Istriadalmaziacards / Cartoline di Istria, Fiume, Quarnaro e Dalmazia

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Istriadalmaziacards / Cartoline di Istria, Fiume, Quarnaro e Dalmazia Cartoline, vecchie immagini e storie dell'Istria, di Fiume, del Quarnaro e della Dalmazia.

Non inganni questa cartolina non viaggiata dell’Istituto Geografico De Agostini di Novara: presenta in rosa le mappe del...
19/06/2026

Non inganni questa cartolina non viaggiata dell’Istituto Geografico De Agostini di Novara: presenta in rosa le mappe della c.d. “Venezia Tridentina” e della c.d. “Venezia Giulia”, ma venne stampata prima che entrambi questi territori venissero assegnati all’Italia coi trattati di Rapallo (1920: Venezia Giulia e Zara) e di Roma (1924: Fiume). Lo si capisce dai confini della Venezia Giulia, che sbordano ampiamente ad est inglobando terre come Buccari, Portoré, Veglia, Arbe e Pago, che andarono al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. D’altro canto, il confine di stato italiano in questa cartolina è piazzato a metà della laguna di Grado, com’era prima della Grande Guerra.

I nomi di “Venezia Tridentina” e “Venezia Giulia” vennero inventati nel 1863 da un suddito dell’imperatore Francesco Giuseppe: il linguista goriziano Graziadio Isaia Ascoli. Il motivo immediato fu dovuto ad una precedente invenzione nominale, quella del c.d. “Litorale austriaco” (Österreichisches Küstenland), che a partire dal 1849 andò ad identificare una vasta area suddivisa in tre territori (Länder) autonomi: la città imperiale di Trieste con il suo territorio, la Contea Principesca di Gorizia e Gradisca ed il Margraviato d'Istria.

Ascoli considerò che questo nome tendesse ad oscurare il legame della zona con l’Italia. Non dimentichiamoci che proprio in quegli anni erano iniziati i contrasti fra sloveni e croati da una parte e italiani dall’altra per la supremazia politica e nazionale nell’area.

Il nome di Venezia Giulia derivava dalla Regio X, una delle regiones in cui Augusto divise l'Italia intorno al 7 d.C., successivamente indicata dagli storici come Venetia et Histria. Il suo territorio corrispondeva alle antiche regioni geografiche della Venezia e dell'Istria. L'Ascoli divise il territorio della Regio X in tre parti (che dopo la prima guerra mondiale vennero definite "Tre Venezie"): la Venezia Giulia (Friuli orientale, Trieste, Istria, parti della Carniola e della Iapidia), la Venezia Tridentina (il Trentino e l'Alto Adige) e la Venezia Propria (Veneto e Friuli centro-occidentale).
Ecco come l'Ascoli ripartì il territorio, identificando di conseguenza la Venezia Giulia:
«Noi diremo "Venezia propria" il territorio rinchiuso negli attuali confini amministrativi delle province venete; diremo "Venezia Tridentina" o "Retica" (meglio "Tridentina") quello che pende dalle Alpi Tridentine e può avere per capitale Trento; e "Venezia Giulia" ci sarà la provincia che tra la Venezia Propria e le Alpi Giulie e il mare rinserra Gorizia, Trieste e l'Istria. Nella denominazione comprensiva "Le Venezie" avremo poi un appellativo che per ambiguità preziosa dice classicamente la sola Venezia Propria, e perciò potrebbe stare sin d'ora, cautamente ardito, sul labbro e nelle note dei nostri diplomatici. Noi ci stimiamo sicuri del buon effetto di tale battesimo sulle popolazioni a cui intendiamo amministrarlo; le quali ne sentono tutta la verità. Trieste, Roveredo, Trento, Monfalcone, Pola, Capodistria, hanno la favella di Vicenza, di Verona, di Treviso; Gorizia, Gradisca, Cormons, quella d'Udine e di Palmanova. Noi abbiamo in ispecie ottime ragioni d'andar sicuri che la splendida e ospitalissima Trieste s'intitolerà con gaudio orgoglio la Capitale della Venezia Giulia. E non ci resta che di raccomandare questo nostro battesimo al giornalismo nazionale; bramosi che presto sorga il dì in cui raccomandarlo ai Ministri e al Parlamento d'Italia e al valorosissimo suo Re.».

Si noti l’ultimo inciso ascoliano, laddove si fa espresso riferimento alla nazione d’Italia, al suo parlamento e al re. Tradizionalmente si afferma che Ascoli non volesse esprimere alcun intento irredentista con l’invenzione delle Tre Venezie, ma io francamente – alla luce di queste parole - ho sempre nutrito dei dubbi.

