03/06/2026
Edipo Re
Domenica 31 maggio, al tramonto, è accaduto qualcosa che appartiene a quei momenti destinati a restare.
Non uno spettacolo. Non una replica. Non una semplice sera di teatro.
Un ritorno.
Quando il sole ha iniziato a scomparire dietro l'Etna e il cielo si è riempito di quella luce antica che precede la notte, il Parco dei Miti è sembrato smettere di essere un luogo per tornare ad essere ciò che il suo nome custodisce: una soglia.
Tra la terra e il racconto. Tra gli uomini e gli dèi.
E lì, in quell'ora sospesa, Edipo è tornato a camminare.
Le pietre hanno ascoltato ancora una volta la sua domanda. Gli alberi hanno custodito il suo dolore. Il vento ha attraversato il coro come un respiro antico di millenni.
E quei ragazzi.
Quei giovanissimi attori.
Con la fragilità e la forza che soltanto la giovinezza possiede, hanno portato sulle spalle una delle più grandi tragedie mai scritte.
Li abbiamo visti diventare popolo, profezia, memoria. Cadere e rialzarsi. Perdersi e ritrovarsi.
Per un istante non erano più studenti.
Erano il coro di Tebe.
Erano la paura di un popolo.
Erano il grido dell'uomo davanti al mistero del proprio destino.
E forse la cosa più commovente è stata proprio questa: vedere corpi così giovani attraversare parole così antiche e renderle necessarie, vive, urgenti.
Come se Sofocle le avesse scritte per essere pronunciate proprio lì. Proprio in quel momento. Proprio davanti a quel tramonto.
Un grazie profondo a Ettore Barbagallo, custode visionario di questo luogo straordinario, per aver aperto le porte del Parco dei Miti e aver accolto questa tragedia come si accoglie un ospite atteso da secoli.
Perché esistono luoghi che ospitano gli spettacoli.
E poi esistono luoghi che li trasformano in leggenda.
Grazie al pubblico che ha condiviso con noi questo viaggio.
Quando l'ultima parola è caduta nel silenzio della sera e il cielo è diventato notte, nessuno stava semplicemente lasciando uno spettacolo.
Stavamo tutti tornando da molto più lontano.
Da quel luogo antico dove nascono i miti.
E dove, qualche volta, tornano ancora a vivere.
Photo Salvo Cuscunà