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ArTs Associazione culturale per la diffusione, confronto e connessione delle arti contemporanee.

Grazie al Il Piccolo e a Giada Caliendo  per questo articolo ispirato ❤️ sulla mostra “Il pomeriggio di un fauno”, perso...
11/04/2025

Grazie al Il Piccolo e a Giada Caliendo per questo articolo ispirato ❤️ sulla mostra “Il pomeriggio di un fauno”, personale di Thomas Antonelli presso di Trieste

La mostra prosegue fino a mercoledì 16, in via Rossetti 3, Trieste 💫

Parliamo di teatro! 🎭ALGO - RITMO "Manuale breve di obbedienza” con Anselmo Luisi, regia di Andrea de Robbio - scritto d...
20/01/2025

Parliamo di teatro! 🎭
ALGO - RITMO "Manuale breve di obbedienza” con Anselmo Luisi, regia di Andrea de Robbio - scritto da Anselmo Luisi e Andrea De Robbio (scenografie di Leonardo Driussi)

✨Andrea De Robbio è un attore, regista e autore italiano.
Eclettico e curioso, si è deciso ad esplorare nuovi linguaggi e a sperimentare la messa in scena, con un focus sulla narrazione e sul coinvolgimento diretto del pubblico.
✨Anselmo Luisi, musicista percussionista, che ha riscosso notevole successo con il duo Mombao. Ha già due spettacoli all’attivo, Sbadabeng, spettacolo comico di body percussioni e Clap Clap, per bambini.

Il palcoscenico come specchio della nostra realtà e una trama che invita alla riflessione. ALGO - RITMO è una performance teatrale e musicale, è un'esperienza immersiva, coinvolge lo spettatore in un dialogo vivo e in continua evoluzione. Andrea De Robbio e Anselmo Luisi propongono una riflessione profonda sull'intelligenza artificiale, trasportando il pubblico in un viaggio oltre la semplice visione. Il palco è spazio di confronto, e ogni spettatore è chiamato a essere parte di un’esperienza unica.
Un’opera che parla ai nostri sensi, e alla nostra coscienza.

Andrea de Robbio accetta volentieri di fare due parole sul suo prossimo lavoro, Algo-Ritmo.

📝

Ciao Andrea, grazie per aver accettato l'intervista.

📌Per iniziare, puoi raccontarci un po' di te? come è iniziato il tuo percorso artistico?

“Il mio percorso artistico è iniziato quando ero molto piccolo, avevo 5 anni, con la danza classica e la danza moderna che ho praticato fino ai 10/11 anni; contemporaneamente ho sempre scritto poesia, cosa che da allora non ho mai abbandonato e continuo a fare; quindi direi che le prime due rotaie della mia esistenza creativa e artistica sono quelle della danza e della poesia.
Nel tempo ho sviluppato questo interesse sempre più forte nei confronti del teatro, che poi è innato in me perché ho sempre avuto una forte propensione, e propulsione! verso l'immedesimazione, l’imitazione, l'indagine del ritmo, delle azioni, delle emozioni, dei sentimenti. Quindi è arrivato questo fuoco ancor più vivace, all'inizio delle superiori, mi sono immerso nel mondo del teatro sempre di più, e ho iniziato a praticarlo: dal teatro amatoriale e di prosa o classico, e poi trasferito a Bologna per gli studi universitari mi sono affacciato al teatro fisico, “della seconda riforma”, come viene definito, cioè quello di Eugenio Barba o di Grotowski. Nel frattempo la mia vena poetica, il mio scrivere poesia tra dolori e piaceri mi ha sempre accompagnato”.

📌Cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera artistica? e in particolare il teatro? c'è stato un momento o una persona che ti ha influenzato particolarmente?

