Istriadalmaziacards / Cartoline di Istria, Fiume, Quarnaro e Dalmazia

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Istriadalmaziacards / Cartoline di Istria, Fiume, Quarnaro e Dalmazia Cartoline, vecchie immagini e storie dell'Istria, di Fiume, del Quarnaro e della Dalmazia.

Nella sterminata saggistica su Dante, un capitolo particolare è dedicato al rapporto degli italiani dell’Adriatico orien...
29/05/2026

Nella sterminata saggistica su Dante, un capitolo particolare è dedicato al rapporto degli italiani dell’Adriatico orientale col grande poeta. Anche limitandoci a questo ambito, ci troviamo di fronte ad una notevole mole di studi, ma ancora nessuno ha studiato adeguatamente l’uso (e l’abuso) propagandistico della figura di Dante nelle rivendicazioni irredentistiche.

Qui vediamo una cartolina non viaggiata edita da “Fiaccola Azzurra”, una rivista letteraria veronese che ebbe vita breve, nei primi anni Venti del secolo scorso. Nel 1921 si celebrò il sesto centenario della morte di Dante, che registrò imponenti celebrazioni in tutto il paese, sovrapponendo la figura dell’autore della “Commedia” alle sorti vittoriose della Grande Guerra. Questa cartolina è un piccolo granello nell’ambito di tali celebrazioni.

La linea interpretativa è esplicita: a destra si vede il celebre monumento dantesco innalzato a Trento nel 1896, ancora in pieno periodo asburgico. Fu uno degli emblemi supremi – come si disse - della pretesa volontà dei trentini di ricongiungersi alla madrepatria. In realtà fu soprattutto l’espressione plastica di una parte della borghesia cittadina trentina, che per vari motivi voleva identificare più sé stessa e il suo ruolo di guida nell’area, facendo leva s’una visione nazionale che si pretendeva onnicomprensiva e in qualche modo “cappello” sopra qualsiasi divisione, sia sociale che linguistica. Siamo nel pieno della formidabile accelerazione delle istanze nazionali che squassavano tutti i paesi europei e – in primis – l’Impero degli Asburgo, vero e proprio mosaico inestricabile di popoli.

Questo Dante eleva la sua mano destra verso i confini italiani, cinti da una robusta catena che sborda alquanto a est: per infilare Zara all’interno del semicerchio non ci si preoccupa di inserire nelle terre d’Italia pure tutta la costa croata storica e tutto l’entroterra fiumano, quarnerino e dalmata, dove gli italiani si contavano sulle dita delle mani. L’aquila reale dei Savoia guarda alla sua sinistra, ma con l’ala destra cinge il Campidoglio romano, e più in basso la cattedrale triestina di San Giusto. In basso svetta il noto verso dantesco: “Là presso del Quarnaro / Che Italia chiude e i suoi termini bagna”. Al retro della cartolina si magnifica così Dante: “Signore di verità / Miracolo di genio umano / Al poeta dalla volontà eroica / che in suo divino canto / fuse le voci della universa vita / Al primo degli italiani / glorificatore di nostra lingua / Assertore di rettitudine e di giustizia / Luce che divampa dalle tenebre medievali / alla coscienza dei secoli nuovi”.

Il nome e il lascito del poeta trovarono quindi motivo di essere “spendibili” anche a livello politico nel momento tardorisorgimentale lungo la sponda orientale adriatica, dove i locali italiani e italofoni, dopo la proclamazione del Regno d’Italia del 1861 e di Roma capitale del nuovo stato nel 1870, trovano il motivo ideale per poter manifestare una loro presenza concreta, riuscendo a far convergere ogni richiesta, rivendicazione e quant’altro, ufficialmente e principalmente, attraverso l’Associazione Dante Alighieri, istituita nel 1889, partendo da un assunto suggestivo, vale a dire l’ancoraggio corale, doveroso e inevitabile, al vate toscano. Non solo al personaggio esule e/o ramingo, ma al suo ruolo testimoniante di una vita difficile e amara, simbolo di tutti gli spasimi, dell’inquietudine indagatrice, in nome e per conto di un intero popolo, talvolta pure incapace di capire fino in fondo il nuovo che sta avanzando, relegato in spazi sempre più angusti di manovra sociale e amministrativa e sicuramente agitato emotivamente dinanzi agli austeri e ineccepibili problemi che scaturiscono dall’essere (o dal ritenersi) inviso all’establishment dominante e consapevole di essere condannato a ruoli di minoranza effettiva, anche grazie al dicotomico contrasto tra la Chiesa (filoimperiale) e la Massoneria (filoitaliana), un solco che è diventa poco a poco un precipizio carsico, un inghiottitoio.

