25/01/2026
Alla fine di gennaio del 1923 va a regime l’azione del primo governo Mussolini diretta contro tramvieri e ferrovieri, che iniziano ad essere licenziati in massa. Lo aveva minacciato lui stesso più di due mesi fa, durante il truce “discorso del bivacco”, di aver ordinato una cura dimagrante dei salari e del numero dei lavoratori pubblici, e la persecuzione della loro inefficienza.
A Milano infatti quello stesso giorno il commissario regio, barone Carbonelli (è il primo a destra col cappello a cilindro, nella foto del 1922 scattata nella metropoli lombarda durante le celebrazioni per il 4 novembre, alla presenza del re) annunciava che avrebbe decurtato di parecchio il salario dei dipendenti comunali. Con lo stesso provvedimento il barone avrebbe reintrodotto anche l’orario lavorativo di 42 ore settimanali per gli impiegati, e di 48 per operai e tecnici.
Carbonelli, nominato dal sovrano Vittorio Emanuele III su indicazione del governo fascista, da tre mesi amministrava la città di Milano al posto della legittima giunta socialista. Questa era stata obbligata a dimettersi dopo che numerosi squadristi, il 3 agosto precedente, avevano sfondato il portone del Municipio in piazza della Scala e occupato per alcuni giorni palazzo Marino, indisturbati.
La disposizione del barone al vertice del Comune milanese avrebbe abolito inoltre il sabato “inglese”, cioè libero, e il 21 novembre 1922 avrebbe fatto cessare il glorioso corpo municipale dei pompieri e l’ente che seguiva la nascita della linea Milano-Venezia di navigazione fluviale. I provvedimenti di Carbonelli, simili a molti altri adottati negli stessi giorni da vari comuni italiani, applicano la teoria economica del nuovo esecutivo di centro destra a guida fascista: tagli agli stipendi, licenziamenti in massa e cessione di servizi pubblici alle imprese private.
A livello nazionale invece, entro un anno saranno estromessi oltre quarantamila fra tramvieri e ferrovieri.
Lo aveva preannunciato pure il ministro dei Lavori pubblici Gabriello Carnazza (1871-1931), uno dei due esponenti del partito demosociale* presenti nel nuovo governo. La combattiva categoria del trasporto pubblico, ora nel mirino del regime appena iniziato, era stata finora quella più ostica da sottomettere per il movimento fascista, fin dalla fondazione di quest’ultimo.
Già a marzo 1923 ammonteranno a ben trentaseimila i lavoratori del trasporto pubblico effettivamente cacciati da Carnazza, che intanto cambierà casacca politica, passando al gruppo parlamentare fascista, però mantenendo il suo dicastero. La drastica decisione del ministro in tema di trasporti si accompagnerà ad importanti tagli del servizio ferroviario, ed alla cessione ai privati di linee, mezzi, materiali, depositi e officine.
Carnazza, figlio di un senatore e discendente da una famiglia catanese aristocratica, ma di idee mazziniane, nel luglio 1924 sarà licenziato a sua volta dal posto di ministro perché implicato nel delitto Matteotti, come favoreggiatore del gruppo che ne aveva pianificato il rapimento. A quel punto l’ex ministro si allontanerà dal fascismo; dopo ben cinque legislature, non consecutive, Carnazza nel 1929 non si ricandiderà.
A lui una strada di Catania sarà intitolata in seguito, e lo è tuttora. Di recente, all’inizio del Duemila, nuove ricerche storiche proverebbero che Gabriello Carnazza è stato uno dei ministri di Mussolini foraggiati dalla compagnia petrolifera americana Sinclair Oil; anche l’avere trovato prove di quella corruzione sarebbe costato la vita al suo scopritore, l’onorevole Matteotti appunto.
*demosociale = gruppo parlamentare nato nel 1921 col nome Democrazia Sociale, e divenuto partito nel 1922, formato da deputati e senatori liberali, monarchici e nazionalisti (che oggi definiremmo di centro destra), e da ex progressisti e moderati. Tale partito nel febbraio 1924 smise di appoggiare Mussolini il quale poi, come fece con le altre formazioni di opposizione, nel 1926 lo sciolse emanando le “leggi fascistissime”.
(scritto di Roberto Neri; foto del barone Carbonelli dalla raccolta del Castello sforzesco di Milano in lombardiabeniculturali.it; fonti principali i quotidiani dell’epoca)