha pubblicato praticamente nulla sulle foibe istriane o sui morti ammazzati nell’immediato dopoguerra a Fiume e nelle isole del Quarnaro. Nulla ha mai scritto sui morti ammazzati in Dalmazia, nulla sulle centinaia di sepolture postbelliche ritrovate ed esplorate in Slovenia o in altri paesi della ex Jugoslavia. Tutti fatti a lei ignoti, per cui leggendo Cernigoi non si trova mai un minimo di inquadramento storiografico sulle vicende che hanno interessato quelle terre negli anni finali della guerra e nel dopoguerra.
Ecco comunque cosa scrive l’ineffabile Cernigoi in questo capitolo:
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Bisogna precisare innanzitutto che la “cultura” della “foiba” non ha proprio una matrice di sinistra.
Troviamo infatti in un libro di testo in uso nelle scuole della regione durante il ventennio fascista questa poesiola molto educativa:
De Dante la Favella
Mia mama m’ha insegnà,
Per mi xe la più bella
Che al mondo ghe xe sta.
E per difender questa
E sovenir la Lega
Convien che ognun s’appresta
A fare el suo dover.
O mia cara patria
Mio dolce Pisin,
Mio nono cantava
Co iero picin.
Me par de vederlo
Là in fondo al castel
Che sempre ‘l dixeva
A questo ed a quel:
Fioi mii, chi che ofende
Pisin, la pagherà:
In fondo alla Foiba
Finir el dovarà.
Non è questa propaganda slavocomunista, ci sembra…
Però abbiamo poi anche il vate Giulio Italico, al secolo Giuseppe Cobol (poi italianizzatosi in “Cobolli Gigli”), che pubblicò, nel 1919 (ben prima dell’avvento del fascismo, dunque), un libretto dal titolo “Trieste. La fedele di Roma”. In esso è contenuta la trascrizione dell’aulica canzoncina, anch’essa di evidente origine pisinota, che così recita:
A Pola xe l’Arena,
La “Foiba” xe a Pisin
che i buta zò in quel fondo
chi ga zerto morbin.
E a chi con zerte storie
Fra i piè ne vegnerà,
Diseghe ciaro e tondo:
Feve più in là, più in là.
Questa è dunque la tradizione culturale che ha portato al fenomeno “foiba”. Non ci risultano canzoni partigiane, slave o italiane che siano, che facciano l’apologia della foiba.
Va anche riferito che più volte furono i fascisti a gettare nelle voragini persone ancora vive, persone “colpevoli”, magari, solo di essersi fatte scoprire a dire qualche parola in sloveno o croato; così come risultano, dall’archivio dello Stato civile triestino , diverse persone “infoibate da forze nazifasciste” durante la guerra. Bisogna ricordare che molto spesso i partigiani celavano nelle foibe i corpi dei propri compagni caduti in combattimento, per evitare che fossero trovati dal nemico, identificati e di conseguenza le loro famiglie fossero oggetto di rappresaglie.
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Anni dopo, Cernigoi tornerà sul tema all’interno del sito diecifebbraio.info, in questi termini:
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Giuseppe Cobol (futuro Ministro dei Lavori Pubblici nel Governo Mussolini nella seconda metà degli anni 30 come Giuseppe Cobolli Gigli) pubblicò da irredentista nel 1919 il libro “Trieste la fedele di Roma” dal quale riportiamo la parte relativa a Pisino. Qui a partire dal torrente “Foiba” che dà il nome “alla stretta vallata rocciosa con le pareti a picco, che al termine del corso superficiale del torrente si allarga a forma di imbuto”, si afferma che “La musa istriana ha chiamato la “Foiba” degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese la caratteristica nazionale dell’Istria.”, citando poi la filastrocca: “La “Foiba” xe a Pisin / che i buta zò in quel fondo / chi ga zerto morbin.”
Nel 1927, da fascista, sulla rivista Gerarchia (direttore Benito Mussolini) nell’articolo “Il fascismo e gli allogeni” afferma che l’eventuale mancata assimilazione di parte delle popolazioni slave nella Venezia Giulia divenuta italiana sia “un problema di polizia” da risolvere eliminando “dalla vita pubblica nei singoli centri gli agitatori slavi…” e che bisogna “…impedire agli avvocati slavi che sono pericolosi, la libera attività…”, “… togliere i maestri slavi dalle scuole, i preti slavi dalle parrocchie.”