E’ sulla base di questa logica, a mio parere, che si è mossa pertanto la nuova associazione, la quale si è presa l’incarico, come compito costitutivo, di dare forza e spazio a quelle istituzioni, che annesse alla Duplice Monarchia, avessero la possibilità di svolgere in maniera più o meno ufficiale, più o meno clandestina, più o meno efficace un’azione di supporto a proposte culturali italiane e a favore delle genti adriatiche non entrate nella realtà statale pen*sulare.

E così Dante, fino alla prima Guerra Mondiale e oltre, nell’area adriatico-orientale è diventato un’icona nazionale, fondamentale per una identità ancora da perfezionare- La passione patriottica per il ghibellin fuggiasco raggiunse l’apice nel viaggio compiuto a Ravenna nel 1908 da centinaia di irredentisti giuliani, fiumani e dalmati per rendere omaggio alla sua tomba.

Per tutto il trentennio anteguerra, l’Associazione Dante Alighieri sviluppò varie iniziative culturali, soprattutto a livello di scuole e di biblioteche, facendo sentire la propria forza propulsiva in Dalmazia, a Fiume e in Istria. Anche percorrendo itinerari talvolta curiosi: ad esempio, in Dalmazia, dove la comunità italofona ben presto considerata “un’isola veneziana in un mare slavo”, almeno in ambito locale, ben lontana dall’accordo Trumbić-Pasić fra croati e serbi e nonostante l’illirismo imperante, trovò ad un certo punto un modus vivendi e un’alleanza strategica con la minoranza serba, a lungo avversaria della componente croata.

Ecco quindi delineata per sommi capi la collocazione patriottica del poeta, vessillifera di un’italianità sia tardo ottocentesca ed anche successiva, fino ai risvolti dell’esodo post-seconda guerra mondiale, percepita e ritenuta esistenziale soprattutto dalle genti adriaticoorientali già appartenenti alla sfera italica della Serenissima.

Tutte le città fondate dai romani avevano una pianta regolare con la rete viaria che si intersecava ad angolo retto crea...
22/05/2026

Tutte le città fondate dai romani avevano una pianta regolare con la rete viaria che si intersecava ad angolo retto creando dei blocchi rettangolari.

Parenzo - l'antica Parentium - ha conservato la sua pianta romana e la via Decumana, l'arteria principale della città, coincide con il Decumanus Maximus romano. La via trasversale veniva chiamata Cardo Maximus ed in modo analogo tutte le altre vie venivano chiamate cardi o decumani.

A Parenzo le vie decumane sono quelle che percorrono la parte più lunga della pen*sola in direzione est-ovest, mentre quelle che la percorrono in direzione nord-sud sono i cardi.

La disposizione della rete viaria si estendeva anche sui terreni che circondavano la città andando a creare l'agro cittadino. La disposizione dei due schemi dovrebbe combaciare ma poiché Parenzo sorge sulla pen*sola, la suddivisione poteva essere effettuata soltanto parzialmente.

Qui vediamo un bellissimo scorcio della via Grande, ovverosia il Decumano, in una cartolina non viaggiata prodotta dal celebre fotografo ed editore parentino Federico Greatti.

Lo stabilimento Greatti è stato un importante studio fotografico e casa editrice di cartoline gestito dai fratelli Federico e Giacomo Greatti. Attivi tra i primi del '900 e il 1943, sono noti per la documentazione fotografica del territorio.

Gli scatti originali e i materiali editi dai Greatti sono conservati in diversi istituti culturali, tra cui l'Archivio di Stato di Trieste, la Biblioteca Classense di Ravenna e il catalogo nazionale dei Beni Culturali.

Solo in anni relativamente recenti i governi della Regione Istriana e della Città di Parenzo hanno creato un settore del Museo del Territorio Parentino dedicato alle cartoline storiche, che oggi conta 2223 esemplari, 980 dei quali illustrano Parenzo (lo si può vedere qua: https://dostupnaproslost.muzejporec.hr/hr/Search?ZBIRKA=86|0|0 ). Si possono apprezzare ben 258 cartoline dei Greatti. NOTA BENE: ho notato che il link diretto al Museo del Territorio Parentino non funziona. Conviene copiare/incollare tutto l'indirizzo nel proprio browser.

