12/06/2026
Com’è noto, alla conferenza di pace di Parigi l’Italia non ricevette i territori promessi dal Patto di Londra del 1915, in base al quale entrò in guerra.
Tengo a sottolineare una cosa: quel tipo di patti era assolutamente usuale all’epoca. Se voi leggete un qualsiasi saggio di un qualsiasi storico contemporaneo – compresi gli storici austriaci – la questione viene analizzata in maniera del tutto normale, sia pure presentando magari diverse linee interpretative. Ad indignarsi invece sono in primis le prefiche fuori tempo massimo dell’Imperial-Regio governo, che dopo oltre un secolo non hanno ancora metabolizzato la “Finis Austriae”.
E’ bizzarro però notare che gli stessi orfanelli degli Asburgo non se la prendono minimamente con la Romania, che seguì un percorso che approfondiremo oggi.
L ’Italia fu tra le prime Grandi Potenze che riconobbero, poco dopo la fine della guerra russo-romeno-turca (1877-78), l’entrata ufficiale della Romania nella famiglia degli Stati sovrani europei. L’avvio dei rapporti diplomatici a livello di Legazione, tra Roma e Bucarest, si concretizzò il 5 dicembre 1879, mediante il riconoscimento dell’indipendenza della Romania da parte dell’Italia. Questi rapporti non ebbero uno sviluppo continuo e progressivo nel decennio successivo al Congresso di Berlino. Periodi di collaborazione e di solidarietà si alternarono ad altri caratterizzati da rapporti meno significativi, quasi impalpabili, risultato dell’atteggiamento d’indifferenza che i due governi avevano reciprocamente adottato. Tuttavia, nonostante tali premesse non del tutto favorevoli, alla fine degli anni ‘80 del XIX secolo i rapporti politico-diplomatici tra i due governi conobbero un cambiamento spettacolare, dovuto soprattutto all’adesione dell’Italia al trattato d’alleanza austro-romeno nel 1888. Le circostanze e gli argomenti che determinarono questo avvicinamento sono difficilmente individuabili, ma l’alleanza italo-romena non fu affatto il risultato di un imprevisto.
L’orientamento della politica estera della Romania indipendente si delineò da una parte sotto l’influenza degli sviluppi registrati a livello internazionale subito dopo il Congresso di Berlino (l’alleanza austro-tedesca, il Dreikaiserbund, la questione danubiana), dall’altra parte, quale conseguenza delle mutazioni prodotte nelle concezioni/strategie dei governanti romeni. Dopo un processo complesso, che richiese più di tre anni, questo orientamento portò all’avvicinamento progressivo agli Imperi Centrali, avvicinamento sancito tramite il trattato segreto di alleanza, firmato il 30 ottobre 1883 tra la Romania e l’Austria-Ungheria, al quale lo stesso giorno aderì anche la Germania.
Le uniche Grandi Potenze a manifestare l’intenzione di stabilire un rapporto stretto con la Romania, nel senso di un’alleanza politico-militare, quasi contemporaneamente al riconoscimento dell’indipendenza, furono quindi gli Imperi centrali. Il governo di Vienna, in particolare, riteneva l’alleanza con la Romania non solo opportuna ma anche necessaria, per motivi di sicurezza e in virtù della sua strategia politica nei Balcani. In questo processo d’integrazione politico-militare della Romania, il dettaglio che inevitabilmente colpisce (a proposito del concetto di fedeltà/infedeltà) è l’assenza del consenso dell’Italia, membro della Triplice Alleanza, che non fu informata sulle trattative in corso, né invitata a sottoscriverle e neppure consultata. Il colloquio tra i sovrani della Germania e dell’Austria-Ungheria si era svolto a Ischl, nell’agosto del 1883, senza la partecipazione del Re d’Italia; l’incontro Bismarck – Kálnoky, avvenuto alla fine dello stesso mese a Salisburgo, dove si decise l’avvio dell’alleanza con la Romania, fu organizzato senza la partecipazione dell’alleato italiano (il ministro degli Affari Esteri Mancini). Questo fu un motivo in più perché il ”peccato originale” della Triplice, più precisamente l’esistenza di un rapporto privilegiato austro-tedesco, fosse avvertito ancora più intensamente in Italia.
