21/07/2026
𝙍.𝙄.𝙋.
𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙢𝙤𝙧𝙩𝙚 𝙚 𝙙𝙞 𝙖𝙡𝙩𝙧𝙚 𝙙𝙚𝙧𝙞𝙫𝙚
attraverso le parole di Ivo Serafino Fenu
co-curatore della mostra.
Non è più normale essere morti [...]
Essere morto è un’anomalia insolente, è una devianza.
(Jean Baudrillard, 1976)
Le considerazioni sulla morte espresse da Jean Baudrillard nel saggio L’Échange symbolique et la mort del 1976 suggeriscono che la stessa, nella società contemporanea, non sia più vista come un ineludibile destino quanto, piuttosto, come un fastidioso errore di sistema. In un’epoca dominata dall'imperativo della visibilità e della performance, lo stesso concetto del "morire" è stato espulso dal contratto sociale e la morte è vissuta come un interdetto. Non è più il passaggio rituale verso un altrove, come prospettato dalle grandi religioni storiche, né, in una visione laica e razionalista, il compimento naturale dell’esistenza, ma una sparizione oscena, una mancanza che la civiltà dell’immagine non può tollerare. In un mondo dominato dal culto dell’efficienza e della perfezione, la morte è stata derubricata a "deriva" imprevista, una delle tante, che interrompe il dogma della durata eterna e del consumo continuo.
In questo scenario l’unico decesso accettabile è quello che assume le forme dell'incidente: un evento traumatico e casuale che si oppone all'idea di destino. Ma se la morte è un incidente, allora può essere evitata, posticipata o, nel peggiore dei casi, anestetizzata attraverso la fredda cronaca giornalistica o la sua finzione spettacolare. È in tale prospettiva che si è sostituita la speranza della vita eterna con l’illusione di una giovinezza senza fine, trasformando il corpo in un simulacro che non deve conoscere decadenza. Ma proprio a causa di questo sistematico processo di cancellazione, la morte continua a esercitare un richiamo magnetico sull'arte contemporanea e la mostra R.I.P. si pone, dunque, come un’autopsia del rimosso, un’indagine visiva su ciò che accade quando l’irrimediabile viene derubricato a semplice guasto.
Gli artisti presenti in questa rassegna si muovono lungo il solco tracciato dai grandi maestri del secondo Novecento: dalla serialità tragica di Andy Warhol, che estrapolava la morte dai rotocalchi, ai dolenti archivi della memoria di Christian Boltanski, custode e cantore delle assenze; dalle anatomie crude, classificatorie e disturbanti di Andres Serrano nella serie The Morgue, fino alla sfida tassidermica di Damien Hirst, che mette in vetrina l'impossibilità fisica della morte nella mente di chi vive. Se il mondo contemporaneo nasconde il ca****re sotto il tappeto dell’assenza e della negazione, l'artista lo riesuma, lo seziona, ne espone la fragilità fisica e ontologica.
Le opere in mostra non celebrano il macabro, ma rivendicano l'oscenità della sparizione in un mondo che pretende di essere eterno. Queste "derive" sono le crepe in cui il reale non ha mai smesso di sanguinare e gli artisti qui riuniti agiscono come patologi del presente: osservano la carne, la memoria che sbiadisce e il feticismo del reperto. E l’acronimo R.I.P. (Requiescat in Pace) viene qui risignificato: non è più l'augurio di pace ma la diagnosi di un conflitto tra l'umano e la sua stessa fine, non un’invocazione al riposo, ma un catalizzatore della nostra inquietudine, un ritorno forzato a quella mancanza che ci costituisce e che la dittatura dell’hic et nunc cerca invano di cancellare. Una sosta davanti a quel "nulla" che è l’unica cosa che ci rende ancora ostinatamente umani.
Ivo Serafino Fenu