Questa è una pagina nella quale si parla di storia dell’Adriatico orientale, partendo dalle cartoline della mia collezio...
15/06/2026

Questa è una pagina nella quale si parla di storia dell’Adriatico orientale, partendo dalle cartoline della mia collezione.

Purtroppo anche l’ultimo post da me pubblicato ha dimostrato una cosa che già sapevo da tempo. Nessuno si inventerebbe delle strampalate teorie di fisica in una pagina che tratta quella materia, e invece quando si parla di storia… apriti cielo! Pare di assistere – almeno in parte – alla sagra delle idiozie, ove ognuno ritiene di poter dire la sua per scienza infusa.

Mi sono trovato a leggere commenti di chi affermava che non fosse stata l’Austria-Ungheria a scatenare la prima guerra mondiale, e purtroppo ho pure iniziato un battibecco con un tizio che ha affermato che l’Impero d’Austria non esistette mai: secondo lui è esistito sempre e solo il Granducato d’Austria.

Non riuscendo a stare dietro a tutte le sciocchezze sparate a p***e incatenate, è meglio che continui ad andare avanti per la mia strada.

E riparlo quindi dell’Ungheria, come feci – per esempio – in un post di oltre un anno fa che parlò del suo smembramento postbellico: https://www.facebook.com/photo/?fbid=1225112176285786&set=a.3699597500093138&locale=it_IT

L’Ungheria rientra nel discorso che da molti anni cerco di portare avanti relativamente alla storia dell’Adriatico orientale, perché ungherese era il porto di Fiume. Anzi: era IL porto dell’Ungheria, così come Trieste era IL porto dell’Austria. Bene scrisse Angelo Vivante nel suo classico saggio “Irredentismo adriatico” (1912), quando affermò in soldoni che il motivo del clamoroso successo di Trieste era proprio dovuto alla sua particolarissima posizione nell’ambito dell’impero d’Austria, essendo di fatto il porto monopolista di tutta la parte austriaca dell’Impero, così come precedentemente Venezia fu il porto monopolista di tutto il Mediterraneo orientale. La perdita di questo status di monopolio avrebbe comportato un grosso problema per Trieste, e infatti dopo la dissoluzione dell’Impero e la comparsa di una serie di stati sorti dalle sue macerie, Trieste improvvisamente si trovò a dover sostenere la concorrenza di una serie di porti italiani e nordeuropei, che precedentemente erano tagliati fuori da quei commerci. Ma non solo soffrirono i commerci portuali: soffrì anche la cantieristica, e pure soffrirono le industrie e i servizi connessi all’emporio portuale.

Il problema maggiore da affrontare per l’economia locale fu il mancato ricambio dei vecchi mercanti mitteleuropei con quelli italiani. Non esistevano infatti aziende italiane capaci di sopperire a questa mancanza. Come afferma Apih, in questo desolante contesto “solo le compagnie assicuratrici mantennero le loro posizioni”.

Trieste ebbe tutto da perdere dalla guerra scatenata dall’Austria contro la Serbia, e il passaggio della salma di Francesco Ferdinando – trasportata via mare proprio fino a Trieste, ove venne ricevuta in modo solenne, come si addice ad un erede al trono – in qualche modo simboleggiò una sorta di requiem pure per il principale porto dell’Adriatico.

Parafrasando Vivante, anche Fiume subì la stessa identica sorte, sia pure in proporzioni minori.

Non ripeterò qua le cose dette in altri post: mi limito a commentare questa cartolina non viaggiata e pubblicata dall’Associazione Nazionale Ungherese (Magyar Nemzeti Szövetség: una sorta di Lega Nazionale in salsa magiara) nel 1936.

Si vede Mussolini e sullo sfondo una frase lapidaria, in lingua italiana: „Giustizia per l’Ungheria, la grande mutilata!”

Si fa riferimento ad un celebre discorso del duce del 1° novembre 1936, nel quale disse: „ Sinché non sarà resa giustizia all'Ungheria non vi potrà essere sistemazione definitiva degli interessi nel bacino danubiano. L'Ungheria è veramente la grande mutilata: quattro milioni di magiari vivono oltre i suoi confini attuali. Per volere seguire i dettami di una giustizia troppo astratta, si è caduti in un'altra ingiustizia forse maggiore”.