L’immagine negativa ed errata dei dirigenti romeni al riguardo della realtà italiana – politica, economica e militare – spiega in parte questa diffidenza. I romeni non vedevano l’Italia come una Grande Potenza, ma piuttosto come la „cameriera di Francesco Giuseppe”, per adoperare la dura formula forgiata dal quotidiano italiano L’Osservatore Lombardo nel gennaio del 1883. In altre parole, l’Italia fu vista come un elemento ausiliare dei due imperi, dominato dalle decisioni dei suoi alleati più potenti. Infatti, dato che una parte dei diplomatici e dei politici italiani condividevano questa opinione, era ovvio che i romeni la ritenessero alquanto verosimile. Una grande potenza doveva – come si pensava generalmente all’epoca – auto rivelarsi attraverso una guerra vittoriosa contro un’altra grande potenza. E nel 1883 l’Italia era ancora molto lontana dalla guerra libica. „Il pro tempore padron del mondo”, il cancelliere von Bismarck, aveva forse dichiarato anche agli ufficiali romeni, trovatisi in visita a Berlino o altrove, quello che aveva affermato spesso tra il 1879 e il 1882 circa le cinque Grandi Potenze dell’epoca, ritenendo che l’Italia non poteva essere giudicata una di esse nemmeno nei momenti più incerti per l’equilibrio europeo. In ogni caso certo è che trent’anni più tardi il Ministro romeno a Roma, Constantin Nanu ebbe l’occasione di ascoltare apprezzamenti simili espressi da un altro oracolo della politica internazionale, l’ambasciatore francese Barrère: “Come Grande Potenza l’Italia non sta che nella seconda fila, come Potenza d’appoggio (puissance d’appoint) però, il cui concorso ad un certo punto potrebbe essere decisivo, l’Italia è una Grande Potenza”.
Nonostante tutto ciò, alla fine degli anni Ottanta la Romania diventò – per citare un giornale di Venezia “L’Adriatico” – “la sentinella avanzata della Triplice Alleanza sul Danubio”. In questa sede interessa scoprire e capire i criteri, le intenzioni, le speranze in base alle quali il governo italiano accettò, nel 1888, un patto che avrebbe potuto facilmente trascinare l’Italia in una guerra contro la Russia. L’idea dell’adesione dell’Italia al trattato austro-romeno apparve nel contesto di un ampio progetto di trasformazione della Triplice Alleanza, nel senso dell’allargamento della collaborazione militare tra gli alleati tramite delle convenzioni militari e navali, progetto ideato dallo statista italiano Francesco Crispi, Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri ad interim.
L’adesione dell’Italia al trattato austro-romeno del 1883, per quanto paradossale potesse sembrare, avvenne senza che i vertici politici italiani avessero immaginato e desiderato una simile estensione dei propri accordi ed obblighi nell’ambito della Triplice Alleanza. Al posto del molto più desiderato perfezionamento della Triplice Alleanza nonché dell’ottenimento della collaborazione navale con l’Austria-Ungheria contro la Francia, Crispi riuscì a coinvolgere l’Italia in un settore del sistema politico-militare internazionale nel quale non aveva interessi diretti ed immediati, decisione che procurò il vantaggio esclusivo dell’Austria-Ungheria, della Romania e della Germania, senza offrirgli la certezza del dovuto compenso in cambio dell’impegno assunto. Creato come parte integrata degli altri strumenti della Triplice, l’accordo e le sue disposizioni avrebbero in sostanza gravato sull’Italia per tutto il tempo in cui essa rimase legata a questo sistema politico-militare.
L’accesso dell’Italia al trattato austro-romeno fu l’effetto scontato di una politica dominata dall’illusione della grandezza. L’alleanza con la Romania, soprattutto così com’era stata formulata, significò per Crispi un’importante conferma, in termini politici, militari, morali e addirittura giuridici, della posizione di Grande Potenza dell’Italia.
Il trattato austro-rumeno nell’ambito della Triplice alleanza fu rinnovato costantemente, ed era ancora valido quando l’Austria-Ungheria scatenò la Prima Guerra Mondiale. Nel luglio del 1914 i governi di Vienna e di Berlino invocarono la presenza del casus foederis previsto nei trattati d’alleanza. L’Italia e la Romania respinsero però questa interpretazione, dimostrando tramite le dichiarazioni di neutralità quasi simultanee le tendenze centrifughe nell’ambito dell’alleanza con gli Imperi Centrali.
Dopo di che, sappiamo che l’Italia iniziò una serie di trattative sia con gli Imperi Centrali che con gli Alleati anglo-franco-russi per ottenere il maggior guadagno territoriale e non territoriale possibile nel caso di un proprio ingresso nel conflitto da una parte o dall’altra. Al contempo, la Germania premette col governo austro-ungherese perché offrisse delle compensazioni sia all’Italia che alla Romania, purché almeno decidessero di rimanere neutrali. Sappiamo tutti come andò a finire, per l’Italia.
Molti meno invece sono quelli che sanno che pure la Romania sostenne la stessa identica parte dell’Italia.
In cambio dell'ingresso in guerra a fianco degli Alleati, la Romania chiese sostegno per le sue rivendicazioni territoriali su alcune parti della Transilvania ungherese, in particolare quelle a maggioranza rumena. Le maggiori preoccupazioni dei rumeni nei negoziati erano evitare un conflitto che si sarebbe dovuto combattere su due fronti (uno in Dobrugia con la Bulgaria e uno in Transilvania) e ottenere garanzie scritte sui guadagni territoriali rumeni dopo la guerra. Chiesero un accordo per non stipulare una pace separata con le Potenze Centrali, pari status alla futura conferenza di pace, assistenza militare russa contro la Bulgaria, un'offensiva alleata in direzione della Bulgaria e la fornitura regolare di rifornimenti bellici alleati. La convenzione militare firmata con gli Alleati prevedeva che Francia e Gran Bretagna iniziassero un'offensiva contro la Bulgaria e l'Impero Ottomano entro l'agosto del 1916, che la Russia inviasse truppe in Dobrugia e che l'esercito rumeno non fosse subordinato al comando russo. Gli Alleati avrebbero dovuto inviare 300 tonnellate di viveri al giorno. Secondo il resoconto rumeno, la maggior parte di queste clausole, ad eccezione di quelle imposte alla Romania, non furono rispettate. Gli Alleati accettarono i termini col Trattato di Bucarest del 17 agosto 1916, in base al quale la Romania avrebbe dovuto dichiarare guerra all’Austria-Ungheria (e non alla Germania) entro il 28 dello stesso mese.
