I piatti di terracotta smaltata bianca, la teglia per pizza in ferro, il tagliere di legno come altri oggetti che riproducono fedelmente la sagoma della pianta storica della città dell’Aquila (Abruzzo – Italia), sono essenzialmente legati alla denominazione di “piatti del cratere sismico”, attraverso i quali è possibile servirsi/re le variegate Specialità locali, regionali e nazionali. Essi voglio
no rappresentare metaforicamente l’uso e le contraddizioni di una ricostruzione cittadina che dopo quattro anni dal sisma del 2009 stenta ancora a decollare. L’utilizzo artistico della pianta della città dell’Aquila miseramente ridotta ad oggetto del desiderio dalle caste di una classe politica malata che sovrasta gli interessi comuni con beceri e spregiudicati personalismi, vuole mettere in evidenza gli usi demagogici di un governo che ha relegato strumentalmente il dramma e la ricostruzione sul binario morto della burocrazia. “Il piatto” tradizionalmente contenitore per il cibo in questo caso coincide esattamente con il luogo delle buone e cattive opportunità dove tuttavia può essere rintracciata anche una nuova connotazione identitaria del territorio. Attraverso esso è infatti possibile identificare non solo le contraddizioni dello stallo cittadino in cui versa la ricostruzione, ma perfino trovare nella forma imperativa del titolo del nostro evento una identità figurata verosimile alla situazione, visto che togliendo l’interrogativo la stessa frase recita perentoriamente “siamo quel che mangiamo” meglio definibile “mangiamo quel che siamo” (we eat what we are). Sergio Nannicola