Questo è un post a confutazione, molto lungo e parecchio tosto: ognuno è avvisato.Una delle più bizzarre studiose delle ...
14/05/2026

Questo è un post a confutazione, molto lungo e parecchio tosto: ognuno è avvisato.

Una delle più bizzarre studiose delle vicende dell’Adriatico Orientale è la triestina Claudia Cernigoi, un’impiegata pubblica oggi in pensione che attorno ai quarant’anni si è “scoperta” appassionata di storia. Ho letto quasi tutti i suoi scritti, che potrebbero esser presentati nelle università per imparare bene come NON si deve fare ricerca storica.

Lo schema è sempre lo stesso: Cernigoi ha un’idea preconcetta ideologicamente indirizzata, e quindi tutte le prove, tutti i documenti, tutte le testimonianze sono piegate a questo preconcetto.

La questione però non è così semplice, giacché per smontare il mare magno delle sciocchezze scritte da questa ricercatrice dilettante è necessario conoscere bene la materia.

Ecco qua un esempio.

Nel 1997, Cernigoi pubblica “Operazione foibe a Trieste”: un libercolo talmente strampalato che lei stessa si è sentita in obbligo di ripubblicarlo riveduto e corretto (sia pure sempre stracarico di omissioni e forzature) nel 2005.

Il Capitolo III di questo libro si intitola “Le foibe triestine”. E’ intanto da notare che Cernigoi non ha pubblicato praticamente nulla sulle foibe istriane o sui morti ammazzati nell’immediato dopoguerra a Fiume e nelle isole del Quarnaro. Nulla ha mai scritto sui morti ammazzati in Dalmazia, nulla sulle centinaia di sepolture postbelliche ritrovate ed esplorate in Slovenia o in altri paesi della ex Jugoslavia. Tutti fatti a lei ignoti, per cui leggendo Cernigoi non si trova mai un minimo di inquadramento storiografico sulle vicende che hanno interessato quelle terre negli anni finali della guerra e nel dopoguerra.

Ecco comunque cosa scrive l’ineffabile Cernigoi in questo capitolo:

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Bisogna precisare innanzitutto che la “cultura” della “foiba” non ha proprio una matrice di sinistra.

Troviamo infatti in un libro di testo in uso nelle scuole della regione durante il ventennio fascista questa poesiola molto educativa:

De Dante la Favella
Mia mama m’ha insegnà,
Per mi xe la più bella
Che al mondo ghe xe sta.
E per difender questa
E sovenir la Lega
Convien che ognun s’appresta
A fare el suo dover.
O mia cara patria
Mio dolce Pisin,
Mio nono cantava
Co iero picin.
Me par de vederlo
Là in fondo al castel
Che sempre ‘l dixeva
A questo ed a quel:
Fioi mii, chi che ofende
Pisin, la pagherà:
In fondo alla Foiba
Finir el dovarà.

Non è questa propaganda slavocomunista, ci sembra…

Però abbiamo poi anche il vate Giulio Italico, al secolo Giuseppe Cobol (poi italianizzatosi in “Cobolli Gigli”), che pubblicò, nel 1919 (ben prima dell’avvento del fascismo, dunque), un libretto dal titolo “Trieste. La fedele di Roma”. In esso è contenuta la trascrizione dell’aulica canzoncina, anch’essa di evidente origine pisinota, che così recita:

A Pola xe l’Arena,
La “Foiba” xe a Pisin
che i buta zò in quel fondo
chi ga zerto morbin.
E a chi con zerte storie
Fra i piè ne vegnerà,
Diseghe ciaro e tondo:
Feve più in là, più in là.

Questa è dunque la tradizione culturale che ha portato al fenomeno “foiba”. Non ci risultano canzoni partigiane, slave o italiane che siano, che facciano l’apologia della foiba.

Va anche riferito che più volte furono i fascisti a gettare nelle voragini persone ancora vive, persone “colpevoli”, magari, solo di essersi fatte scoprire a dire qualche parola in sloveno o croato; così come risultano, dall’archivio dello Stato civile triestino , diverse persone “infoibate da forze nazifasciste” durante la guerra. Bisogna ricordare che molto spesso i partigiani celavano nelle foibe i corpi dei propri compagni caduti in combattimento, per evitare che fossero trovati dal nemico, identificati e di conseguenza le loro famiglie fossero oggetto di rappresaglie.