Cernogoi poi così conclude:
–Achille Gorlato IN FONDO ALLA FOIBA Tratto da “La Venezia Giulia: Trieste e Istria” Paravia, Torino, 1925
In questo testo, “approvato” per l’uso nelle scuole, si insegnava che il “dovere” di difendere la “favella di Dante” si concretizzava nel far finire in fondo alla “Foiba” (cioè l’orrido che costeggia il castello di Pisino, letto dell’omonimo torrente) coloro che “offendevano” Pisino con parole non italiane: in pratica un invito al massacro delle popolazioni non italiane dell’Istria.
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Quindi il messaggio è chiaro: il termine di foiba e l’azione di infoibare – cioè di gettare un ca****re in una foiba - sono di matrice italiana in primis, e fascista in secundis. Gli italiani hanno infoibato persone per aver solo parlato in sloveno o in croato. Le prove di tutto ciò stanno nelle filastrocche o in libri, recuperati da questa ineffabile ricercatrice.
A novembre del 1886 si svolse presso la Corte di Assise di Rovigno un processo a carico di Simone Billich fu Matteo di Resanzi e di Bortolo Pacich di Pacici. Resanzi è un villaggio nei dintorni di Sanvincenti, Pacici è un altro villaggio della zona. Sia Resanzi che Pacici all’epoca erano abitati solo da popolazioni che dichiaravano come lingua d’uso il croato, quindi è assai probabile che i due accusati fossero croati.
Questi signori avevano ammazzato una certa Oliva Razzan. E’ interessante rilevare che secondo le testimonianze processuali, il Billich – che era sposato, ma si era invaghito della Razzan - “la aveva persino minacciata di ucciderla e di gettarla in una foiba”. Una ragazza una notte “passando per un viottolo a poca distanza da quella voragine, avrebbe udito una donna gridare: “Bortolo e barba Sime se mi uccidete non mi gettate nella foiba!”. Dopo di che, secondo un’altra testimonianza “Simone disse alla moglie che ormai non aveva più motivo di altercare colla Oliva Razzan poiché esso e il compare Bortolo Pacich l’hanno uccisa e gettata nella foiba”. Simone Billich fu condannato alla pena di morte.
Se fossi la Cernigoi, a questo punto direi che ad inventare quella che lei chiama “la cultura della foiba” furono due contadini croati nel 1886. E farei ridere i polli.
Ma andiamo ancora più indietro.
Secondo gli antichi “Annales” di Quinto Ennio (239 a.C. - 169 a.C.), nel 177 a.C. Epulo re degli Istriani si sarebbe rinserrato coi suoi a Nesazio, assediata dai romani. P***e le speranze, i guerrieri istriani presero una decisione terribile: iniziarono ad uccidere le donne ed i bambini, gettandone i cadaveri dalle mura verso il fiume che scorreva lì sotto, per poi togliersi la vita essi stessi lanciadosi dall’alto: i loro corpi scorsero verso valle, sperdendosi nelle anse o venendo inghiottiti nelle doline. Ecco: se fossi la Cernigoi scriverei allora che furono gli istriani a inventare la sparizione dei cadaveri nelle foibe.
La conclusione non può che essere questa: solo chi è obnubilato dall’ideologia non pensa ad una cosa semplicissima, e cioè al fatto che tutte le cavità naturali in tutto il mondo sono state fin dall’alba dell’umanità un luogo prediletto non solo per il riparo, ma anche per l’occultamento di cose e per la sepoltura dei cadaveri.
E allora, cosa sono quelle filastrocche?
La più antica di tutte è la seguente:
Da Pola a Capodistria / Fra l’Leme e fra l’Quarner / Popolo vive in Istria / De antica stirpe altier. / Nei secoli lontani / Le antiche sue zità / Za prima dei romani / Vantava ziviltà. / Ze tuti i su’ abitanti / Caldi de patrio amor, / Nel qual i ze costanti, / E bravi e de bon cor. / E come tante stele / Nel fior de zoventù, / Le p**e sue zé bele / E piene de virtù. / Eviva l’Istria! Bela / De le più bele al par / Viva la sua favela / El suo bel ziel, el mar! / Parenzo ga San Mauro, / Rovigno el campanil / Sta Buie in sentinela / Dal monte suo zentil. / Piran e Capodistria / La fabrica del sal / Che messo in zerte zuche / Le guarirà del mal. / Se Muja ga dei squeri / Albona ga el carbon / Che per brusar le birbe / El pol vegnir in bon. / A Pola ze la rena / La foiba ga Pisin, / Per butar zo in quel fondo / Chi ga certo morbin. / Eviva l’Istria! Bela / De le più bele al par, / Viva la sua favela / El suo bel ziel, el mar! / E Umago e Zitanova / Isola e po’ Dignan, / Montona e i altri siti, / Tuti dal monte al pian / I ga tant’altre cosse / E più di un bon licor: / Refosco e la Ribola / che i mete el bon umor, / Che i dà vigor al sangue / Al viso el bel color / E l’ocio i fa più vivo / I fa più s’cieto el cor. / Eviva l’alegria / Viva il bon vin nostran, / Che alegra e no imbriaga / Che tien el corpo san! / Eviva l’Istria! Bela / De le più bele al par / Viva la sua favela / El suo bel ziel, el mar! / Viva Trieste nostra / La mare de bon cor! / Per ela avremo in peto / Sempre rispeto e amor. / O zovenoti e p**e / Godé felizità! / Ve daga il ziel salute, / Piazer prosperità. / Ma sempre in cor avendo / De patria el santo amor, / Ste saldi a sostegnirlo / Nel suo più antico amor. / E a chi con zerte sotrie / Fra i piè ve vegnarà / Canteghe ciaro e tondo: / Feve più in là... più in là...! / Eviva l’Istria! Bela / De le più bele al par, / Viva la sua favela / El suo bel ziel, el mar!
