13/06/2026
Molti ricordano l’anonima locuzione latina, la pasquinata, «𝑸𝒖𝒐𝒅 𝒏𝒐𝒏 𝒇𝒆𝒄𝒆𝒓𝒖𝒏𝒕 𝒃𝒂𝒓𝒃𝒂𝒓𝒊, 𝒇𝒆𝒄𝒆𝒓𝒖𝒏𝒕 𝑩𝒂𝒓𝒃𝒆𝒓𝒊𝒏𝒊», che tradotta significa: quello che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini. Era una forma di opposizione alla volontà di papa Urbano VIII Barberini (1623-1644) di utilizzare l’enorme quantità di bronzo smontato dal pronao del Pantheon, per farne dei cannoni per Castel Sant'Angelo.
Questo messaggio anonimo apposto su un torso di statua classica, che con ironia alludeva alle appropriazioni della famiglia del papa ai danni del patrimonio monumentale della Città Eterna, entrò nella storia come simbolo della spoliazione dell’antico in epoca barocca e come monito eterno contro gli abusi del potere e le trasformazioni troppo disinvolte del patrimonio.
Contro i malumori dell’opinione pubblica, piuttosto che retrocedere dal suo proposito, il pontefice utilizzò le armi della propaganda, diffondendo la notizia che il pagano bronzo sarebbe servito, convertito, in buona parte per la realizzazione del baldacchino di Bernini in San Pietro.
Da tutto quel bronzo furono realizzati circa ottanta cannoni. Un chiodo bronzeo lungo circa 53 cm (con il diametro di ca. 6 cm e un peso di ca. 15 kg) rimase a Giovan Pietro Bellori, come «reliquia dell'antico» (oggi è a Berlino nella collezione Antikensammlung, Staatliche Museen zu Berlin), mentre a Castel Sant’Angelo ancora nel Settecento due chiodi similari erano incastrati in un cannone su un baluardo al piano terreno, e su un pezzo di artiglieria si poteva leggere «ex clavis trabalibus porticus Agrippae».
Ambrogio Lucenti (1586-1656) era stato il fonditore dei cannoni. Anni dopo ritroveremo questo collaboratore di Gian Lorenzo Bernini a lavorare nelle fonderie di Castel Sant'Angelo per un ritratto in bronzo di Urbano VIII per il Duomo di Spoleto, a ricordo della città dove era stato vescovo. Questo busto fino a domenica 14 giugno resta esposto nella mostra "Bernini e i Barberini", presso le Gallerie Nazionali Barberini Corsini di Roma.
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