“Intanto partirei dalla parola carriera che è una parola che non mi appartiene troppo, non la sposo. Credo di non aver deciso di intraprendere una carriera artistica ma semplicemente di seguire le mie necessità, e che questo mi abbia portato poi ad una remunerazione certo non è stato indifferente perché ovviamente ricevere qualche cosa per ciò che si crea è sempre un grande piacere. Ma forse è sbagliato associare la parola carriera a denaro.
Non ho scelto la carriera artistica perché ciò che faccio è una cosa irresistibile per me, che prescinde da tutto il resto e che è accompagnata da altre carriere, da quella dell'educatore, stare con i bambini, che hanno problemi e soluzioni diverse dalle nostre; oppure quella del falegname, del tagliaboschi. Quindi si naviga nel maremagnum delle esperienze terrene, dove di carriere ce ne sono tante.
Poi invece sul teatro, sul momento e sulle persone che mi hanno influenzato particolarmente allora sì, posso dire che momenti ce ne sono stati, due in particolare.
Il primo è stato quando vivevo un periodo non facile della mia giovinezza / fine adolescenza, camminavo per le strade di Bologna, passando in una piccola via, da una porta aperta che dava su una sorta di sotterraneo usciva un suono intrigante che mi ha incuriosito: ho approfittato della porta aperta, sono sceso lungo delle scale e mi sono imbattuto in questa scena: una piccola saletta con i muri quasi un po' ammuffiti, fredda, umida; vi era questa donna che si muoveva in mezzo alla stanza per mostrare agli allievi alcune tecniche di recitazione, alcuni modi per entrare nel personaggio; ma di base ciò che io vedevo era una figura di una forza, una potenza e una bellezza senza eguali; parlo di bellezza del gesto, bellezza della la presenza scenica. Mi sono seduto e sono rimasto lì tutta la sera. Alla fine mi sono presentato ed è iniziato un percorso di due anni, in cui sono stato allievo di Anna Maria Faraone, una donna pugliese sconosciuta ai più, una di quelle persone che se incontri non ti abbandonano mai più, ti accompagnano per sempre. Una vera maestra, una vera guida, un'attrice di tale forza e tale bravura che è raro trovare. È la figura più importante della mia carica artistica, mi ha spronato, mi ha rialzato quando cadevo, mi ha insegnato; tutto il materiale che sviluppo nella mia ricerca nasce da lei, che ha piantato dei semi che per me sono tra i più importanti della mia vita, a livello umano e a livello artistico. Si occupa di teatro fisico ed un’allieva silenziosa del maestro silenzioso Grotowski, fino in fondo e in tutte le accezioni del caso.
Poi ci sono altre due persone, marito e moglie, lei la mia regista e lui il mio maestro all'Odin Teatret - o meglio Nordisk Teaterlaboratorium ex Odin Teatret ormai - dove ho lavorato come attore per un anno in uno spettacolo che si chiama “Elsewhere”. Con loro ho lavorato a lungo, sono stato in Danimarca tre volte. Sono stati delle guide, come un fratello e una sorella, mi hanno dato, mi hanno riempito all'orlo di gioia, di esperienza, di mestiere; sono stati consiglieri e acuti ascoltatori. Con loro ho capito che il teatro va molto oltre la scena, va oltre ciò che va in scena. Ciò che sta dietro è il risultato di una gioia, un incontro, un vedersi e riconoscersi: quindi molte volte può anche semplicemente bastare ciò che c'è dietro lo spettacolo e lo spettacolo può anche aspettare. Perché il teatro secondo me è un'arte terapeutica, è una disciplina, e come dicevano Valerio Peroni e Alice Occhiali e ora lo dico anch’io, il teatro è un gioco molto serio quando per teatro si intende un luogo in cui c'è la consapevolezza di una responsabilità che ci accomuna, ci rende partecipi in qualcosa di grande ed è necessaria una disciplina comune, un ascolto comune perché solo così le individualità, la meraviglia dell'individuo possono veramente uscire e sposarsi.”

📌Prima regia a teatro: puoi raccontarci qualcosa sul progetto che hai scelto per la tua prima regia? come è nato?