Questo testo completo è stato recuperato per intero dal sottoscritto, avendolo ritrovato in un articolo de “L’Eco di Pola” del 18 luglio 1891, dove viene chiamato “Inno istriano”. Ma in un libro sulle canzoni istriane pubblicato a Pola nel 1897, il titolo è “Canto Popolare Istriano”.
Come si potrà agevolmente notare, tutte le presunte volontà criminali infoibatrici di cui la ricercatrice dilettante Cernigoi accusa questa filastrocca non hanno alcun senso. A meno che non si voglia insinuare che tramite questa filastrocca si sia pure inventata l’idea del bruciar vive le persone o di metter loro a forza il sale in zucca.
Questa filastrocca venne composta attorno al 1870 dal sacerdote Giovanni Bennati, nato a Pirano nel 1848, venendo poi musicata da Giulio Giorgieri. Questi nacque a Massa Carrara nel 1842 e visse fin da giovanissimo in Istria, in particolare a Parenzo, dove sposò la parentina Caterina Sincich. Fu apprezzato maestro anche a Pola, Pisino (dove fu responsabile della filarmonica), a Capodistria (come insegnante al Ginnasio, direttore della filarmonica e del corpo bandistico) e a Trieste. Oltre questo brano qua, musicò il famoso Inno all'Istria e creò molti altri componimenti per banda o coro e marce divenuti celebri, come "Pro Patria", "Ecco Salvore", "Le nostre p**ele". Il maestro Giorgieri morì a Trieste nel 1900.
Ovviamente Cernigoi sbaglia anche a definire questa filastrocca “di evidente origine pisinota”: è "evidente" solo a chi non fa una ricerca degna di questo nome e s’inventa le cose.
Passiamo quindi alla “poesiola molto educativa” che appare – secondo Cernigoi - “in un libro di testo in uso nelle scuole della regione durante il ventennio fascista”. Solo un’ignorante al cubo può lasciar intendere che questa filastrocca sia “fascista”. Perché nella filastrocca si fa diretto riferimento alla “Lega”. E che cos’era questa “Lega”? Fu l’associazione degli italiani delle regioni soggette all’Austria, fondata da Carlo Seppenhofer nel 1891 a Trieste sulle ceneri della precedente associazione “Pro Patria”, sciolta dalle autorità austriache nel 1890 dopo soli quattro anni dalla fondazione. E quindi questa “poesiola” in realtà venne scritta ancora ai tempi dell’Impero, giammai ai tempi del fascismo. C’è poi da aggiungere che la Lega Nazionale venne sciolta dalle autorità imperiali il 15 giugno 1915, poi venne rifondata dopo la fine della guerra, ma nel 1919 gli italiani ne chiusero la sede trentina, mentre i rapporti col regime fascista dopo la marcia su Roma del 1922 furono spesso turbolenti, tanto che alla fine degli anni Venti la Lega Nazionale fu sciolta anche a Trieste.
Questa “poesiola” quindi nasce e si inserisce in un contesto del tutto diverso dal fascismo, nel pieno delle lotte nazionali che caratterizzarono gli ultimi decenni delle terre degli Asburgo. Cose che evidentemente Cernigoi non sa.
