09/02/2026
Pensieri sul sabato di una volta a Luzzi
A Cura del prof. Marcello Malizia
E' domenica, 8 febbraio, mi sono alzato che ancora le tenebre della notte non si sono diradate, manca ancora un poco alle prime luci del mattino.
Tutt'intorno un silenzio che avvolge ogni cosa dopo una giornata, ieri sabato, dedicata alle compere che durante la settimana non si sono fatte come le esigenze di una normale famiglia richiede, ognuno ha tirato le somme di quello che si è fatto e allora il sabato libero è un giorno riparatore e nello stesso tempo lo si dedica all'ozio, meglio direi al piacere e al divertimento.
Mi ritornano, a questo proposito, in mente i versi del Leopardi del Sabato del villaggio: "la donzelletta vien dalla campagna,/ in sul calar del sole/ col suo fascio dell'erba e reca in mano/ un mazzolin di rose e di viole,/onde, siccome suole, ornare ella si appresta/ dimani al dì di festa il petto ed il crine.../" con quel che segue.
So e capisco benissimo che oggi altri sono gli interessi di una società che ha fatto progressi impensabili, al contrario di quando, miseri e cenciosi, uscivamo dalle fauci di una guerra che ci aveva svuotati completamente e che apriva dinnanzi a noi un futuro incerto e pieno di sacrifici che aspettavano dietro l'angolo. Sacrifici che tutti affrontarono con spirito di abnegazione perché quello che sarebbe seguito era la giusta ricompensa a tante tantissime rinunce.
Il sabato, vigilia di festa, era impiegato al lavoro e a portare a termine quello che si era intrapreso. E che non era giunto a compimento. E non c'era in giro uno che se ne lamentasse. La necessità imponeva che ci si privasse del giusto riposo e così anche la domenica. Tutto questo accadeva soprattutto nelle campagne, perché in paese c'era già una qualche aria di festa. Anche la Chiesa aiutava in questo, mettendo l'accento sull'importanza del riposo settimanale, al quale non si doveva né si poteva rinunciare. Ma se a qualcuno fosse venuto in mente di girare per le vie del mio paese avrebbe trovato aperta, meglio socchiusa la porta della bottega dell'artigiano che si dava da fare per portare a termine il lavoro e così guadagnare il giusto per ti**re a campare. Sì, a campare. Non vi suoni strana questa mia affermazione. Il mondo andava così come l'ho rievocato, se non peggio.
La domenica, giorno del Signore, era il giorno da dedicare al riposo per chi poteva e al divertimento sempre contenuto per quei pochi che se lo potevano permettere. Poche volte si eccedeva, perché davanti agli occhi passavano le giornate del dispiacere e dei digiuni ai quali si era andati incontro che frenavano le intemperanze di qualcuno.
Tutto era contenuto.
Penso ai campagnoli che con le loro cavalcature, asini muli o cavalli, venivano in paese per fare gli acquisti di derrate alimentari, siccome consentivano le finanze di famiglia, e di tutti quegli altri oggetti che gli consentivano una vita appena dignitosa.
E allora il sabato era un giorno particolare. Era atteso per tutta la settimana e non si vedeva l'ora che arrivasse. Soprattutto atteso da noi piccoli con in mente il divertimento, che consisteva nel fatto che non dovessimo andare a scuola, che ritenevamo un obbligo del quale avremmo fatto volentieri a meno.
I pomeriggi primaverili dei sabati erano passati sciamando e bighellonando per le vie del paese e inseguendo le galline, numerose, che razzolavano libere ed incontrastate per le vie sconnesse del paese, creando, perché no, qualche fastidio alle persone più grandi che cariche di anni giravano come fantasmi per le vie del paese, ingannando così i pomeriggi durante i quali non sapevano cosa fare.
A volte, quando avevamo voglia di sentire le storie antiche del paese dai più vecchi, ci recavamo nei pressi della Chiesa di San Francesco, che distava dal paese qualche centinaio di metri e qui sulle gradinate sostavano i nostri vecchi che si " assulicchiavanu", ovvero prendevano il sole, raccontandosi quello che avevano fatto o in guerra, la prima guerra mondiale o da giovani. E qui sostavamo incantati dal racconto di storie che ci interessavano e che mandavamo a memoria e che ritornavano sempre nuove, nonostante le avessimo sentite chissà quante volte.
Capitava a volte che ci fermassimo più del previsto nei pressi della chiesa perché volevamo dare una mano al sagrestano indaffarato con le operazioni della novena ora di quel santo ora di quell'altro a preparare il fuoco per il turibolo delle cerimonie con il quale il sacerdote della canonica doveva concludere la funzione religiosa, benedicendo la statua del Santo o della Santa.. Il più delle volte accadeva che ci litigassimo fra compagni a chi doveva provvedere alla bisogna e quindi l'aiuto se ne andava in fumo con grande scorno di zu' Micuzzu. Che era costretto a fare da solo. Quando addirittura a mandarci a quel paese.
Tempi belli? Sì, senza dubbio. Nonostante non avessimo letteralmente niente. Ma giocava a nostro favore la spensieratezza e, perché no, anche la sventatezza dell'età. Come se fossimo consapevoli che quella era l'unica età della vita durante la quale ci era consentito non dico tutto, ma quasi.
E così passarono gli anni per tutti noi che eravamo nati e cresciuti nella guerra con tutte le sue privazioni che i nostri genitori non ci facevano sentire e pesare, caricandosele sulle spalle e non lamentandosene mai, come se dovessero scontare chissà quale colpa.
Non finirò mai di benedire i nostri vecchi che dalla vita ebbero poco o niente, ma che seppero non farci mai mancare nulla, soprattutto l'esempio di attaccamento alla famiglia e alla sua unità, sobbarcandosi a sacrifici indicibili.
Grazie di cuore.