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Anni dopo, Cernigoi tornerà sul tema all’interno del sito diecifebbraio.info, in questi termini:

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Giuseppe Cobol (futuro Ministro dei Lavori Pubblici nel Governo Mussolini nella seconda metà degli anni 30 come Giuseppe Cobolli Gigli) pubblicò da irredentista nel 1919 il libro “Trieste la fedele di Roma” dal quale riportiamo la parte relativa a Pisino. Qui a partire dal torrente “Foiba” che dà il nome “alla stretta vallata rocciosa con le pareti a picco, che al termine del corso superficiale del torrente si allarga a forma di imbuto”, si afferma che “La musa istriana ha chiamato la “Foiba” degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese la caratteristica nazionale dell’Istria.”, citando poi la filastrocca: “La “Foiba” xe a Pisin / che i buta zò in quel fondo / chi ga zerto morbin.”
Nel 1927, da fascista, sulla rivista Gerarchia (direttore Benito Mussolini) nell’articolo “Il fascismo e gli allogeni” afferma che l’eventuale mancata assimilazione di parte delle popolazioni slave nella Venezia Giulia divenuta italiana sia “un problema di polizia” da risolvere eliminando “dalla vita pubblica nei singoli centri gli agitatori slavi…” e che bisogna “…impedire agli avvocati slavi che sono pericolosi, la libera attività…”, “… togliere i maestri slavi dalle scuole, i preti slavi dalle parrocchie.”

Cernogoi poi così conclude:

–Achille Gorlato IN FONDO ALLA FOIBA Tratto da “La Venezia Giulia: Trieste e Istria” Paravia, Torino, 1925
In questo testo, “approvato” per l’uso nelle scuole, si insegnava che il “dovere” di difendere la “favella di Dante” si concretizzava nel far finire in fondo alla “Foiba” (cioè l’orrido che costeggia il castello di Pisino, letto dell’omonimo torrente) coloro che “offendevano” Pisino con parole non italiane: in pratica un invito al massacro delle popolazioni non italiane dell’Istria.

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Quindi il messaggio è chiaro: il termine di foiba e l’azione di infoibare – cioè di gettare un ca****re in una foiba - sono di matrice italiana in primis, e fascista in secundis. Gli italiani hanno infoibato persone per aver solo parlato in sloveno o in croato. Le prove di tutto ciò stanno nelle filastrocche o in libri, recuperati da questa ineffabile ricercatrice.

A novembre del 1886 si svolse presso la Corte di Assise di Rovigno un processo a carico di Simone Billich fu Matteo di Resanzi e di Bortolo Pacich di Pacici. Resanzi è un villaggio nei dintorni di Sanvincenti, Pacici è un altro villaggio della zona. Sia Resanzi che Pacici all’epoca erano abitati solo da popolazioni che dichiaravano come lingua d’uso il croato, quindi è assai probabile che i due accusati fossero croati.

Questi signori avevano ammazzato una certa Oliva Razzan. E’ interessante rilevare che secondo le testimonianze processuali, il Billich – che era sposato, ma si era invaghito della Razzan - “la aveva persino minacciata di ucciderla e di gettarla in una foiba”. Una ragazza una notte “passando per un viottolo a poca distanza da quella voragine, avrebbe udito una donna gridare: “Bortolo e barba Sime se mi uccidete non mi gettate nella foiba!”. Dopo di che, secondo un’altra testimonianza “Simone disse alla moglie che ormai non aveva più motivo di altercare colla Oliva Razzan poiché esso e il compare Bortolo Pacich l’hanno uccisa e gettata nella foiba”. Simone Billich fu condannato alla pena di morte.

Se fossi la Cernigoi, a questo punto direi che ad inventare quella che lei chiama “la cultura della foiba” furono due contadini croati nel 1886. E farei ridere i polli.

Ma andiamo ancora più indietro.

Secondo gli antichi “Annales” di Quinto Ennio (239 a.C. - 169 a.C.), nel 177 a.C. Epulo re degli Istriani si sarebbe rinserrato coi suoi a Nesazio, assediata dai romani. P***e le speranze, i guerrieri istriani presero una decisione terribile: iniziarono ad uccidere le donne ed i bambini, gettandone i cadaveri dalle mura verso il fiume che scorreva lì sotto, per poi togliersi la vita essi stessi lanciadosi dall’alto: i loro corpi scorsero verso valle, sperdendosi nelle anse o venendo inghiottiti nelle doline. Ecco: se fossi la Cernigoi scriverei allora che furono gli istriani a inventare la sparizione dei cadaveri nelle foibe.