Andiamo adesso a commentare il passaggio di “Trieste la fedele di Roma” di Cobolli. Di passata, sarà da spiegare che Giuseppe Cobolli nacque come Giuseppe Cobol e aggiunse al proprio cognome “Gigli” perché durante la Grande Guerra – cui partecipò come “volontario irredento” essendo triestino – si era cambiato il nome nei documenti in Giuseppe Gigli: se fosse stato fermato dagli austriaci e avessero scoperto chi era, l’avrebbero impiccato come accadde – per esempio – a Nazario Sauro (che nei documenti era divenuto “Sambo”, ma venne riconosciuto lo stesso). Dopo la fine delle vicende belliche, fu permesso a questi “volontari irredenti” di aggiungere il cognome inventato al proprio cognome originale, e così il signor Giuseppe Cobol prima italianizzò il cognome originario in Cobolli e poi aggiunse il Gigli.
In questo caso, effettivamente la frase “La musa istriana ha chiamato la “Foiba” degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese la caratteristica nazionale dell’Istria” è tutta farina del sacco di questo irredentista e presenta un contenuto minaccioso.
E qua veniamo ad affrontare un altro argomento, cioè il preteso utilizzo delle foibe durante il fascismo, per eliminare “persone “colpevoli”, magari, solo di essersi fatte scoprire a dire qualche parola in sloveno o croato”. Questa è una totale leggenda, che ha anche un autore noto. Si tratta del triestino Raffaello Camerini, che inviò al quotidiano di Trieste “Il Piccolo” una lettera, pubblicata il 5 novembre 2001, ove sistematizzò questa sua testimonianza su fatti o presunti fatti sui quali aveva già parlato tempo prima:
“Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro coatto, in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S. Domenica d'Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c'erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pi***la alla nuca, li gettavano nel baratro... Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di Santa Domenica d'Albona, adiacente alla chiesa, e attraverso le tapparelle della finestra della stanza ho veduto più volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò finchè vivrò”.
Si dà però il fatto che il lavoro coatto per gli ebrei italiani venne istituito a maggio del 1942 (due anni dopo), e secondo una testimonianza del vescovo Antonio Santin, Camerini nel 1942 venne inviato al lavoro coatto a Vicenza. Oltre a ciò, dal 1945 ad oggi quella zona è in Croazia, e non risulta nessun memoriale, nessuna testimonianza, nessun nominativo di croati infoibati nella zona di Santa Domenica di Albona. Nessuno ne ha mai scritto, nessuno ne ha mai parlato, non risulta nessun documento in merito. Infine, le foibe di quel territorio vennero esplorate nel 1943 dai pompieri di Pola al comando del maresciallo Arnaldo Harzarich. Nelle sue relazioni non solo viene esplicitamente definito il numero dei corpi recuperati, ma per la quasi totalità di essi viene anche indicato il nominativo. Non risultano recuperi di corpi di persone ammazzate prima del 1943.
Sia chiaro: questo non assolve minimamente le responsabilità del regime fascista italiano e non ha il minimo peso nel giudizio finale sulla sua politica etnocidiaria. Ma la storia è fatta così: non può essere piegata o manipolata in funzione delle proprie convinzioni. E se un fatto è accaduto o non è accaduto o è accaduto in modo diverso da come appare o da come viene raccontato, solo le fonti ce lo possono dire.
Il testo tratto dal libro di Achille Gorlato. “In fondo alla foiba” non è altro che la riproposizione della canzone/filastrocca della Lega Nazionale di cui ho già parlato. Ecco cosa aggiunge Gorlato: “Ragazzi, impariamo a conoscere questa nostra terra, perché non può dirsi italiano chi non ama la Patria. Ricordate che qui da noi tutto è italiano: la terra, il mare, i fiumi, gli usi, i costumi, e ciò che più conta, la parlate semplice del nostro popolo buono che vive e lavora per far grande l’Italia”. Secondo Cernigoi, queste parole sono un “invito al massacro delle popolazioni non italiane dell’Istria”. Chiunque può agevolmente capire a che livelli di manipolazione delle fonti arriva questa pseudoricercatrice.
Concludo segnalando però che mentre Cernigoi può permettersi di scrivere quello che ha scritto semplicemente buttando là brani, ritagli di testi e parole in libertà senza un grande sforzo, per smontare quanto lei ha scritto è stato necessario un lavoro durato mesi. Perché bisogna individuare le fonti, recuperarle, leggerle, conoscere la materia e approfondire punto per punto. Sarebbe quello che dovrebbe fare un ricercatore che approccia quella materia chiamata storia. Cernigoi pubblica libri e articoli e dovrebbe farlo lei per esser considerata storica. Visto però che fa di tutto tranne la storica, si è presa questa incombenza di corretto inquadramento delle cose in base alle fonti la mia modestissima pagina di cartoline, qua su Facebook.
La cartolina viaggiata intorno al 1910 che illustra il post rappresenta la Foiba di Pisino, ed è stata pubblicata dall’editore pisinota Pasquale Ivich.