Aperta parentesi: nello stesso discorso, Mussolini così si espresse nei confronti della Jugoslavia: “In questi ultimi tempi l'atmosfera tra i due Paesi è grandemente migliorata. Voi ricorderete che due anni or sono, in questa stessa piazza, io feci un chiaro accenno alla possibilità di stabilire rapporti di cordiale amicizia fra i due Paesi. Riprendo oggi questo motivo e dichiaro che oggi ormai esistono le condizioni necessarie e sufficienti di ordine morale, politico ed economico per mettere su nuove basi di una concreta amicizia i rapporti fra questi due Paesi”. Siamo nell’ambito della variegata storia dei rapporti fra Italia e Jugoslavia, che conobbe continui alti e bassi. Chiusa parentesi, torniamo all’Ungheria.

Sapete quando Mussolini si congratulò con l’Ungheria, riprendendo il concetto della "grande mutilata"?

A novembre del 1938, quando dopo quella grandissima porcheria che fu il Patto di Monaco (29-30 settembre 1938) la Cecoslovacchia fu smembrata. Ora, tutti ricordano la marcia trionfale del Terzo Reich che prima si pappò i Sudeti e poi – a marzo del 1939 - le truppe della Wehrmacht invasero militarmente la Boemia e la Moravia senza incontrare resistenza. Hi**er entrò al Castello di Praga il giorno successivo, proclamando il Protettorato tedesco.

Ma ben pochi fanno mente locale all’altro paese che pretese ed ottenne una fetta della Cecoslovacchia, e cioè all’Ungheria, che col primo arbitrato di Vienna (o Primo Diktat di Vienna) del 2 novembre 1938 ricevette dalll'Italia fascista e dalla Germania nazista vaste porzioni della Slovacchia meridionale e della Rutenia.

E non è finita, visto che anche la Polonia precedentemente si era presa una sua parte, e cioè la città di Teschen al di là del fiume Olza, che secondo i dati del censimento del 1910 aveva 22.489 abitanti, 21.550 dei quali avevano ivi una residenza permanente. Nel censimento veniva chiesto agli intervistati anche la loro lingua madre, e i risultati furono i seguenti: 13.254 (61,5%) madrelingua tedeschi, 6.832 (31,7%) polacchi e 1.437 (6,6%) cechi.

Adesso copio/incollo come la stampa italiana presentò la vicenda delle appropriazioni ungheresi. Notare il tono tronfio:

La mattina del 5 novembre, secondo il lodo arbitrale italo-tedesco di Vienna del 2 novembre, le truppe ungheresi varcano l'iniquo confine con la Cecoslovacchia e ricongiungono alla patria le terre che l'infausto trattato del Trianon aveva ingiustamente assegnato allo Stato cecoslovacco. Tutta l'Ungheria inneggia al Duce, primo e principale sostenitore della causa ungherese e il Reggente Horthy così gli telegrafa: “La Nazione ungherese non dimenticherà mai che Colui che fu il primo a richiamare la giustizia per l'Ungheria rimase fermo nel suo proposito. Gradite i miei più sentiti; ringraziamenti uniti a quelli di tutti gli Ungheresi. Horthy”

Il Duce risponde:

“Vi ringrazio del Vostro cortese telegramma e colgo l'occasione per porgerVi le più vive felicitazioni in queste storiche giornate che hanno sanzionato il riconoscimento delle giuste rivendicazioni dell'Ungheria. L'Italia è lieta di avere dato a tale riconoscimento un contributo sincero e disinteressato, ispirato alla amicizia che la lega alla nobile Nazione magiara e agli alti ideali di giustizia che ha sempre perseguiti. Prego Vostra Altezza Serenissima di accogliere i miei deferenti omaggi. Mussolini”

Anche il Presidente del Consiglio Imredy esprime al Duce il ringraziamento del Governo d'Ungheria:

“Colgo l'occasione per ringraziare vivamente l'E. V. di avere voluto accettare insieme col Governo del Reich l'arbitrato nella causa ungaro-cecoslovacca. La decisione di Vienna documenta che l'interessamento e la comprensione dell'Italia e dell'asse Roma-Berlino per i problemi dell'Europa centrale sono il pegno più sicuro dell'evoluzione pacifica in questo settore del continente”.

Queste ultime parole – viste a posteriori – suonano come un amaro epitaffio.

Com’è noto, alla conferenza di pace di Parigi l’Italia non ricevette i territori promessi dal Patto di Londra del 1915, ...
12/06/2026

Com’è noto, alla conferenza di pace di Parigi l’Italia non ricevette i territori promessi dal Patto di Londra del 1915, in base al quale entrò in guerra.

Tengo a sottolineare una cosa: quel tipo di patti era assolutamente usuale all’epoca. Se voi leggete un qualsiasi saggio di un qualsiasi storico contemporaneo – compresi gli storici austriaci – la questione viene analizzata in maniera del tutto normale, sia pure presentando magari diverse linee interpretative. Ad indignarsi invece sono in primis le prefiche fuori tempo massimo dell’Imperial-Regio governo, che dopo oltre un secolo non hanno ancora metabolizzato la “Finis Austriae”.