Le similitudini con l’Italia non terminano qui.
Perché così come con l’Impero combatterono gli italiani soggetti agli Asburgo, un numero molto ampio di rumeni (stimato fra i 400.000 ai 600.000) parimenti sudditi prima di Francesco Giuseppe e poi dell’imperatore Carlo, fu richiamato a partire dal 1914, andando a combattere prevalentemente contro la Russia. La loro fedeltà fu talmente traballante, che si stima che dei circa 300.000 disertori austro-ungheresi (la maggior parte dei quali fu registrata nel 1918) circa la metà fosse costituita da rumeni.
Ma non solo: così come esistette la cosiddetta “Legione Redenta” costituita da ex prigionieri italiani dei russi che ripresero le armi arruolandosi col Regno d’Italia, così i prigionieri di guerra rumeni detenuti dall'Impero russo formarono il Corpo dei Volontari Rumeni che furono rimpatriati in Romania nel 1917 e rimpolparono l’esercito locale. I rumeni sudditi imperiali vennero però fatti prigionieri anche sul fronte italiano. Ebbene: su un totale di 60.000 prigionieri di guerra di origine rumena, 36.712 soldati e 525 ufficiali chiesero di unirsi alla Legione rumena d'Italia. Tra gli ufficiali, uno era colonnello, 5 erano maggiori, 32 capitani, 97 tenenti, 294 sottotenenti e 96 candidati ufficiali.
Le vicende della Romania ricalcano quelle italiane anche per un altro fatto, che però si concluse tragicamente per il regno balcanico: così come i tedeschi fornirono un apporto fondamentale per la battaglia di Caporetto che diede una poderosa spallata al Regno d’Italia, allo stesso modo fu grazie al decisivo apporto teutonico che nel mese di luglio del 1917 gli Imperi Centrali sfondarono il fronte rumeno. La disperata difesa cessò del tutto dopo che a seguito della rivoluzione del novembre del 1917 i russi prima di fatto e poi di diritto (pace di Brest-Litovsk – 3 marzo 1918) uscirono dal conflitto: i rumeni erano rimasti soli di fronte agli austrotedeschi, e il 7 maggio 1918 furono costretti a firmare il Trattato di Bucarest, a differenza dell'Italia che continuò a combattere. La Romania rientrerà in guerra solo a novembre del 1918, il giorno prima della fine del conflitto.
Ma la storia non è ancora finita.
Così come dopo la fine della guerra in diversi teatri bellici il conflitto continuò per la ridefinizione dei confini – e in tale quadro va vista la dannunziana impresa di Fiume, simile a diverse altre occupazioni coeve – in continuità con la Grande Guerra scoppiò il conflitto rumeno-ungherese, che andò avanti fino ad agosto del 1919. Questo conflitto conobbe tali e tante sfaccettature da meritare un’ampia trattazione, che cercherò di imbastire magari in futuro.
Quando qualche anima bella si scandalizza perché l’Italia (e non solo essa) negli ultimi giorni di guerra prese prigionieri centinaia di migliaia di militari austro-ungheresi, dovrebbe riflettere su questo semplice fatto: il fare prigionieri era considerata cosa necessaria onde evitare lo scoppio di nuove guerre o il rinfocolarsi di guerre locali già scoppiate. Cosa che comunque non riuscì: in quasi tutti i paesi dell’Europa orientale gli sconti continuarono. Ma si provi solo ad immaginare quale sarebbe stato l’andamento del conflitto austro-sloveno (altro evento ignoto ai più, che durò da novembre del 1918 fino a giugno del 1919) se la parte austriaca fosse stata rimpolpata da migliaia di reduci, lasciati liberi dall’Italia.
Qui sarebbe da parlare della nostra cartolina doppia (si piega in due per la spedizione), che l’Associazione Nazionalista Italiana pubblicò durante le trattative di pace. Ma penso che il quadro descritto sia sufficiente ad inquadrarla bene: si era all’interno di un mondo ove i trattati venivano fatti valere fino ad un certo punto, considerando l’uso della mera forza come uno dei modi tradizionali attraverso i quali si potevano raggiungere i propri obiettivi politici.
La cartolina è viaggiata a settembre del 1920, prima della firma del Trattato di Rapallo fra l’Italia e il quasi neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che fra l’altro fece formalmente nascere lo Stato Libero di Fiume. Fiume andò all’Italia solo col trattato di Roma del 27 gennaio 1924.