La conclusione non può che essere questa: solo chi è obnubilato dall’ideologia non pensa ad una cosa semplicissima, e cioè al fatto che tutte le cavità naturali in tutto il mondo sono state fin dall’alba dell’umanità un luogo prediletto non solo per il riparo, ma anche per l’occultamento di cose e per la sepoltura dei cadaveri.

E allora, cosa sono quelle filastrocche?

La più antica di tutte è la seguente:

Da Pola a Capodistria / Fra l’Leme e fra l’Quarner / Popolo vive in Istria / De antica stirpe altier. / Nei secoli lontani / Le antiche sue zità / Za prima dei romani / Vantava ziviltà. / Ze tuti i su’ abitanti / Caldi de patrio amor, / Nel qual i ze costanti, / E bravi e de bon cor. / E come tante stele / Nel fior de zoventù, / Le p**e sue zé bele / E piene de virtù. / Eviva l’Istria! Bela / De le più bele al par / Viva la sua favela / El suo bel ziel, el mar! / Parenzo ga San Mauro, / Rovigno el campanil / Sta Buie in sentinela / Dal monte suo zentil. / Piran e Capodistria / La fabrica del sal / Che messo in zerte zuche / Le guarirà del mal. / Se Muja ga dei squeri / Albona ga el carbon / Che per brusar le birbe / El pol vegnir in bon. / A Pola ze la rena / La foiba ga Pisin, / Per butar zo in quel fondo / Chi ga certo morbin. / Eviva l’Istria! Bela / De le più bele al par, / Viva la sua favela / El suo bel ziel, el mar! / E Umago e Zitanova / Isola e po’ Dignan, / Montona e i altri siti, / Tuti dal monte al pian / I ga tant’altre cosse / E più di un bon licor: / Refosco e la Ribola / che i mete el bon umor, / Che i dà vigor al sangue / Al viso el bel color / E l’ocio i fa più vivo / I fa più s’cieto el cor. / Eviva l’alegria / Viva il bon vin nostran, / Che alegra e no imbriaga / Che tien el corpo san! / Eviva l’Istria! Bela / De le più bele al par / Viva la sua favela / El suo bel ziel, el mar! / Viva Trieste nostra / La mare de bon cor! / Per ela avremo in peto / Sempre rispeto e amor. / O zovenoti e p**e / Godé felizità! / Ve daga il ziel salute, / Piazer prosperità. / Ma sempre in cor avendo / De patria el santo amor, / Ste saldi a sostegnirlo / Nel suo più antico amor. / E a chi con zerte sotrie / Fra i piè ve vegnarà / Canteghe ciaro e tondo: / Feve più in là... più in là...! / Eviva l’Istria! Bela / De le più bele al par, / Viva la sua favela / El suo bel ziel, el mar!

Questo testo completo è stato recuperato per intero dal sottoscritto, avendolo ritrovato in un articolo de “L’Eco di Pola” del 18 luglio 1891, dove viene chiamato “Inno istriano”. Ma in un libro sulle canzoni istriane pubblicato a Pola nel 1897, il titolo è “Canto Popolare Istriano”.

Come si potrà agevolmente notare, tutte le presunte volontà criminali infoibatrici di cui la ricercatrice dilettante Cernigoi accusa questa filastrocca non hanno alcun senso. A meno che non si voglia insinuare che tramite questa filastrocca si sia pure inventata l’idea del bruciar vive le persone o di metter loro a forza il sale in zucca.

Questa filastrocca venne composta attorno al 1870 dal sacerdote Giovanni Bennati, nato a Pirano nel 1848, venendo poi musicata da Giulio Giorgieri. Questi nacque a Massa Carrara nel 1842 e visse fin da giovanissimo in Istria, in particolare a Parenzo, dove sposò la parentina Caterina Sincich. Fu apprezzato maestro anche a Pola, Pisino (dove fu responsabile della filarmonica), a Capodistria (come insegnante al Ginnasio, direttore della filarmonica e del corpo bandistico) e a Trieste. Oltre questo brano qua, musicò il famoso Inno all'Istria e creò molti altri componimenti per banda o coro e marce divenuti celebri, come "Pro Patria", "Ecco Salvore", "Le nostre p**ele". Il maestro Giorgieri morì a Trieste nel 1900.

Ovviamente Cernigoi sbaglia anche a definire questa filastrocca “di evidente origine pisinota”: è "evidente" solo a chi non fa una ricerca degna di questo nome e s’inventa le cose.