E’ bizzarro però notare che gli stessi orfanelli degli Asburgo non se la prendono minimamente con la Romania, che seguì un percorso che approfondiremo oggi.

L ’Italia fu tra le prime Grandi Potenze che riconobbero, poco dopo la fine della guerra russo-romeno-turca (1877-78), l’entrata ufficiale della Romania nella famiglia degli Stati sovrani europei. L’avvio dei rapporti diplomatici a livello di Legazione, tra Roma e Bucarest, si concretizzò il 5 dicembre 1879, mediante il riconoscimento dell’indipendenza della Romania da parte dell’Italia. Questi rapporti non ebbero uno sviluppo continuo e progressivo nel decennio successivo al Congresso di Berlino. Periodi di collaborazione e di solidarietà si alternarono ad altri caratterizzati da rapporti meno significativi, quasi impalpabili, risultato dell’atteggiamento d’indifferenza che i due governi avevano reciprocamente adottato. Tuttavia, nonostante tali premesse non del tutto favorevoli, alla fine degli anni ‘80 del XIX secolo i rapporti politico-diplomatici tra i due governi conobbero un cambiamento spettacolare, dovuto soprattutto all’adesione dell’Italia al trattato d’alleanza austro-romeno nel 1888. Le circostanze e gli argomenti che determinarono questo avvicinamento sono difficilmente individuabili, ma l’alleanza italo-romena non fu affatto il risultato di un imprevisto.

L’orientamento della politica estera della Romania indipendente si delineò da una parte sotto l’influenza degli sviluppi registrati a livello internazionale subito dopo il Congresso di Berlino (l’alleanza austro-tedesca, il Dreikaiserbund, la questione danubiana), dall’altra parte, quale conseguenza delle mutazioni prodotte nelle concezioni/strategie dei governanti romeni. Dopo un processo complesso, che richiese più di tre anni, questo orientamento portò all’avvicinamento progressivo agli Imperi Centrali, avvicinamento sancito tramite il trattato segreto di alleanza, firmato il 30 ottobre 1883 tra la Romania e l’Austria-Ungheria, al quale lo stesso giorno aderì anche la Germania.

Le uniche Grandi Potenze a manifestare l’intenzione di stabilire un rapporto stretto con la Romania, nel senso di un’alleanza politico-militare, quasi contemporaneamente al riconoscimento dell’indipendenza, furono quindi gli Imperi centrali. Il governo di Vienna, in particolare, riteneva l’alleanza con la Romania non solo opportuna ma anche necessaria, per motivi di sicurezza e in virtù della sua strategia politica nei Balcani. In questo processo d’integrazione politico-militare della Romania, il dettaglio che inevitabilmente colpisce (a proposito del concetto di fedeltà/infedeltà) è l’assenza del consenso dell’Italia, membro della Triplice Alleanza, che non fu informata sulle trattative in corso, né invitata a sottoscriverle e neppure consultata. Il colloquio tra i sovrani della Germania e dell’Austria-Ungheria si era svolto a Ischl, nell’agosto del 1883, senza la partecipazione del Re d’Italia; l’incontro Bismarck – Kálnoky, avvenuto alla fine dello stesso mese a Salisburgo, dove si decise l’avvio dell’alleanza con la Romania, fu organizzato senza la partecipazione dell’alleato italiano (il ministro degli Affari Esteri Mancini). Questo fu un motivo in più perché il ”peccato originale” della Triplice, più precisamente l’esistenza di un rapporto privilegiato austro-tedesco, fosse avvertito ancora più intensamente in Italia.

L’immagine negativa ed errata dei dirigenti romeni al riguardo della realtà italiana – politica, economica e militare – spiega in parte questa diffidenza. I romeni non vedevano l’Italia come una Grande Potenza, ma piuttosto come la „cameriera di Francesco Giuseppe”, per adoperare la dura formula forgiata dal quotidiano italiano L’Osservatore Lombardo nel gennaio del 1883. In altre parole, l’Italia fu vista come un elemento ausiliare dei due imperi, dominato dalle decisioni dei suoi alleati più potenti. Infatti, dato che una parte dei diplomatici e dei politici italiani condividevano questa opinione, era ovvio che i romeni la ritenessero alquanto verosimile. Una grande potenza doveva – come si pensava generalmente all’epoca – auto rivelarsi attraverso una guerra vittoriosa contro un’altra grande potenza. E nel 1883 l’Italia era ancora molto lontana dalla guerra libica. „Il pro tempore padron del mondo”, il cancelliere von Bismarck, aveva forse dichiarato anche agli ufficiali romeni, trovatisi in visita a Berlino o altrove, quello che aveva affermato spesso tra il 1879 e il 1882 circa le cinque Grandi Potenze dell’epoca, ritenendo che l’Italia non poteva essere giudicata una di esse nemmeno nei momenti più incerti per l’equilibrio europeo. In ogni caso certo è che trent’anni più tardi il Ministro romeno a Roma, Constantin Nanu ebbe l’occasione di ascoltare apprezzamenti simili espressi da un altro oracolo della politica internazionale, l’ambasciatore francese Barrère: “Come Grande Potenza l’Italia non sta che nella seconda fila, come Potenza d’appoggio (puissance d’appoint) però, il cui concorso ad un certo punto potrebbe essere decisivo, l’Italia è una Grande Potenza”.