“In realtà non è la primissima regia ma la prima che va in scena perché il Covid è stato crudele anche con me. È la prima che va in scena, supportata dalla testardaggine di due individui, quella di Anselmo (Luisi) e la mia ed è un progetto che abbiamo scelto insieme dopo che un giorno Anselmo (siamo amici di lunga data) è tornato a Trieste da un viaggio e mi ha contattato perché ha avuto la visione in cui mi vedeva regista del suo primo lavoro “di questo tipo” (è un musicista e grandissimo performer, alle spalle qualche spettacolo comico musicale o di body percussion); questo spettacolo è invece un incrocio tra ciò che lui già conosce e lo sconosciuto. Mi ha chiesto di essere il regista e c'era una traccia: il desiderio di uno spettacolo in cui il personaggio non parla; uno spettacolo musicale ma dove mettersi in gioco e provare cose nuove proprio perché aveva avuto questa epifania di volermi come regista. Piano piano parlando è venuto fuori il tema dell'intelligenza artificiale, abbiamo iniziato a scrivere. E’ stato un processo lungo, un lavoro molto delicato e in qualche modo partenogentico. Non avevamo nulla di pronto, il tempo era pochissimo, l'idea era mettere in scena un essere che sulla carta è perfetto! E’ molto complesso incarnare un’intelligenza artificiale ma ormai avevamo iniziato a riflettere sul tema e abbiamo detto “Proviamoci!”. Così è nato: da una visione di Anselmo, dal mio grande entusiasmo ad abbracciare questa visione, e poi piano piano in questo grande foglio abbiamo ritagliato la figura di Algoritmo”.

📌Quale messaggio o tema vuoi trasmettere al pubblico con lo spettacolo?

“Non ho velleità di questo genere, c'è un tema che è che vedo io, che è vicino alla mia sensibilità, che è quello dell'umano. Io sono molto fissato con l'umano quindi spesso tutto ciò che faccio anche se è allegoria metafora oppure anche proprio come in questo caso un tema molto attuale molto netto molto preciso che è l'intelligenza artificiale quindi è un problema anche scottante su cui si riflette molto, a me interessa sempre creare un parallelismo tra ciò che ci circonda e ciò che siamo noi esseri umani, perciò se dovessi rispondere a questa domanda direi sicuramente m'interessa riuscire a creare una connessione, un ponte, tra questi 2 mondi. Poi in realtà io sono un grande fan della libera interpretazione, credo che il teatro è tante cose ma a me al momento interessa un teatro che non obblighi lo spettatore a vedere una cosa sola, come la poesia forse, per questo la poesia è un linguaggio verticale che entra dentro e poi assume forme sempre diverse per chi l'assorbe e così credo che possa fare il teatro. Poi mi piace anche molto il teatro che dice una cosa e quella è, ma questo spettacolo è forse un po' entrambe le cose. Ecco a me piace la libera interpretazione, mi piace lasciar una domanda in sospeso qualcosa che penzoli, che resti lì che venga osservato e preferisco che uno spettacolo o faccia schifo o sia bello ma che non lasci indifferenti. Quindi questo è quello che sento di questo lavoro, poi ehm sicuramente trovo sia importante domandarsi, porsi delle domande sui nostri tempi e su quanto è necessario, quanto è veramente necessario. Correre verso una una sempre più elaborata tecnologia e a questa costante ricerca di evadere, la fatica di evadere, tutto ciò che comporta uno sforzo, per poi essere tristi perché non si ha ciò che si vuole. Comunque un altro tema fortissimo di questo lavoro è quello della perfezione: è importantissimo, questa costante ricerca di una perfezione, di un eliminare le imperfezioni, di esser sempre più performanti, più veloci, più perfetti e domandarsi che cosa ci porta realmente questo, poiché se perdiamo di vista la perfezione che sta nella nostra imperfezione allora forse siamo condannati a un sempre più esponenziale senso di inadeguatezza e può essere autodistruttivo. Allora indagare un po' su questo e capire che forse creare delle macchine che tendono alla perfezione per cercare poi noi di assomigliarle creare una macchina a nostra immagine e somiglianza che però sia più perfetta di noi, di modo che sia un esempio quasi anche inconsciamente di perfezione, per noi è un po' come essere degli dei che creano degli uomini e poi ne sono invidiosi e esauriscono la propria creatività, hanno sempre meno da fare e si dimenticano che in quanto creatori hanno necessità di creare. Anche perché poi queste macchine sono prodotte da pochi per delle delle masse. Spesso le masse una volta che queste cose vengono lanciate sul mercato sono attratte mano mano assuefatte, quindi il disagio nasce sotto terra, nasce poi nelle viscere e non se ne capisce neanche bene la ragione, quindi si brancola nel buio, non si sa a che cosa dare la colpa. È importante invece secondo me che le masse si riapproprino della propria potenza della propria creatività che è intima e primordiale ed è innata
questo è quanto Forse è anche troppo” (ride)

📌Ci sono registi o artisti che ti hanno ispirato nel tuo percorso?