Passiamo quindi alla “poesiola molto educativa” che appare – secondo Cernigoi - “in un libro di testo in uso nelle scuole della regione durante il ventennio fascista”. Solo un’ignorante al cubo può lasciar intendere che questa filastrocca sia “fascista”. Perché nella filastrocca si fa diretto riferimento alla “Lega”. E che cos’era questa “Lega”? Fu l’associazione degli italiani delle regioni soggette all’Austria, fondata da Carlo Seppenhofer nel 1891 a Trieste sulle ceneri della precedente associazione “Pro Patria”, sciolta dalle autorità austriache nel 1890 dopo soli quattro anni dalla fondazione. E quindi questa “poesiola” in realtà venne scritta ancora ai tempi dell’Impero, giammai ai tempi del fascismo. C’è poi da aggiungere che la Lega Nazionale venne sciolta dalle autorità imperiali il 15 giugno 1915, poi venne rifondata dopo la fine della guerra, ma nel 1919 gli italiani ne chiusero la sede trentina, mentre i rapporti col regime fascista dopo la marcia su Roma del 1922 furono spesso turbolenti, tanto che alla fine degli anni Venti la Lega Nazionale fu sciolta anche a Trieste.

Questa “poesiola” quindi nasce e si inserisce in un contesto del tutto diverso dal fascismo, nel pieno delle lotte nazionali che caratterizzarono gli ultimi decenni delle terre degli Asburgo. Cose che evidentemente Cernigoi non sa.

Andiamo adesso a commentare il passaggio di “Trieste la fedele di Roma” di Cobolli. Di passata, sarà da spiegare che Giuseppe Cobolli nacque come Giuseppe Cobol e aggiunse al proprio cognome “Gigli” perché durante la Grande Guerra – cui partecipò come “volontario irredento” essendo triestino – si era cambiato il nome nei documenti in Giuseppe Gigli: se fosse stato fermato dagli austriaci e avessero scoperto chi era, l’avrebbero impiccato come accadde – per esempio – a Nazario Sauro (che nei documenti era divenuto “Sambo”, ma venne riconosciuto lo stesso). Dopo la fine delle vicende belliche, fu permesso a questi “volontari irredenti” di aggiungere il cognome inventato al proprio cognome originale, e così il signor Giuseppe Cobol prima italianizzò il cognome originario in Cobolli e poi aggiunse il Gigli.

In questo caso, effettivamente la frase “La musa istriana ha chiamato la “Foiba” degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese la caratteristica nazionale dell’Istria” è tutta farina del sacco di questo irredentista e presenta un contenuto minaccioso.

E qua veniamo ad affrontare un altro argomento, cioè il preteso utilizzo delle foibe durante il fascismo, per eliminare “persone “colpevoli”, magari, solo di essersi fatte scoprire a dire qualche parola in sloveno o croato”. Questa è una totale leggenda, che ha anche un autore noto. Si tratta del triestino Raffaello Camerini, che inviò al quotidiano di Trieste “Il Piccolo” una lettera, pubblicata il 5 novembre 2001, ove sistematizzò questa sua testimonianza su fatti o presunti fatti sui quali aveva già parlato tempo prima:

“Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro coatto, in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S. Domenica d'Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c'erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pi***la alla nuca, li gettavano nel baratro... Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di Santa Domenica d'Albona, adiacente alla chiesa, e attraverso le tapparelle della finestra della stanza ho veduto più volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò finchè vivrò”.

Si dà però il fatto che il lavoro coatto per gli ebrei italiani venne istituito a maggio del 1942 (due anni dopo), e secondo una testimonianza del vescovo Antonio Santin, Camerini nel 1942 venne inviato al lavoro coatto a Vicenza. Oltre a ciò, dal 1945 ad oggi quella zona è in Croazia, e non risulta nessun memoriale, nessuna testimonianza, nessun nominativo di croati infoibati nella zona di Santa Domenica di Albona. Nessuno ne ha mai scritto, nessuno ne ha mai parlato, non risulta nessun documento in merito. Infine, le foibe di quel territorio vennero esplorate nel 1943 dai pompieri di Pola al comando del maresciallo Arnaldo Harzarich. Nelle sue relazioni non solo viene esplicitamente definito il numero dei corpi recuperati, ma per la quasi totalità di essi viene anche indicato il nominativo. Non risultano recuperi di corpi di persone ammazzate prima del 1943.