Nonostante tutto ciò, alla fine degli anni Ottanta la Romania diventò – per citare un giornale di Venezia “L’Adriatico” – “la sentinella avanzata della Triplice Alleanza sul Danubio”. In questa sede interessa scoprire e capire i criteri, le intenzioni, le speranze in base alle quali il governo italiano accettò, nel 1888, un patto che avrebbe potuto facilmente trascinare l’Italia in una guerra contro la Russia. L’idea dell’adesione dell’Italia al trattato austro-romeno apparve nel contesto di un ampio progetto di trasformazione della Triplice Alleanza, nel senso dell’allargamento della collaborazione militare tra gli alleati tramite delle convenzioni militari e navali, progetto ideato dallo statista italiano Francesco Crispi, Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri ad interim.

L’adesione dell’Italia al trattato austro-romeno del 1883, per quanto paradossale potesse sembrare, avvenne senza che i vertici politici italiani avessero immaginato e desiderato una simile estensione dei propri accordi ed obblighi nell’ambito della Triplice Alleanza. Al posto del molto più desiderato perfezionamento della Triplice Alleanza nonché dell’ottenimento della collaborazione navale con l’Austria-Ungheria contro la Francia, Crispi riuscì a coinvolgere l’Italia in un settore del sistema politico-militare internazionale nel quale non aveva interessi diretti ed immediati, decisione che procurò il vantaggio esclusivo dell’Austria-Ungheria, della Romania e della Germania, senza offrirgli la certezza del dovuto compenso in cambio dell’impegno assunto. Creato come parte integrata degli altri strumenti della Triplice, l’accordo e le sue disposizioni avrebbero in sostanza gravato sull’Italia per tutto il tempo in cui essa rimase legata a questo sistema politico-militare.

L’accesso dell’Italia al trattato austro-romeno fu l’effetto scontato di una politica dominata dall’illusione della grandezza. L’alleanza con la Romania, soprattutto così com’era stata formulata, significò per Crispi un’importante conferma, in termini politici, militari, morali e addirittura giuridici, della posizione di Grande Potenza dell’Italia.

Il trattato austro-rumeno nell’ambito della Triplice alleanza fu rinnovato costantemente, ed era ancora valido quando l’Austria-Ungheria scatenò la Prima Guerra Mondiale. Nel luglio del 1914 i governi di Vienna e di Berlino invocarono la presenza del casus foederis previsto nei trattati d’alleanza. L’Italia e la Romania respinsero però questa interpretazione, dimostrando tramite le dichiarazioni di neutralità quasi simultanee le tendenze centrifughe nell’ambito dell’alleanza con gli Imperi Centrali.

Dopo di che, sappiamo che l’Italia iniziò una serie di trattative sia con gli Imperi Centrali che con gli Alleati anglo-franco-russi per ottenere il maggior guadagno territoriale e non territoriale possibile nel caso di un proprio ingresso nel conflitto da una parte o dall’altra. Al contempo, la Germania premette col governo austro-ungherese perché offrisse delle compensazioni sia all’Italia che alla Romania, purché almeno decidessero di rimanere neutrali. Sappiamo tutti come andò a finire, per l’Italia.

Molti meno invece sono quelli che sanno che pure la Romania sostenne la stessa identica parte dell’Italia.