“Ce ne sono tanti, maestri che mi piace chiamare invisibili come Grotowski in primis, poi penso a un maestro non proprio nell'arte è David Lynch, venuto a mancare qualche giorno fa: mi ha accompagnato tanto, soprattutto nelle parole, nel modo di raccontarsi e di raccontare il processo artistico; poi c’è Jodorowsky (Alejandro, ndr), che ho letto e ascoltato e che mi ha ispirato; Cesare Ronconi, Mariangela Gualtieri con cui ho avuto l'opportunità da lavorare e che mi hanno ispirato profondamente, soprattutto Mariangela nella sua poesia mi è stata maestra. E mia madre, che fa il lavoro più difficile del mondo: l'essere madre di me; mi è sempre stata vicino in tutto il dolore, le gioie e il frastuono, mi sostiene, sospinge da sempre.Ed è una grande artista, tra l’altro”.

📌Esperienze o momenti particolari nel tuo percorso che consideri decisivi nel definire il tuo stile artistico?

“I momenti vissuti tra Bologna e la Danimarca, lì soprattutto, perché la mentalità è diversa e ho veramente potuto esplorare una grande vasta gamma di qualità attoriali e di ricerca. Ho fatto anche da sceneggiatore, ho scritto il testo dello spettacolo che è tutto scritto in poesia ed è stata un'esperienza mistica perché di notte scrivevo di giorno recitavo; io ho sempre avuto una poetica molto mia che muta e si evolve, però sempre molto mia.
Tutte queste esperienze sono state scalpello su questo marmo che però già aveva una forma abbastanza netta in me.
Mi sono innamorato di un certo modo di fare teatro e in quello credo molto, poi la poetica, l'estetica degli spettacoli cambia: Questo spettacolo con Anselmo è uno spettacolo che per certi versi sento molto distante da me non con una accezione negativa ma semplicemente perché non l'avrei mai fatto se non con Anselmo. Sono state le sue necessità, il suo modo di essere ed essere performer a portarmi in questa direzione che da solo non avrei mai preso, con la mia preparazione più attoriale e meno musicale… Sono tante le componenti, ma è un lavoro che non avrei sicuramente fatto, quindi elettrizzante anche per questo”

📌Altre forme d'arte che ti piacerebbe esplorare in futuro? cinema?

“Ho già citato lo scalpello e penso che la forma d’arte che più mi intriga anche se sono veramente pessimo a disegnare (o forse mi sottovaluto) è la scultura, mi piacerebbe essere uno scultore a tutto tondo, non ci ho mai provato ancora!
Invece l'arte che più mi piace, forse addirittura più del teatro, e che rimpiango di non aver mai studiato con dedizione in modo profondo e adeguato è la musica, di qualsiasi genere, mi accompagna da sempre ed è un'indagine ancora aperta dentro di me. La musica è l'arte che più mi attira e penso sia la più universale, la più crudele, la più bella e la più gentile, è madre e padre, la musica è inarrestabile, ha sempre un effetto,... e quindi essere musicista è il mio grande sogno per quando sarò grande”.

📌Quali sfide per il teatro e per gli artisti in generale? il teatro può adattarsi e rinnovarsi in futuro? come?