Sia chiaro: questo non assolve minimamente le responsabilità del regime fascista italiano e non ha il minimo peso nel giudizio finale sulla sua politica etnocidiaria. Ma la storia è fatta così: non può essere piegata o manipolata in funzione delle proprie convinzioni. E se un fatto è accaduto o non è accaduto o è accaduto in modo diverso da come appare o da come viene raccontato, solo le fonti ce lo possono dire.

Il testo tratto dal libro di Achille Gorlato. “In fondo alla foiba” non è altro che la riproposizione della canzone/filastrocca della Lega Nazionale di cui ho già parlato. Ecco cosa aggiunge Gorlato: “Ragazzi, impariamo a conoscere questa nostra terra, perché non può dirsi italiano chi non ama la Patria. Ricordate che qui da noi tutto è italiano: la terra, il mare, i fiumi, gli usi, i costumi, e ciò che più conta, la parlate semplice del nostro popolo buono che vive e lavora per far grande l’Italia”. Secondo Cernigoi, queste parole sono un “invito al massacro delle popolazioni non italiane dell’Istria”. Chiunque può agevolmente capire a che livelli di manipolazione delle fonti arriva questa pseudoricercatrice.

Concludo segnalando però che mentre Cernigoi può permettersi di scrivere quello che ha scritto semplicemente buttando là brani, ritagli di testi e parole in libertà senza un grande sforzo, per smontare quanto lei ha scritto è stato necessario un lavoro durato mesi. Perché bisogna individuare le fonti, recuperarle, leggerle, conoscere la materia e approfondire punto per punto. Sarebbe quello che dovrebbe fare un ricercatore che approccia quella materia chiamata storia. Cernigoi pubblica libri e articoli e dovrebbe farlo lei per esser considerata storica. Visto però che fa di tutto tranne la storica, si è presa questa incombenza di corretto inquadramento delle cose in base alle fonti la mia modestissima pagina di cartoline, qua su Facebook.

La cartolina viaggiata intorno al 1910 che illustra il post rappresenta la Foiba di Pisino, ed è stata pubblicata dall’editore pisinota Pasquale Ivich.

A settembre del 2019 pubblicai una cartolina di Knin (in italiano anche Tenin: https://www.facebook.com/photo/?fbid=2621...
02/05/2026

A settembre del 2019 pubblicai una cartolina di Knin (in italiano anche Tenin: https://www.facebook.com/photo/?fbid=2621469294572636&set=a.2621515744567991&locale=it_IT) raccontando che proveniva da un piccolo gruppo di cinque esemplari, tutti indirizzati ad una signora di Trieste da un’amica che viveva in quel periodo proprio a Knin, moglie di un funzionario pubblico qui dislocato.

Ecco una seconda cartolina del gruppo, spedita nel 1909. L’editore è il signor P.Požar.

Nel periodo antecedente il 1861 la provincia austriaca della Dalmazia era divisa, sotto il profilo-amministrativo, in 4 capitanati distrettuali (Zara, Spalato, Sebenico, Ragusa), 31 distretti o preture e 82 comuni politici. La Legge del febbraio 1861 diede anche alla Dalmazia il diritto di avere una propria Dieta, mentre nel 1868, con la nuova divisione amministrativa della Cisleitania (parte austriaca della monarchia) nel Regno di Dalmazia vennero costituiti i distretti politici di Benkovac, Ragusa, Lesina, Imotski, Knin, Curzola, Cattaro, Macarsca, Sinj, Spalato, Sebenico e Zara. In seguito se ne aggiunsero altri due: Metkovic e Brazza con sede a Supetar/San Pietro della Brazza.

La Dalmazia – come tutti sanno – occupa la gran parte della costa adriatica a sud di Fiume oggi appartenente alla Croazia, ma i suoi confini orientali sono stati determinati da eventi storici. In particolare, la regione di Knin venne inglobata alla Dalmazia veneziana solo dopo la conclusione della lunghissima guerra di Candia (1664-1669), quando i veneziani persero l’importantissima isola di Creta (Candia), ma al comando del provveditore Leonardo Foscolo riuscirono ad espugnare le fortezze ottomane di Tenin (Knin), Dernis (Drniš), Signo (Sign / Sinj) e Saduar (Duare / Zadvarje), e soprattutto la munitissima Clissa (Klis) che grazie alla sua posizione dominante costituiva la maggiore minaccia per la vicina città di Spalato.

La nuova linea confinaria fra i domini veneziani e quelli turco/ottomani venne chiamata Linea Nani, dal nome del commissario veneziano Battista Nani che la regolò sul terreno, dopo l’accordo fra le due potenze.