In cambio dell'ingresso in guerra a fianco degli Alleati, la Romania chiese sostegno per le sue rivendicazioni territoriali su alcune parti della Transilvania ungherese, in particolare quelle a maggioranza rumena. Le maggiori preoccupazioni dei rumeni nei negoziati erano evitare un conflitto che si sarebbe dovuto combattere su due fronti (uno in Dobrugia con la Bulgaria e uno in Transilvania) e ottenere garanzie scritte sui guadagni territoriali rumeni dopo la guerra. Chiesero un accordo per non stipulare una pace separata con le Potenze Centrali, pari status alla futura conferenza di pace, assistenza militare russa contro la Bulgaria, un'offensiva alleata in direzione della Bulgaria e la fornitura regolare di rifornimenti bellici alleati. La convenzione militare firmata con gli Alleati prevedeva che Francia e Gran Bretagna iniziassero un'offensiva contro la Bulgaria e l'Impero Ottomano entro l'agosto del 1916, che la Russia inviasse truppe in Dobrugia e che l'esercito rumeno non fosse subordinato al comando russo. Gli Alleati avrebbero dovuto inviare 300 tonnellate di viveri al giorno. Secondo il resoconto rumeno, la maggior parte di queste clausole, ad eccezione di quelle imposte alla Romania, non furono rispettate. Gli Alleati accettarono i termini col Trattato di Bucarest del 17 agosto 1916, in base al quale la Romania avrebbe dovuto dichiarare guerra all’Austria-Ungheria (e non alla Germania) entro il 28 dello stesso mese.

Le similitudini con l’Italia non terminano qui.

Perché così come con l’Impero combatterono gli italiani soggetti agli Asburgo, un numero molto ampio di rumeni (stimato fra i 400.000 ai 600.000) parimenti sudditi prima di Francesco Giuseppe e poi dell’imperatore Carlo, fu richiamato a partire dal 1914, andando a combattere prevalentemente contro la Russia. La loro fedeltà fu talmente traballante, che si stima che dei circa 300.000 disertori austro-ungheresi (la maggior parte dei quali fu registrata nel 1918) circa la metà fosse costituita da rumeni.

Ma non solo: così come esistette la cosiddetta “Legione Redenta” costituita da ex prigionieri italiani dei russi che ripresero le armi arruolandosi col Regno d’Italia, così i prigionieri di guerra rumeni detenuti dall'Impero russo formarono il Corpo dei Volontari Rumeni che furono rimpatriati in Romania nel 1917 e rimpolparono l’esercito locale. I rumeni sudditi imperiali vennero però fatti prigionieri anche sul fronte italiano. Ebbene: su un totale di 60.000 prigionieri di guerra di origine rumena, 36.712 soldati e 525 ufficiali chiesero di unirsi alla Legione rumena d'Italia. Tra gli ufficiali, uno era colonnello, 5 erano maggiori, 32 capitani, 97 tenenti, 294 sottotenenti e 96 candidati ufficiali.

Le vicende della Romania ricalcano quelle italiane anche per un altro fatto, che però si concluse tragicamente per il regno balcanico: così come i tedeschi fornirono un apporto fondamentale per la battaglia di Caporetto che diede una poderosa spallata al Regno d’Italia, allo stesso modo fu grazie al decisivo apporto teutonico che nel mese di luglio del 1917 gli Imperi Centrali sfondarono il fronte rumeno. La disperata difesa cessò del tutto dopo che a seguito della rivoluzione del novembre del 1917 i russi prima di fatto e poi di diritto (pace di Brest-Litovsk – 3 marzo 1918) uscirono dal conflitto: i rumeni erano rimasti soli di fronte agli austrotedeschi, e il 7 maggio 1918 furono costretti a firmare il Trattato di Bucarest, a differenza dell'Italia che continuò a combattere. La Romania rientrerà in guerra solo a novembre del 1918, il giorno prima della fine del conflitto.

Ma la storia non è ancora finita.

Così come dopo la fine della guerra in diversi teatri bellici il conflitto continuò per la ridefinizione dei confini – e in tale quadro va vista la dannunziana impresa di Fiume, simile a diverse altre occupazioni coeve – in continuità con la Grande Guerra scoppiò il conflitto rumeno-ungherese, che andò avanti fino ad agosto del 1919. Questo conflitto conobbe tali e tante sfaccettature da meritare un’ampia trattazione, che cercherò di imbastire magari in futuro.

Quando qualche anima bella si scandalizza perché l’Italia (e non solo essa) negli ultimi giorni di guerra prese prigionieri centinaia di migliaia di militari austro-ungheresi, dovrebbe riflettere su questo semplice fatto: il fare prigionieri era considerata cosa necessaria onde evitare lo scoppio di nuove guerre o il rinfocolarsi di guerre locali già scoppiate. Cosa che comunque non riuscì: in quasi tutti i paesi dell’Europa orientale gli sconti continuarono. Ma si provi solo ad immaginare quale sarebbe stato l’andamento del conflitto austro-sloveno (altro evento ignoto ai più, che durò da novembre del 1918 fino a giugno del 1919) se la parte austriaca fosse stata rimpolpata da migliaia di reduci, lasciati liberi dall’Italia.

