La sua origine è indissolubilmente legata alla storia dell’antica Basilica Ursiana che, negli anni ’30 del XVIII secolo, fu demolita e ricostruita. Nel 1734 la Mensa Arcivescovile, allora era Arcivescovo Niccolò Farsetti (1727-1741), promosse ingenti lavori di ristrutturazione che cambiarono definitivamente il volto della Cattedrale ravennate. Incaricato dei lavori fu il riminese Gianfrancesco Buo
namici il quale nel volume “Metropolitana di Ravenna” ci ha lasciato i disegni dell’antico edificio, i progetti per il nuovo ed una sezione dedicata proprio al Museo Arcivescovile che già nel 1748 – anno di stampa del volume – così veniva significativamente definito; lì abbiamo pagine illuminanti sulla storia della collezione: «Allora, che disfar si volle la cadente fabbrica della basilica Orsiana, cominciossi dal pavimento. Listato era questo in molte parti di lunghe, e larghe lastre di marmo greco, le quali abbandonate alla discretezza dei muratori, altre intere, altre in pezzi venivano levate dal suolo, e ammassate. Volle la buona sorte, e certamente così possiamo chiamarla, che a questo dissotterramento de’ marmi presente si trovasse l’eruditissimo Domenico Vandelli, matematico modenese, il quale per affari del suo Sovrano tratteneasi da que’ tempi in Ravenna. Osservò egli fortunatamente, che nel luogo, donde cavansi le lastre di marmo, rimanevasi impresso di caratteri il sottoposto terreno. Se ne avvide appena l’uomo letteratissimo, che ne comprese il mistero, e subito parlatone all’architetto, acciocché ai muratori ne incaricasse la cautela, e avvertitone l’arcivescovo Farsetti, lo innamorò di quelle preziose antichità, quali esse si fossero, e facilmente lo persuase a salvarle. Moltissime di quelle lastre scolpite in se portavano varie iscrizioni, quali idolatre, e quali cristiane. Fece tutte gelosamente raccogliere il bel genio, che quell’ottimo Prelato inclinava alle cose erudite. Risolse egli ben tosto di formarne a pubblico benefizio un Museo, per la qual cosa non appagandosi delle ritrovate sotto del pavimento della sua Metropolitana, ne radunò di qua, e di là tutto quel numero, che poté mai. Nella sala del palazzo Arcivescovile, che d’atrio serve all’antichissima ca****la di S. Pier Crisologo, furono tutte queste lapidi in bell’ordine disposte, e formatone il museo…». Il Museo Arcivescovile nasce quindi come lapidario all’interno dell’Episcopio nella sala che, allora, fungeva da atrio alla Ca****la Arcivescovile detta allora di San Pier Crisologo, oggi conosciuta come di Sant’Andrea. L’allestimento di questa prima fase del Museo è noto attraverso le incisioni riportate dallo stesso Buonamici nel volume la “Metropolitana di Ravenna”, nella parte seconda data alle stampe nel 1754. Lungo le quattro pareti di questa prima sala furono disposti 85 pezzi, dove trovarono spazio materiali provenienti dal pavimento della Basilica Ursiana, oltre ad altri materiali lapidei degni di nota. Il Lapidario Farsetti fu riallestito nella prima metà del XIX secolo, sempre all’interno della stessa sala. Con Giuseppe Gerola, Sovrintendente ai Monumenti (1909-1918), il Museo conobbe una fase di riallestimento ed ampliamento. Mario Mazzotti, sacerdote diocesano e archeologo, Direttore del Museo e dell’Archivio Arcivescovile, ampliò le collezioni. Il 6 febbraio del 2010, dopo anni di restauri, il Museo Arcivescovile è stato riaperto rinnovato negli ambienti, nell’allestimento e nelle collezioni.