Le terre della Serenissima vennero aumentate altre due volte: la prima nel 1701 a seguito della Pace di Carlowitz del 1699 (Linea Grimani), la seconda nel 1721, dopo che l’impero ottomano fu costretto alla Pace di Passarowitz del 1718 (Linea Mocenigo). Da quest’ultimo momento, i territori inglobati dalla Linea Nani vennero chiamati “Acquisto Vecchio”, quelli della Linea Grimani “Acquisto Nuovo”, quelli della Linea Mocenigo “Acquisto Nuovissimo”.

I confini della Dalmazia veneziana si espansero quindi verso l’interno, e tali sono rimasti fino ad oggi. All’atto pratico, ciò ha comportato l’inclusione nella regione di nuove popolazioni, quasi esclusivamente slave, ed in buona parte serbe, fra le quali proprio quelle della zona di Knin. Qui il discorso si fa più complicato, giacché se è vero – com’è vero – che le lingue standard croate e serbe sono molto simili (per non dire moltissimo), tutti sanno che essi adottano due alfabeti diversi e soprattutto appartengono a due chiese diverse: cattolici i croati, ortodossi i serbi. Vero è che esistono anche i serbi cattolici… ma non mettiamo troppa carne al fuoco. Per adesso ricordiamo che le feroci guerre jugoslave proprio nella regione di Knin furono particolarmente cruente, con atti di vera e propria pulizia etnica dall’una e dall’altra parte, conclusesi nel 1995 con l’espulsione di una gran parte dei serbi.

Facciamo un passo indietro ed andiamo al 1941, quando il Regno di Jugoslavia crollò in poco tempo, sotto il peso della Blitzkrieg tedesca, blandamente spalleggiata dagli italiani, dagli ungheresi e dai bulgari.

In quei frangenti, il sindaco di Tenin Niko Novakovič, unitamente all'avvocato di Obbrovazzo Boško Desnica, fecero pervenire alle autorità italiane una petizione firmata da oltre 100.000 cittadini serbi, nella quale si richiedeva l'annessione della Dalmazia interna al Regno d'Italia fascista, preferendola al paventato inserimento in un nuovo stato nazionale croato. Ma ciò non accadde, e per tutto il resto della guerra la Dalmazia annessa alla Croazia di Ante Pavelić fu teatro di stragi e controstragi di ogni tipo, la cui memoria venne messa sotto il tappeto dalla Jugoslavia di Tito nel nome nella “Fratellanza ed Unità” (Bratstvo i jedinstvo: uno dei motti della Federativa), per riesplodere ferocemente decenni dopo. Questi fatti dovrebbero far comprendere come le radici delle guerre jugoslave affondino nei decenni (se non addirittura nei secoli) precedenti.

Tornando ai temi più specifici di questa pagina, ricorderò che a Knin a seguito della conquista veneziana sorse una piccola comunità di famiglie di lingua italiana (veneta). Nel 1880 a Knin 126 persone dichiararono di utilizzare la lingua italiana, su un totale di oltre 22.000 persone che vivevano nell’intero comune. Diventeranno 86 nel 1890 e 91 nel 1910 (non ho il dato del 1900). Viene quindi da domandarsi perché ancora nel 1869 – dopo l’inizio della politica di eliminazione dell’insegnamento in lingua italiana nelle località a maggioranza croata o serba perseguita dal Partito Nazionale - ben 140 capifamiglia su 195 della città di Knin chiedessero per i propri figli scuole in lingua italiana, visto che gli italofoni erano una sparuta minoranza.

Ciò ha a che fare con l’alta considerazione dell’italiano come lingua di amministrazione, della cultura e del commercio, secondo una tradizione che in Dalmazia durava da secoli, a petto dell’ancora bassa stima della propria lingua, che alle volte gli stessi slavi autoctoni consideravano come fosse popolana e quasi di secondo rango. Per decenni gli intellettuali croati – massimamente i sacerdoti – svolsero in Adriatico orientale una grande attività di proselitismo per l’uso della loro lingua nativa, con l’apertura di decine di centri di lettura e la stampa di numerosi testi di ogni tipo. E fu proprio sul terreno della scuola che si sviluppò nei decenni una lotta sempre più decisa contro l’italiano, visto come arma impropria per la snazionalizzazione del popolo.

Cosa che – sia detto per inciso – fu esattamente ciò cercarono di fare gli italiani nelle terre acquisite dopo la Grande Guerra: snazionalizzare sloveni e croati anche tramite la scuola.

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