25/09/2025
Andrea Camilleri su Nino Cordio
Nel centenario della nascita di Andrea , il Museo Nino Cordio desidera condividere un intervento dello scrittore dedicato al nostro artista.
Un ricordo intenso, che unisce la riflessione sulla e sulla sua complessità al ritratto umano e creativo di Nino .
Di seguito riportiamo il testo integrale dell’intervento, nella sua trascrizione rivista:
«Io non so quanta Sicilia ci sia in Nino Cordio. Certamente ce n’è molta, ma non soltanto. La Sicilia era più in lui, nell’uomo, che nelle sue opere.
L’uomo siciliano è un essere complesso, prismatico, difficile da maneggiare. Forse il fatto che dodici, quattordici, quindici dominazioni si siano succedute nell’isola ha fatto sì che di ognuna noi siciliani abbiamo preso il meglio e il peggio, naturalmente. E, come sempre accade, abbiamo trovato anche un modo per difenderci da tutte, elaborando una sorta di linguaggio nostro. Per esempio, siamo maestri nel parlare con gli occhi: possiamo sostenere lunghissime discussioni, persino filosofiche, senza pronunciare una parola, guardandoci soltanto.
C’è un vecchio racconto di Francesco Lanza: due siciliani, arrestati e messi in celle separate per impedire che concordassero una linea di difesa, vengono poi condotti davanti al re. Si guardano un attimo, e il primo ministro, anch’egli siciliano, esclama: “Maestà, hanno parlato”. Così funziona: ci intendiamo con uno sguardo. Abbiamo anche elaborato una gestualità che poi si traduce nelle arti figurative, nelle omissioni del disegno più che nella linea tracciata.
Accanto a questa poliedricità c’è però un’altra caratteristica. Vitaliano Brancati scriveva: il signor Rossi e il signor Bianchi abitano nello stesso palazzo, sullo stesso piano, separati solo da un pianerottolo; eppure andare dall’uno all’altro è come attraversare un oceano, tanto sono diversi pur essendo entrambi siciliani.
In Sicilia ci sono i “diavoli”, nel senso comune: Totò Riina, Bernardo Provenzano. Ma ci sono anche degli “angeli”: persone dal cuore puro. Avere un cuore puro non significa essere semplici. Il cuore semplice è una cosa, il cuore puro è un’altra: vuol dire riuscire a mantenerlo pulito malgrado la vita tenti continuamente di imbrattarlo. È come il cuore dei bambini. Un uomo può crescere, diventare padre, assumere mille ruoli, e tuttavia conservare, se non tutto, almeno una parte del proprio cuore puro. È il cuore disposto allo stupore, alla meraviglia.
Nino era un cuore puro, sicuramente. Lo frequentai, e la prima cosa che mi colpì in lui fu proprio questa purezza. Sono sempre stato curioso del lavoro degli artisti: non mi interessano molto i miei colleghi scrittori, ma guardo con curiosità al lavoro dei musicisti, dei pittori, degli incisori. Mi piace vederli all’opera. Dopo aver conosciuto Nino, andai a trovarlo a via Trionfale, dove aveva casa e bottega, e lo vidi lavorare. È così che potei scrivere di lui: non riesco a scrivere di un artista solo attraverso le opere esposte in un museo, ho bisogno di averlo visto mentre crea.
Nino credo di averlo capito. E il libro a lui dedicato, edito da Infinito, casa editrice non poteva avere nome più appropriato: Nino l’infinito lo reggeva benissimo, mentre altri ne sarebbero stati intimoriti. Il cuore puro, invece, lo sostiene.
Quello che mi ha sempre colpito di Nino è che il colore non fosse memoria del colore, ma il colore stesso. Un pittore, più è bravo, più dentro al colore mette non solo la sua capacità e la sua funzione, ma anche la memoria di come i grandi maestri l’hanno usato. Nel caso di Nino, invece, il colore non è mai memoria, è sempre presenza, è forza nativa e genuina. Per questo i critici fanno fatica a trovargli delle ascendenze: forse, per la gioia del disegno, si può richiamare un maestro giapponese del ’700, ma non c’è vera parentela. La sua pittura racconta sempre una nascita continua, perenne, colta nell’atto presente, hic et nunc. Non ieri accadde la creazione, ma accade ora, mentre la dipinge. Il fiore rappresentato non ha ancora scelto il suo colore definitivo: lo sceglierà in futuro, ma intanto lui lo coglie nell’istante del suo farsi.
Questo mi ha sempre sconvolto: la sua capacità di cogliere la natura nell’atto stesso del suo essere. Per questo dico che, così come Lucrezio descriveva il mondo nel De rerum natura, Nino riesce a mostrarci lo stupore della creazione.
È come se ci trovassimo davanti all’attimo immediatamente successivo al Big Bang. Se mai si riuscisse a creare un piccolo mondo grande come una palla da tennis, con i fiorellini sopra, quanto volete scommettere che avrebbero i colori di Nino Cordio?»
Andrea Camilleri
Perugia 10 novembre 2010
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