“È l'ultima domanda, e mi piace tanto! Il teatro può adattarsi e rinnovarsi in futuro? Io dico assolutamente sì. Il teatro va a braccetto con la società in cui viviamo, come in tutto il resto. È stato ingabbiato, è un’istituzione e come tale porta con sé una serie di connotazioni che lo indeboliscono molto: Chi va a teatro ci va con un'attitudine che è completamente diversa dal teatro greco, per fare un esempio, ma anche da quello africano. Ovvero il teatro occidentale non è più un rito e anche chi prova a farne un rito è all'interno dell'istituzione teatrale, all'interno dell'edificio, del teatro occidentale e porta dunque con sé delle convenzioni, dei macigni che lo tirano fuori dall’aspetto primordiale del rito e dell’unire le persone al fine di un'evoluzione condivisa o di un sentimento condiviso, che però deve partire dal pubblico.
Gli uomini e le donne di teatro possono provare, ma credo che ci sia bisogno di un teatro che esca dalle convenzioni che esca dagli edifici, che esca dalla logica di mercato e che si avvicini molto di più alla gente, che sorprenda le persone, che aiuti il pubblico a cambiare, non essere più passivo. E non solo il teatro ma in generale ciò che viene mandato nella direzione dell'intrattenimento. Pochi spettacoli vanno a toccare delle corde più profonde e spesso sono giudicati da persone dell'ambiente, quindi sono lavori apprezzati ma spesso c’è ancora questa ombra della critica, dell'analisi, della supercazzola… da biennale, mi viene da dire, dove è molto più importante presentare l'opera che il succo. E il popolo è sempre lasciato per ultimo. Credo in un teatro che col tempo possa farsi più plebeo; è una questione aperta però mi immagino un effetto a sorpresa, dei modi di fare teatro che siano sorprendenti ed escano dagli edifici preposti. Credo in un teatro che ho definito in incognito e quindi completamente sciolto dalle dinamiche del denaro, fatto da individui molto coraggiosi e molto fiduciosi, un teatro che va in incognito ad agire nel sociale per trasformare il tessuto.
Non voglio dire che abolirei il teatro di prosa, anzi, però la parola teatro contiene in sé troppe cose. Ad esempio in Africa la parola teatro non esiste, ci sono dei termini per definire dei riti o momenti in cui si purifica l'anima delle persone.
Quindi, è una bella domanda: è un processo che va di pari passo con tutti noi e con l'evoluzione della terra e degli esseri umani.
Per adesso va bene così, passo passo”.
📍

ALGO-RITMO è un invito a entrare in un mondo di domande e ci spinge a dare risposte.
La scena è pronta ad accoglierti: il tuo intervento, il tuo sguardo, la tua presenza saranno la differenza

Gli spettacoli si terranno a Trieste...
le prevendite sono già aperte.
Prenota il tuo posto e preparati a essere sorpreso, emozionato e, perché no, anche trasformato.
Venerdì 24 e sabato 25,
Teatro dei fabbri
via dei Fabbri 2a


Vi aspettiamo!
Lo spettacolo è coproduzione Zatrocarama APS e (intervista di )

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🌟ArTs presenta il primo appuntamento del 2025: un incontro esclusivo con cinque autori del CD tributo a David Crosby, pubblicato da Folkest Dischi, “Long Time Gone”
In seguito alla scomparsa di David Crosby, un gruppo internazionale di musicisti ha pensato di realizzare un disco con le sue canzoni più belle per continuare a tenere viva la sua memoria.
Il progetto è stato ideato inizialmente da tre figure di spicco del panorama musicale italiano: Alberto Grollo (chitarrista veneto e organizzatore del Guitar International), Alessio Ambrosi (ideatore dell’Acoustic Guitar Village di Cremona Musica) e Francesco Lucarelli, musicista romano.
Il progetto è stato subito appoggiato da Andrea Del Favero, discografico e direttore artistico del festival Folkest. “Long Time Gone” raccoglie una serie di affascinanti versioni di brani di Crosby rilette secondo la sensibilità di alcuni musicisti italiani, oltre alla splendida ed irrinunciabile chicca dell’inedito “Higher Place”, firmato da Pevar su testo di Crosby. Alle registrazioni, oltre a Pevar, ha partecipato anche James Raymond, figlio dell’artista americano.

Saranno presenti a raccontare il progetto:

Maurizio Bettelli
Andrea Del Favero
Alberto Grollo
Giancarlo Masia
Giovanni Santoro

*
I posti sono limitatissimi, per accedere gratuitamente è obbligatorio inviare un sms al numero 35172282937

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11/11/2024

Si intitola “Anime al Comando”perchè è lo svelamento di un racconto privato all’interno di una finestra intima lunga una vita. Connessione tra anima e macchina, tra bambino e mondo, tra simbolo e introspezione.

Questa mostra è un viaggio artistico e molto intimo al quale vi invito. Composto da pittura , scultura,installazione sonora.

Inaugurazione:
giovedì 14 novembre dalle ore 18
spazio espositivo Passage arte contemporanea
via Rossetti 3a, Trieste

Apertura mostra:
tutti i giorni dalle ore 16 alle 20

Indirizzo

Via Commerciale 43
Trieste
34134

Telefono

393477892455

Sito Web

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