31/08/2026
NON SERVE ANDARE A LONDRA O A DUBAI PER INCONTRARE IL BELLO. A VOLTE BASTA COSTRUIRLO QUI.
Quando abbiamo immaginato la prima edizione del Salone dell’Artigianato Artistico della Sardegna, avevamo spazi relativamente piccoli, tante idee e una convinzione: la tradizione non si difende tenendola immobile. Si difende facendola vivere, dialogare, sorprendere e, soprattutto, rendendola contemporanea.
In circa 400 metri quadrati abbiamo selezionato artigiani e opere, costruito un percorso espositivo, sperimentato un modello che valorizzasse anche commercialmente il lavoro degli espositori e provato a trasformare Casa Cara e Piazza Si’e Boi in qualcosa di più di due luoghi nei quali esporre degli oggetti.
I risultati di questa prima edizione ci hanno sorpreso: presenze, vendite, partecipazione, eventi, servizi e una continuità di apertura che per quasi tutta l’estate ha fatto del Salone un luogo vivo.
Ma il risultato che ci rende forse più orgogliosi non si misura soltanto con i numeri.
È vedere Casa Cara diventare, giorno dopo giorno, “la casa del Salone”. Vederla entrare nelle fotografie, nelle stories, nei racconti dei visitatori e nel percorso spontaneo di chi arrivava a Selargius. Una casa che appartiene profondamente alla storia e alla tradizione della città ha dimostrato di poter essere, contemporaneamente, uno straordinario spazio per raccontarne il futuro.
Abbiamo portato dentro e intorno all’artigianato cinema, libri, incontri, musica, degustazioni, laboratori, artisti e momenti di confronto. Perché anche questa è cultura. E forse dobbiamo tutti riabituarci all'idea che la cultura popolare non sia soltanto ciò che mangiamo, ciò che indossiamo o ciò che abbiamo sempre fatto nello stesso modo: è anche la capacità di produrre pensiero, bellezza, creatività e nuove occasioni di incontro.
Abbiamo voluto un piccolo bar, come accade nei musei e negli spazi culturali di tante città del mondo. Abbiamo sperimentato il punto ristoro perché vorremmo vedere crescere, proprio nel nostro territorio, sempre più servizi capaci di accompagnare la cultura, l'accoglienza e la permanenza delle persone.
Non occorre andare a Londra o a Dubai per comprendere quanto il bello possa essere contemporaneo. Possiamo costruirlo anche qui, partendo da ciò che siamo, senza imitare nessuno e senza rinunciare alla nostra identità.
In un'estate torrida, quei 400 metri quadrati sono diventati per molti una piccola oasi di fresco e di bellezza.
Avremmo voluto accompagnare il Salone sino alla grande festa identitaria di Selargius. Le risorse disponibili non hanno consentito la proroga e quindi il 5 settembre chiuderemo questa prima edizione. Lo faremo però senza amarezza: sarà una festa della Sardegna, dell'artigianato e di tutte le persone che hanno creduto in questo progetto.
E sarà anche un ideale passaggio di consegne alla città, che si prepara a celebrare una delle sue tradizioni più importanti.
Forse proprio questa prima esperienza ci lascia una riflessione per il futuro: tradizione e innovazione non devono contendersi Selargius. Possono valorizzarsi reciprocamente. Una custodisce ciò che siamo stati, l'altra permette a quella storia di continuare a parlare alle persone di oggi.
Dietro questi mesi di apertura ci sono quasi tre mesi di lavoro intensissimo e, prima ancora, un anno e mezzo di progettazione, incontri, tentativi e costruzione. Per una prima edizione crediamo di avere dimostrato soprattutto una cosa: che questo Salone può avere un futuro.
Grazie a chi è entrato anche solo una volta.
Grazie a chi è tornato.
Grazie a chi ha acquistato un'opera.
Grazie agli artigiani, agli artisti, agli operatori, ai volontari e a chi ha riempito questi luoghi di vita.
Il 5 settembre non vorremmo celebrare semplicemente una chiusura.
Vorremmo festeggiare la prima pagina di una storia che speriamo di ritrovare, ancora più bella, il prossimo anno.
Ci vediamo al Salone. Per salutarci, per festeggiare e per passare idealmente il testimone alla città di Selargius.