19/05/2026
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C’è una linea sottile che attraversa tutta la vita di Giorgio Cutini: quella tra precisione e mistero. Nato a Perugia nel 1947, Cutini cresce con due vocazioni apparentemente lontane, ma destinate a fondersi profondamente: la chirurgia e la fotografia. Da una parte il rigore scientifico, il corpo osservato e compreso nei suoi meccanismi più invisibili; dall’altra la ricerca dell’invisibile emotivo, di ciò che sfugge allo sguardo comune.
Mentre costruisce una brillante carriera come chirurgo specializzato nelle nuove tecnologie laparoscopiche e robotiche, Cutini sviluppa parallelamente una ricerca fotografica radicale e personale. La macchina fotografica, per lui, non è mai uno strumento documentario, ma un mezzo per attraversare la realtà e trasformarla in esperienza interiore.
L’incontro decisivo arriva con Ugo Mulas. Da quel momento Cutini entra in contatto con il mondo delle arti figurative, frequenta artisti, poeti e intellettuali, assorbe linguaggi e visioni. Accanto a figure come Mario Giacomelli e Gianni Berengo Gardin comprende che la fotografia può superare il racconto del reale per diventare pensiero, memoria, intuizione.
Negli anni Settanta inizia a lavorare sui cosiddetti “fotogrammi di scarto”: frammenti involontari di pellicola, immagini imperfette, accidentali, libere dagli stereotipi dello sguardo. È lì che nasce il suo linguaggio. Un linguaggio fatto di ombre, silenzi, paesaggi interiori e città sospese tra realtà e immaginazione.
Le sue fotografie sembrano emergere dal buio come ricordi incompleti. Il bianco e nero diventa materia mentale, uno spazio in cui il paesaggio non è mai semplice veduta ma geografia dell’anima. Le città, i sentieri, gli alberi, le architetture appaiono come presenze silenziose, attraversate da inquietudine e contemplazione. In ogni immagine c’è la sensazione di qualcosa che sta per apparire o dissolversi.
Nel 1995 è tra i protagonisti del manifesto “Passaggio di Frontiera”, tappa fondamentale della fotografia italiana di ricerca. Per Cutini la fotografia diventa uno strumento di conoscenza interiore, libero di muoversi tra realtà, astrazione e concetto. Non cerca mai la semplice rappresentazione del mondo: cerca la sua eco invisibile.
La sua opera attraversa decenni senza perdere intensità. Mostre, libri, collaborazioni con poeti e artisti costruiscono un percorso coerente e profondamente umano, dove arte e vita si contaminano continuamente. Anche nella sua fotografia più concettuale rimane sempre una tensione lirica, una fragilità trattenuta, come se ogni immagine custodisse una domanda sul tempo, sulla memoria e sull’esistenza stessa.
A.L.