Qui sarebbe da parlare della nostra cartolina doppia (si piega in due per la spedizione), che l’Associazione Nazionalista Italiana pubblicò durante le trattative di pace. Ma penso che il quadro descritto sia sufficiente ad inquadrarla bene: si era all’interno di un mondo ove i trattati venivano fatti valere fino ad un certo punto, considerando l’uso della mera forza come uno dei modi tradizionali attraverso i quali si potevano raggiungere i propri obiettivi politici.

La cartolina è viaggiata a settembre del 1920, prima della firma del Trattato di Rapallo fra l’Italia e il quasi neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che fra l’altro fece formalmente nascere lo Stato Libero di Fiume. Fiume andò all’Italia solo col trattato di Roma del 27 gennaio 1924.

Questa bella cartolina di Sansego non è viaggiata e non presenta il nome dell’editore. Presumo però che appartenga al pe...
05/06/2026

Questa bella cartolina di Sansego non è viaggiata e non presenta il nome dell’editore. Presumo però che appartenga al periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale.

Le condizioni delle case e delle strade fanno subito capire che le cose non erano molto cambiate da quando l’abate Fortis nel 1771 l’aveva visitata, descrivendo in maniera molto cruda la spaventosa povertà dei sansegoti.

Quando leggo dei fantastici peana sulle presunte mirabili sorti dell’Istria nel periodo asburgico a petto dei miserandi anni di dominio veneziano, mi domando se chi afferma ciò abbia la minima idea dei dati concreti raccolti sul campo nel corso dei diversi censimenti austriaci del XIX secolo e del primo decennio del 1900.

Ecco qua alcuni spunti di riflessione sul sistema scolastico.

La Repubblica di Venezia non ebbe mai alcun interesse a creare un sistema d'istruzione pubblica. L’educazione scolastica era demandata alle famiglie che potevano permettersela o alla chiesa. Esistevano poi delle accademie e dei centri di cultura, fra i quali svettava Capodistria. La stessa identica cosa accadde in Austria, fino a quando nel 1774 l’imperatrice Maria Teresa promulgò il Regolamento scolastico generale (Allgemeine Schulordnung). Questa legge storica istituì le scuole pubbliche e rese obbligatoria la frequenza per tutti i bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni, ma gran parte degli istituti scolastici erano ancora in mano alla chiesa. Con la Legge fondamentale del 14 maggio 1869 (Reichsvolksschulgesetz), l'imperatore Francesco Giuseppe portò l'obbligo scolastico a 8 anni e sottrasse il controllo delle scuole all'autorità ecclesiastica, affidandolo allo stato.

Il Regolamento Scolastico del 1774 prese le mosse soprattutto dall’osservazione di ciò che era accaduto negli stati tedeschi, fortemente influenzati dal testo fondamentale di Martin Lutero "An die Ratsherren aller Städte deutschen Landes" (Per i consiglieri di tutte le città dei Paesi tedeschi, 1524), che aveva chiesto di istituire una scuola dell'obbligo affinché tutti i parrocchiani potessero leggere la Bibbia da soli. Nel 1559 il ducato del Württemberg istituì un sistema di istruzione obbligatoria per ragazzi. Nel 1592 il ducato del Palatinato-Zweibrücken divenne il primo territorio al mondo con istruzione obbligatoria per ragazze e ragazzi seguito nel 1598 da Strasburgo, all'epoca città libera del Sacro Romano Impero e ora parte della Francia. Il Ducato di Gotha aveva imposto l'obbligo scolastico nel 1642. Nel 1717, Federico Guglielmo I istituì l'istruzione obbligatoria per tutti i bambini in Prussia. Questa fu poi ulteriormente regolamentata e resa più severa da Federico II il Grande nel 1765. Ma altri paesi – come per esempio la Francia – si mossero con grande ritardo: la prima legge sull’obbligo scolastico fu varata addirittura nel 1881, seguita l’anno successivo da un’altra legge che imponeva lo studio fino ai 13 anni.

Per quanto riguarda invece gli stati preunitari italiani, a parte le aree soggette all’Austria la situazione fu a macchia di leopardo, fino a quando il neonato Regno d’Italia nel 1861 estese a tutti i territori la preesistente Legge Casati del 1859, implementata dalla legge Coppino nel 1877.

