11/07/2025
Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese ucciso per il suo senso dello Stato.
“Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto (…). Abbiano coscienza dei lori doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa”.
Così scriveva l’avvocato , pochi giorni prima di essere ucciso. Da meno di un anno Giorgio Ambrosoli, 40 anni, avvocato, esperto di diritto fallimentare, ha ricevuto da Guido Carli, Governatore della Banca d’ Italia, l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, facente capo a .
Ambrosoli ha il compito di esaminare l’anomala situazione economica della banca, capisce che le opacità sono più delle trasparenze, che nei conti ci sono pesanti irregolarità, che i libri contabili presentano doppi fondi: operazioni complesse, non tutte alla luce del sole, in parte regolari, in parte servite a nascondere l’ ingresso nelle società finanziarie di Sindona degli investimenti di John Gambino, boss della Cosa nostra americana.
Nel complesso, una colossale attività di riciclaggio per ripulire capitali sporchi.
Ambrosoli trova ostacoli e minacce ma non cede, fa il suo lavoro, con scienza, coscienza e schiena dritta, conclude il processo di liquidazione, non cede alle pressioni e impedisce il salvataggio della banca fortemente compromessa nell’intreccio tra mafia, politica e finanza e fa il possibile per tutelare la parte debole dei risparmiatori e per agire con senso dello Stato. Sa di essere sempre più solo ma ha dalla sua il maresciallo della Guardia di Finanza integerrimo come lui, che lo aiuta e lo segue come un’ ombra.
Ambrosoli va avanti, spera che le minacce alla fine non si concretizzeranno, che lo tutelerà la certezza che, se gli capitasse qualcosa di male, quel male porterebbe una firma troppo facilmente identificabile. Ma conosce i rischi e quella lettera, che è un testamento per la moglie e un insegnamento a vita per i suoi tre figli, ne è la prova. Anche se non la consegna la scrive, dimostrando di sapere. Tutto precipita mentre si avvicina il 12 luglio 1979, giorno in cui Ambrosoli dovrebbe sottoscrivere una dichiarazione formale in cui conferma la necessità di liquidare la banca, attribuendo la responsabilità della bancarotta a Michele Sindona.
L’11 luglio 1979 al termine di una serata tra amici quando sta per parcheggiare sotto casa, in via Morozzo della Rocca a Milano, gli si avvicina un uomo e gli domanda «Il signor Ambrosoli?». «Sì». «Mi scusi signor Ambrosoli» e gli esplode contro i quattro colpi di pi***la che lo uccideranno.
L’ uomo che lo avvicina è un sicario di professione italo-americano, William J. Aricò, assoldato, per 25.000 dollari più altri 90.000 accreditati sul conto di una banca svizzera, da Michele Sindona per uccidere l’ uomo che passerà alla storia, grazie a un titolo di Corrado Stajano, come "l’ eroe borghese".
Michele Sindona viene arrestato nel 1980 negli Stati Uniti, l’Italia ne chiede l’ estradizione per poterlo processare per l’omicidio Ambrosoli, per cui il 18 marzo 1986 viene condannato all’ ergastolo. Muore, seppellendo i suoi segreti, due giorni dopo nel carcere di Voghera, avvelenato da un caffè corretto a cianuro di potassio destinato a restare un mistero italiano.
La sera dell’11 luglio del 1979 non fu ammazzato da un killer. Morì per lo Stato e per colpa dello Stato. C’è chi pensa che il suo sacrificio non servì a nulla. Non sappiamo se sia così – forse lo è (ed è un pensiero che accomuna molte di quelle vittime “uccise” dalle mafie) se si pensa a chi abbiamo perso e cosa è successo dopo. Ma Giorgio Ambrosoli rimane misura di un uomo e la sua vita misura di uno Stato.
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