06/09/2026
Quando mi sono fermato nell’aula centrale, il mio sguardo è stato catturato dal pavimento. Lo conosco da quando è stato posato, conosco le tessere che sono state sostituite, quelle che hanno perduto il colore e quelle che la luce del mattino fa sembrare ancora nuove. Da quando la casa è passata nelle mie mani, ho imparato a guardarla con gli occhi di chi ne è responsabile, cercando ciò che deve essere riparato, ciò che può attendere e ciò che appartiene ancora al tempo di mio padre. Quel giorno mi sono accorto di un piccolo animale che avevo visto centinaia di volte senza averlo mai veramente notato. Era un pappagallo. Non saprei dire perché proprio allora mi sia sembrato importante. Forse è stato il verde di alcune tessere, che la luce rendeva più vivo, oppure la posizione del capo, leggermente inclinato, quasi in ascolto. Sono rimasto a osservarlo più a lungo del necessario e, senza sapere ancora perché, ho pensato alla casa di mio padre.
Allora ero un bambino e la casa mi sembrava molto più grande di quanto fosse realmente, perché ogni stanza conteneva qualcosa che apparteneva a un mondo nel quale gli adulti si muovevano con una sicurezza che io non possedevo ancora. Conoscevo i luoghi nei quali potevo entrare, quelli nei quali dovevo chiedere il permesso e quelli nei quali era sufficiente che nessuno mi vedesse; conoscevo il rumore dei passi di mio padre, il modo in cui le voci cambiavano quando arrivavano gli ospiti e l’ora in cui la luce raggiungeva una parte del pavimento prima di spostarsi lentamente verso l’altra. Conoscevo perfino alcuni rumori della casa che gli altri non sembravano sentire, il cigolio di una porta, il movimento di una tenda, il rumore delle stoviglie quando venivano preparate per la cena. Non conoscevo ancora il nome di molte di queste cose e la casa mi era familiare come lo sono le mani di chi ci ha cresciuti.
Mio padre mi sembrava allora un uomo capace di conoscere ogni cosa. Sapeva da dove venivano le merci che arrivavano nella casa, riconosceva gli uomini che portavano le stoffe e quelli che vendevano il vino, conosceva i nomi delle famiglie che contavano e quelli di coloro dei quali era meglio non fidarsi. Io lo osservavo senza farmi notare e pensavo che quella sicurezza appartenesse agli uomini adulti, così come appartenevano loro le voci profonde e i passi sicuri.
Il pappagallo viveva lì. Ricordo la sua gabbia vicino alla grande sala, abbastanza alta perché io non potessi raggiungerla senza salire su qualcosa. Era arrivato da lontano e gli adulti parlavano della sua origine come si parla di luoghi che nessuno dei presenti ha visto; per me quella distanza non aveva alcun significato, perché non mi interessavano l’India, i mercanti che lo avevano portato fino a Roma o il prezzo che mio padre aveva pagato per averlo. Mi interessava che fosse verde, che avesse quel becco ricurvo e soprattutto che sapesse parlare. Mi sembrava straordinario che una creatura così piccola potesse restituire la voce degli uomini e, quando gli adulti ridevano delle sue parole, io non capivo che cosa ci fosse di divertente. Ero convinto che stesse dicendo qualcosa.
La prima volta che ha pronunciato il mio nome, ho pensato che lo avesse imparato apposta per me. Per giorni sono rimasto accanto alla gabbia cercando di insegnargli altre parole: gli parlavo piano, ripetevo il mio nome, quello dei miei genitori, i nomi delle persone che entravano nella stanza e persino alcune espressioni che avevo sentito pronunciare dagli adulti senza comprenderne del tutto il significato. Il pappagallo ascoltava, inclinava la testa e, quando decideva di farlo, restituiva la mia voce con una precisione che mi sembrava quasi impossibile. Io ero certo che mi conoscesse. Forse tutti i bambini credono che essere chiamati per nome significhi essere riconosciuti.
Per molto tempo quella creatura è stata una presenza della casa. La sentivo prima ancora di vederla e talvolta mi bastava udire una delle sue parole per sapere in quale stanza si trovasse. Gli adulti ridevano quando ripeteva una frase in un momento inopportuno, soprattutto durante i banchetti. C'era sempre qualcuno che cercava di insegnargli nuovi saluti. Gli piaceva ascoltare le voci e sembrava scegliere quelle che valeva la pena ripetere. Io aspettavo che pronunciasse il mio nome e, quando lo faceva, lasciavo qualunque attività per correre da lui. Non mi chiedevo perché qualche volta mi chiamasse e altre volte no: immaginavo, o speravo, che avesse semplicemente voglia di parlare con me.
Poi sono cresciuto e le cose che durante l’infanzia sembravano indispensabili hanno cominciato a perdere importanza una dopo l’altra. Ho imparato a stare tra gli uomini, a parlare davanti a loro, a riconoscere chi meritava fiducia e chi doveva essere tenuto lontano. Ho lasciato la casa per un certo tempo e quando sono tornato mio padre non c’era più. Le stanze erano rimaste al loro posto, gli oggetti avevano ancora la loro collocazione, le persone della casa continuavano a svolgere i loro compiti e proprio questa continuità mi ha fatto capire quanto fosse cambiato tutto. È stato allora che ho compreso per la prima volta che una casa può continuare a essere la stessa anche quando chi la rendeva familiare è scomparso.
Non ricordo quando il pappagallo è morto, e questo ancora oggi mi sorprende. Della sua presenza mi sono rimasti la voce, il colore delle piume, la gabbia e quel modo di inclinare il capo quando gli parlavo. Il giorno in cui ha smesso di esserci, invece, è scomparso dalla mia memoria. Forse era già morto quando ero partito, forse l’ho dimenticato semplicemente perché nel frattempo ho cominciato a pensare ad altre cose. La memoria fa così, quando conserva un gesto che allora sembrava insignificante e lascia che interi anni diventino indistinti.
Quel pomeriggio sono rimasto ancora davanti al mosaico, guardando il piccolo animale rappresentato tra le altre figure e cercando di capire perché mi fosse sembrato così familiare. L’avevo visto per anni, come si vedono gli oggetti che appartengono alla propria casa e che proprio per questo finiscono per diventare invisibili. Poi mi sono accorto che non era il pappagallo ad assomigliare a quello della mia infanzia. Era il bambino che lo guardava.
Per un istante sono stato di nuovo nella casa di mio padre, con le mani appoggiate alla gabbia e la certezza ingenua che quella creatura venuta dall’altra parte del mondo avesse imparato a pronunciare il mio nome perché mi conosceva. Mi è sembrato quasi di poter riconoscere la stanza, la luce, la voce degli uomini che parlavano poco distante. Ho cercato nella memoria il volto di mio padre e l’ho trovato più incerto di quanto avrei voluto, mentre quella piccola creatura continuava a esistere con una precisione che nessuno della mia infanzia aveva conservato.
Ora che sono io il padrone della casa, decido quali stanze devono essere rifatte, quali uomini possono entrare, cosa deve essere conservato e cosa può essere rinnovato. Ho imparato a riconoscere il valore degli oggetti che possiedo, il prezzo delle merci, la qualità delle pietre e dei tessuti, la distanza dei luoghi dai quali arriva ciò che entra nella mia casa.
So quanto può costare un animale arrivato dall’altra parte del mondo, anche se davanti a quel pappagallo sul pavimento, tutto questo mi è sembrato improvvisamente privo di importanza.
È bastata una piccola figura verde per restituirmi alla voce di un bambino che non esiste più.
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