A questo punto, essendo l’Istria entrata stabilmente nei territori degli Asburgo (dopo un tira e molla coi francesi) nel 1813, potremmo pensare che nel 1910 – quasi un secolo dopo – tutti gli istriani sapessero leggere e scrivere: avevano o no la scuola obbligatoria per tutti? La stessa cosa potrebbe esser detta per l’Italia nel 1910, dopo cinquant’anni di unità con l’insegnamento obbligatorio! Invece sappiamo che non è così, né per l’Austria né – ovviamente – per l’Italia. Perché fra il dire e il fare…

Nelle isole del Quarnaro (Cherso, Lussino e Veglia: Sansego apparteneva al Circolo Politico di Lussino) nel 1847 le scuole erano in tutto 33: cioè 3 capo-scuole per soli maschi (Veglia, Lussinpiccolo, Cherso) con annessa scuola di lingua tedesca di due corsi annuali, 20 scuole elementari minori per soli maschi di cui 12 scuole parrocchiali; una filiale e 7 scuole ausiliarie sostenute dal clero curato, 10 scuole elementari per sole fanciulle. Però quell’anno lì su 5.123 obbligati allo studio, ben 1.960 (38,25%) non frequentavano. E la cosa peggiorò in alcuni degli anni successivi: per esempio nel 1851 2.224 scolari su 5.202 (43,79%) non fecero un giorno di scuola, rincorsi fra l’altro dalle odiatissime multe che gli zelanti funzionari pubblici calavano dall’alto ai genitori, in genere poverissimi. L’impegno degli istituti e della chiesa fece nuovamente scendere il tasso di dispersione, che però fino alla fine del secolo rimase sempre superiore al 25%.

Rimanendo sempre sul tema della realtà rispetto alla norma, nei territori soggetti agli Asburgo sarebbero dovuti esserci tre tipi di scuola: la Normalschule, istituita in ogni regione; la Hauptschule, almeno una in ogni distretto; la Trivialschule, una in ogni paesino e in ogni parrocchia rurale.

Ma se andiamo a leggere i resoconti dei dibattiti della Dieta istriana, il 25 marzo 1863 l’assessore De Persico dipinse questo quadro: “La coltura esige un'opera continua ed assidua e reclama l'attenzione non degli adulti solamente, ma sì anche dei fanciulli, i quali eseguono i lavori compatibili con la loro età risparmiando agli adulti tempo e fatica (…). Non minore difficoltà presentano alla frequentazione i disagi per le distanze dai centri ove sono le scuole. Un cammino d'un'ora e più per sentieri ripidi e difficili riesce pei fanciulli gravoso assai e non di rado pericoloso alla salute”.

Perché le spese per le scuole erano a carico dei comuni, che spesso non avevano i soldi per pagare i sia pur magri stipendi dei maestri. E quindi l'istruzione obbligatoria rimaneva solo sulla carta.

Facciamo quindi un salto nel 1910, e riportiamo quanto emerso dal censimento di quell’anno: in Istria il 44,87% degli abitanti non sapeva né leggere, né scrivere, e questo dato aumentava addirittura al 64,52% in Dalmazia! Stiamo parlando di tassi di analfabetismo superiori a quello del Veneto (35,4% nel 1911, comprendendo nel Veneto anche il Friuli), che era la regione del nord Italia meno alfabetizzata. Per fare un paragone, si consideri che nel 1911 l’analfabetismo registrato in Piemonte era pari al 14,9%. La Dalmazia era quindi paragonabile alle regioni del sud Italia.

D’altro canto, a Trieste gli analfabeti erano solo il 5,4%. Alle volte leggo i soliti scalmanati che affermano che tutti gli abitanti dei territori occupati dagli italiani fra il 1915 e il disastro di Caporetto del 1917 sarebbero stati alfabetizzati. Ebbene: questo c***a coi dati del censimento, che per la Contea di Gorizia e Gradisca registrava un sia pur ottimo 16,34% di analfabeti.

La realtà quindi è una sola: i dati sull’analfabetismo del multiforme impero d’Austria (tralasciando l’Ungheria, che in generale era meno alfabetizzata) erano a macchia di leopardo. Si può dire che l’analfabetismo fosse stato quasi completamente debellato nel 1910 in tutte le regioni di lingua tedesca, mentre nelle zone di lingua slava o miste italiana/slava la situazione era più variegata, con sacche di profondo analfabetismo nelle aree più povere.

Al termine di questo scritto, segnalo che nel 1853 gli abitanti di Castelmuschio, Dobasnizza, Verbenico, Bescanuova, Caisole, Neresine e Sansego avevano inoltrato una richiesta di istituzione di scuole miste italo/croate, ma il Concistorio vescovile di Veglia – competente per materia e per geografia – espresse parere negativo: la scuola doveva essere solo in croato.

Tornerò un giorno su questo tema, che fu uno dei terreni di scontro più forti fra italiani e slavi (sloveni e croati) nei decenni di dominazione asburgica che vanno dal 1870 fino alla Grande Guerra.

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